Yoga

Pubblicato: 21 dicembre 2014 in Kamal, Uncategorized
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Fissa il pensiero sul sopracciglio, senti il respiro, espira e inspira nello stesso momento, semplice.
Visualizza un fiore, uno che ti piace, ma senza analizzarlo, osserva, respira, osserva, non fare niente, respira, osserva, non pensare, non sezionare, ma osserva.
Apri gli occhi ora, porta le mani giunte al petto, salutiamoci con il suono cosmico, pronunciamo Om, Oommm.
Il posto più vicino a Chiara fu lo yoga del venerdì in palestra, abbonamento open élite 15 mesi, oppure 10 anni votati alla fede Fit.
Il posto più vicino a casa era la stiva extralusso di una delle navi gemelle arenate dagli anni sessanta sull’altipiano del tiburtino, divise dal tratto pianeggiante di via viollier. Il Fit era collocato nel piano interrato del palazzo. Il palazzo affondava le radici per trenta metri sotto terra tramite delle palizzate che secondo l’agente immobiliare lo rendevano antisismico. La nave soffriva di infiltrazioni sul terrazzo, le scale erano rivestite in gomma, i muri interni erano scrostati, le parti in legno erano incise di infamie ai presidenti di squadre di calcio o d’amore per katia e Lorenza, o di scazzo, o di date, date di esami sostenuti all’università, date di scudetti, date di fidanzamenti, date di mutui esauriti, numeri di telefono mai composti, merda, Gianni 1983. Sulla colonna in mattoni un de Chirico, una scena di mercato, una stella di natale lampeggiante, un ombra che sale sulla scala b, una bella ragazza che guarda nella cassetta della posta, Om, il posto più vicino all’india era lì, in fondo alle scale sigillate da un cancello.
Da lì, a metà della nave, venivano gli odori di bagnoschiuma e forse i topi.
Chiara era in fondo alle scale, vicino ai bagni, nella ‘sala large’, il venerdì all’una usciva dal fiore, dal narciso che immaginava, tutta stesa su un petalo del narciso, vestita, nuda, stava sul petalo e non lo guardava, era distesa sorridente sul petalo e guardava il cielo infinito dell’india. L’india, mesi in viaggio nelle regioni dell’india, il deserto di sale che nasce d’inverno quando il mare lo schiude, e nel deserto di sale navigano alcuni indiani, indiani reietti, lontani, gruppi di colore sperduti nel deserto di sale. Ti fai accompagnare per venti dollari al giorno, gli fai delle foto, due copie istantanee con la polaroid e una con l’attrezzatura professionale, una copia la lasci a loro, ai reietti, e ti ringraziano, tu ringrazi loro perché non sanno nulla del mondo che esplode, non sanno niente oltre le strade nel sale. Lì c’ è Chiara con la sua Nikon, Chiara. La barista.
Fu così che la ducati, venduta di nuovo, finanziò quel viaggio di sei mesi che sarebbero diventati otto poi dieci poi un anno e ancora non finiva, il grande viaggio di Chiara.
Nei sotterranei della nave di via Viollier si apriva il deserto dell’India e si poteva visitare tutto in pochi minuti.
Incontrare gli zingari reietti dell’India durante la notte, in una tenda piazzata accanto ad una Mercedes finita: Contiene Chiara che dorme abbracciata al suo zaino da viaggio.

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Kamal zero

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Uncategorized

 

Kamal stava in Italia per svoltare. Aveva giurato di emigrare in un preciso momento che era ancora bambino. Aveva solo cinque anni ma si orientava così bene per le stradine del mercato di Mumbai che pareva averle stampate nel cervello come una pista per biglie. Sembrava un falchetto in picchiata fra gli uomini e le donne avvolte da metri di stoffa colorata, passava le ali sui sacchi di peperoncino e curcuma e scompigliava le decine di sari in mostra per i turisti. Nel momento in cui decise il suo futuro correva forte con un segreto stretto nella mano. Uscì dal mercato e si infilò nel mucchio di case basse. Ad ogni vicolo i suoi piedini perdevano aderenza e alzavano polvere, poi il paese finì e Kamal si perse nella sterpaglia dominata dall’odore della discarica, finì anche l’odore e il piccolo falco sparì come si fosse sciolto su un muro bianchissimo, ma a veder più da vicino c’era una crepa. Oltre quel taglio un orto abbandonato dove resistevano solo le fragole, ma in un angolo riparato. Kamal riprese fiato con il dorso delle ali nella terra e il cielo sulle gambe. Aprì il palmo e osservò con terrore il suo segreto: tre monete. Due già viste alla bancarella di suo padre, due monete uguali, non ne sapeva pronunciare bene il nome, non sapeva cosa sarebbe riuscito a comprarci e forse mai nessuno gli avrebbe venduto niente, non gli importava, il segreto era talmente grave che neanche ci avrebbe provato a rivelarlo. Le rupìe le conosceva ma l’altra moneta, lucente come il vetro dei bracciali di sua madre, quella era davvero un mistero, poteva anche portare una maledizione, era stato un peccato mortale accettarla. Non l’avrebbe mostrata a nessuno, non a suo fratello né al suo amico Rishi, che era come un fratello ma più complice, non abbastanza però, l’avrebbe messo nei guai.

  • Mostrerò questa moneta solo quando le mie ali saranno diventate davvero enormi, in grado di farmi viaggiare oltre il mercato e il paese, oltre il Rajastan e la città fatta di case blu, così un giorno darò forma a tutti i racconti dei saggi, mi inchinerò davanti al grande tempio del Taj Mahal, attraverserò il grande fiume e Varanasi, la città santa che vive da quando esiste l’uomo.

Un giorno sarebbe volato sui moderni palazzi di Dheli e avrebbe attraversato l’oceano, lasciando Goa lontana sulla riva.

  • Era meglio che non rimanevo solo, forse se non sorridevo non mi dava niente – pensò guardando il cielo scorrere – potevo andare a casa di nonno, mi aiuta sempre, invece sono finito al vecchio orto, tanto gli altri non ci vengono ché hanno paura, però non ci posso restare fino a stasera, devo sbrigarmi a ritrovare il posto.

Al mercato Kamal stava seduto dietro le ciotole delle polveri colorate, sistemate sul banco in una ordinata scala cromatica. Erano di tutte le sfumature del giallo, dell’azzurro e soprattutto del rosso.

Stava seduto alla fine del giallo quando il gruppo si fermò a guardare, aveva contato dodici persone, tre per le tre falangi di ogni dito escluso il pollice che le tocca: Così faceva suo padre con le spezie.

Il gruppo aveva continuato il giro a parte una ragazza. Era molto diversa dalle donne della sua famiglia che erano basse e avevano i capelli lunghi e neri, i visi più rotondi e non mettevano camicie ne’ pantaloni. Lei sembrava un uomo e portava a tracolla una grossa borsa quadrata. Era rimasta ad annusare le spezie con gli occhi chiusi. Qualcuna le provocava una smorfia altre sembravano stupirla, come avesse trovato le polveri giuste per lei. D’ improvviso si fece indietro e guardò verso Kamal. Si tolse gli occhiali e prese dalla borsa un arnese che finiva in un tubo, l’alzò fino al viso e si spostò guardandoci dentro dalla parte quadrata.

  • Chissà che c’è la dentro – pensò Kamal e sorrise, in automatico, come il padre faceva con i suoi clienti.

La francese rimase ferma un bel pezzo e dopo aver scattato un paio di volte ripose la macchina fotografica, si avvicinò al bambino, prese le monete dalla tasca dei jeans passandogli quella mano così bianca fra i capelli.

Kamal trovò il sasso giusto, scavò e tirò fuori il panno di cotone, dentro c’ era un minuscolo coltello, due conchiglie di cui una rotta e la perlina che la sorella aveva perso in casa. Il franco francese doveva nasconderlo meglio di tutte quelle cose e delle rupie, sarebbe stato il suo amuleto o la sua maledizione, non lo sapeva ancora a cinque anni e non ne fu certo neanche vent’anni dopo, quando le stradine del mercato erano diventate le traverse di corso Svezia e l’orto in cui nascondersi un garage a ore. I dieci chili di merce contenuta nel lenzuolo, per come riusciva a vendere lui, potevano valere trecento euro. Il giochetto si ripeteva almeno una volta a settimana quando i marciapiedi si riempivano troppo, allora le divise bianche si facevano vedere. Non era difficile scappare, i ragazzi afferravano i quattro angoli del lenzuolo e la bancarella diventava un fagotto lanciato sulle spalle, comodo per correre. Kamal non era mai stato preso grazie alle sue doti di corridore, alla sua capacità di carpire ai primi segnali la retata in arrivo, alla sua statura minuta che gli permetteva di svicolare fra le auto per poi nascondersi e sbirciare gli eventi. Certo per lui era un lavoro provvisorio quello della bancarella, sperava che avrebbe avuto un negozio come i paesani più svegli, c’era tempo per tutto, quando sarebbe arrivata Mayra l’avrebbe aspettata su una bella macchina, l’avrebbe portata in casa sua, figli, parecchi, e la domenica tutti a mangiare il gelato. Sarebbero andati in villeggiatura come facevano i signori del quartiere Claro e dopo qualche anno avrebbero rivisto il loro paese e portato regali ai parenti. Ma per ora doveva stare attento, il permesso di soggiorno era la sua preoccupazione principale, il passo successivo verso il suo sogno.

 

Vojoslav

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Schegge - racconti brevi-
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Stevo afferrò il polso di Voj e iniziò a girarlo.

  • Mi hai tradito, mi hai tradito con lei, non mi devi pugnalare così, ho annusato la tua puzza lì intorno, non sono stupido

Stevo fece durare quelle parole fino a che il ragazzo cedette a terra, dolorante ma non rotto.

Piangere Vojoslav non piangeva dalla volta che un militare, per gioco, aveva mitragliato il suo cane.

Al dolore fisico s’era formato negli anni, anche se il suo corpo non era cresciuto poi tanto. La genetica si era espressa tutta nella fronte, così dominante che rendeva gli occhi due buche nere a capo di un naso da squalo. Le guance erano lati scoscesi di un cono che concludeva in una bocca minuscola, priva di mento, ma sufficiente a fare della sua rabbia un bolo che cristallizzava tutto nelle ossa da tisico.

  • Quella non la devi toccare, è come se ti scopi la mia moglie, capisci Vojslav? Ti piace la mia moglie eh, ma non la devi scopare, e non devi toccare neanche tutte le altre moto del garage, hai capito?

  • Va bene, si va bene Stevo, tranquillo, sta tranquillo

  • Tieni Voj, fuma

  • No, non fumo

  • Ah Vojoslav, tu non fumi lo so, ma dovresti, quando fumi sputi anche il sapore della guerra, le schegge di mina, il fumo disinfetta la tua anima, per questo io fumo sempre, guarda, lo vedi lo sporco della mia anima come vola, tu racconti al prete e io fumo, il fumo sale e porta i miei peccati in cielo, è uguale no?

Stevo si allungò tutto verso il soffitto del garage, così apparve sul collo il solito tatuaggio che s’ era fatto incidere per coprire il taglio della baionetta. Voj non credeva alla storia della baionetta, come non credeva alla questione del fumo e dei peccati anzi, gli sembrava una bestemmia definire quel gesto una preghiera.

  • Tieni, bevi il Maraschino, è rosso come il sangue, si mischia al sangue e lo pulisce dall’uranio impoverito

  • No Stevo, non bevo

  • Tu non bevi tu non fumi, però almeno ti piace scopare, e guidare le donne degli altri è come scopare le loro moto! Senti Vojoslav, se lavori bene altri due anni io poi ti compro una moto, così monti quella, non il mio Cbr.

Ma Voj amava la moto di Stevo, era un coltello piantato sulla strada, pazza e tanto potente da poter tagliare in due un carrarmato, quello sognava in fondo Vojoslav: Vendetta per il suo cane.

Stevo, il padrone del garage, ora sorrideva, bevuto e fatto d’erba, dal sedile di una vecchia Polar buttato vicino al frigo.

Voj pensò che avrebbe saputo ucciderlo, ma gli doveva rispetto, perché nei traffici di auto e pistole, fra le ragazze stipate in quel furgone diretto in Italia, Stevo c’aveva messo anche lui, mentre i suoi compagni morivano sotto i cecchini o sulle mine, seminate nei campi di Racak come fossero patate.

Iniziò il turno di notte, Stevo lanciò la bottiglia nel frigo e senza nemmeno salutarlo scivolò nel buio della rampa cercando di intonare Start wearing purple dei Gogol bordello.

  • Se il maraschino non gli cura il sangue sicuro lo rende più docile, morirà presto – pensò Voj – e la sua moto diventerà alluminio per lattine.

Il ragazzo prese da sotto il divano il Cronaca vera stampato tre mesi prima: Riusciva a capire meglio le parole perché erano associate a tante foto, e quasi solo foto di belle fighe, le foto poi iniziarono a sfocare, vide la Cbr di Stevo, la sua donna tutta vestita di carbonio, seppe che l’avrebbe tradito di nuovo. Come un sonnambulo la montò e la accese, quel borioso di Stevo metteva le chiavi sotto una gomma, per questo s’ era accorto che Voj l’aveva spostata il giorno prima.

Quando la sentì vibrare in mezzo alle gambe Vojoslav rivide le strade bucate di Pristina, i caschi blu e il padre, in ginocchio nella porcilaia, fra i maiali sterminati dai serbi.

Voj si ripeté che era solo un caso che la guerra non gli avesse rubato un occhio, l’indice o il medio della mano destra con i quali tirava il freno della moto, oppure il piede sinistro che poggiava sulla pedalina del cambio. Ingranò la prima, regolò il gas con il palmo e le altre dita che non stavano sul freno, si tese in avanti, un attimo al lancio verso la rampa, ma allo stacco della frizione la moto sobbalzò e si spense.

Il garage intanto si era riempito: I suoi amici, ancora tutti vivi, lo stavano rimproverando perché aveva perso il momento esatto che portava in sé tutti gli altri sognati.
Voj arrossì cercando il click del folle, la bestia urlò ancora più violenta, allora il ragazzo scaricò tutta la sua rabbia accelerandola, fino a sballare il contagiri, diede un colpo nervoso al cambio e la moto scodò sul pavimento di linoleum.

Si ritrovò sulla Gianicolense già di marcia alta. Senza averne piena coscienza aveva lasciato il garage, con il suo divano impregnato di benzina e il quindici pollici lercio di video porno. Non sarebbe più tornato indietro, Stevo l’avrebbe macellato di botte o l’avrebbe dovuto macellare lui.

Scendeva bene, tenendo a mente i riferimenti che aveva imparato passando con il tram, il tabaccaio, l’altro bar, l’inizio del parco. La selvaggia era perfetta come l’aveva sempre creduta, rapace fra sciami di scooter, e lui, Vojoslav, era diventato ciò che il suo nome significava, il guerriero destinato a cavalcarla. Evitò di andare in giro a farsi vedere, voleva strada libera, all’altezza del San Camillo, svoltò per la periferia. Cercò le indicazioni del raccordo, la terra di cui sempre aveva sentito parlare, la strada della gare, delle uscite infilate a duecento orari e dei curvoni affrontati sulla spalla più estrema dei pneumatici, era l’unico dei racconti di Stevo a cui ancora credeva e voleva starci dentro anche lui.

Comprese subito il ritmo della moto, si sentì pronto a scendere in curva, spostò il peso sul ginocchio destro e lei lo seguì in un inchino, così fece a sinistra e di nuovo a destra: Erano due splendidi corpi che facevano l’amore dentro la corsia.

Quando le gomme furono calde Voj rimise la Cbr in linea, serrò le cosce e la sferzò così forte che la moto schizzò come se prima fosse stata ferma, la carreggiata divenne un imbuto, Vojislav si inclinò in avanti tanto che la sua pancia divenne parte del serbatoio, infilò le gambe dentro il motore e la testa nel minuscolo cupolino, poi chiuse gli occhi, lui e la sua bestia si diedero tutto il coraggio che avevano e scomparvero dietro la curva più stretta.

– Racconto selezionato al concorso  8×8 2014

 

Kamal 2.1

Pubblicato: 20 agosto 2013 in Kamal

Quando ti si avvicinano troppo, e troppo in fretta, devi attaccare.

Devi caricare bene il pugno tanto che il piede deve spostarsi sulla punta così, attraverso la spalla, trasmetterai alla faccia dell’avversario buona parte del tuo peso.

Se non sei lucido, se non capisci al volo quello che ti sta succedendo intorno, non riuscirai a fare niente di tutto questo. Dovevi allenarti, ma non sei un boxer, non sei costretto a esserlo.

Kamal non capisce bene cosa ordina la gente, la musica è troppo alta e il suo italiano è scadente, per questo l’hanno messo alle birre, la scelta è binaria: Rossa o bionda?

Suona forte e canta meglio, stai recensendo il frontman, è il figlio di Tony, ce l’ha fatta, suona stasera a villa Ada.

La penisola non straborda di gente. Hai incontrato Chiara che il sole era basso. Preferisci muoverti presto così puoi osservare la gente che arriva, vedere come si orienta, come si compone il pubblico, piano piano, fai statistica.

Il punto che si sceglie per fermarsi non è mai centrale, pudore, o forse gli angoli sono più sicuri.

Tu e Chiaretta avete finito la terza birra, Chiara non è alta, indossa dei sandali, anche tu porti sandali che ti avvolgono l’alluce, cammina con la schiena dritta la ragazza, preferisci il suo profilo destro, quello con i capelli rasati.

Quando siete vicino al palco incontri Francesca, la donna ti abbraccia, ti stringe forte, è una donna molto bella, guardi la reazione di Chiara mentre lo fa, non sa che è la moglie di Tony, sta con un uomo alto che spinge la carrozzina, immagini che sia il Reddis, e quello sulla carrozzina è lui.

Deve pesare molto, sei imbarazzato, lui ti guarda, metà del viso è caduto, l’altra metà mantiene un tono notevole, cerchi di risalire ai suoi vent’anni, lui ti attraversa da parte a parte con uno sguardo fermo, hai i brividi, non vi scambiate una sola parola e non è necessario, sai molto di lui e del Reddis, Francesca ti ha parlato anche di lei, ma sei convinto che anche non conoscendoli ti saresti fermato ad osservarli.

Era venuta due giorni prima in farmacia:

  • Lei è il famoso amico di Kamal?

  • Eh, si… famoso, non credo

  • Un giorno prendiamo un caffè insieme? Credo ti interessi sapere qualcosa di più, poi si vede che non sei un insensibile, ti conosco anch’io da tempo, in qualche modo hai partecipato

    A quelle ultime parole avresti pianto, ti sei sentito coinvolto ma allo stesso tempo quella donna si stava prendendo cura anche di te.

La convincesti a portare Tony al concerto del figlio, ti invitò e tu sei venuto con Chiara.

Sei convinto che Chiara impazzirà quando gli dirai che sono loro i protagonisti della storia che hai iniziato a raccontargli.

Lei si ricorderà del tentato suicidio di Tony, era lo stesso giorno che venne a portarti la prima rata della moto che gli hai venduto, lo stesso giorno che trovò Anna ad aspettarla sulla porta – pensava che fosse la tua ragazza – e invece la tua ragazza è quella a cui hai dovuto giustificare le tue mancanze fino a quando, l’altro ieri, gli hai confessato che non ci sei più da parecchio, da quell’esatto giorno.

I tuoi amici stanno arrivando, anche Irene, l’amica di Chiara a breve ci sarà, tu credi che possa piacere a Massimo o anche a Pierpaolo, vuoi completare il quadro, ma qualcuno manca.

Tranquillo, sta arrivando, si sta facendo largo in malo modo, è scoordinato dalla rabbia, è biondo, ha le braccia disegnate di vene, è meno grosso di te però è molto più veloce. Ha lasciato la sua cara moto, tutta modificata con pezzi in carbonio, proprio davanti all’ingresso della villa. Ha spintonato uno della sicurezza ed è entrato, lo stanno seguendo ma lui ha già attraversato la seconda transenna, quella dell’area concerti.

Mentre sei concentrato su Tony lui ti viene incontro, passa a sinistra della carrozzina e si infila fra Chiara e il Reddis che si sono appena dati la mano, non ti dice niente, saranno venti centimetri che vi separano adesso, è troppo poco, non sei stato pronto, i buttafuori sono abbastanza lontani, interverranno dopo, quando avrai già il sangue in bocca e starai già pensando a come vendicarti dello sfregio ma ora, Marco, sei fregato.

Kamal 2.2 – Kino

Pubblicato: 9 agosto 2013 in Kamal
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  •    Ti fa tanto male il labbro?

  • Niente di ché, sta passando

  • Non mi aspettavo una scena del genere, Cristian l’ha capito da facebook che stavamo andando al concerto, è innamorato di me e forse c’ho un pò giocato su sto fatto

  • Si ok, lascia stare, tanto prima o poi lo ribecco

  • No no, basta, e suuuuu

  • Non fare la solita gatta stronzetta

  • Miah… Dai finisci di raccontare!

  • Che impressione ti hanno fatto?

  • Molto fighi, proprio tutti, il Reddis sembra Albert di Candy Candy!

  • Che riflessione profonda, devo dire che lei signorina è un bel soggetto, decisamente!

  • Si, quell’aria sognante, spalle larghe, rassicura molto, è davvero uno buono secondo me, e quello stile Beat generation: Albert! Francesca è la donna che vorrò essere un giorno, una gran tipa, spirituale e sveglia, come dire, consistente, si vede che ha sofferto parecchio, almeno quanto il marito, ma ci sa stare, suo figlio promette bene

  • Musicalmente dici?

  • Anche in altri sensi, mica male…

  • Ma c’ha solo vent’anni

  • E beh?

Marco allora le saltò addosso, le prese i polsi con una mano e con l’altra iniziò a farle solletico

Baastaaaaa! Raccontami di Tony, ti prego!

  • I Kino, li vuoi sentire?

  • Dai dopo, non ti alzare

  • Perché, mo stai bene più tu di me?

  • Oh non ne lasci passare una, sei vendicativo, sto fatto non mi piace

  • Ah no?

  • Ragazzo, non mi fare la guerra, ci rimetti, te lo dico subito!Incenso, l’incenso che viene dall’India, una lampada a forma di lucertola o di gego attaccato sul muro, accesa insieme a quattro candele, e fumo, anche quello dell’erba.

    Le gambe di Chiara sembravano più lunghe, scurite dal mare, il mare che muoveva il soffitto, e La Locomotiva viaggiava nella playlist, la stessa forza della dinamite, la fiaccola dell’anarchia.

    Chiara lo strinse, dal lato opposto del torace, la guancia attaccata alla sua giugulare.

  • Soffocare così, ci starei…

  • Mmmmm, che… ma… che pensi, stai tranquillo

  • I kino, Tony li aveva visti al Leningrado Rock Club , inizio anni ottanta, un viaggio organizzato dal sindacato

  • Ah, aspè…

    La ragazza fece un sorso di Traminer dal baloon e lo passò a Marco

  • No no, è troppo dolce

  • E perchè l’hai portato allora?

  • Perché sicuro ti piaceva

  • Infatti, paraculo

  • Io? E tutta questa scena? E le candeeleee e l’incenso, secondo me pure la musica è quella tipo, quanti ci sono passati, quanti ne hai bruciati?

  • Sei ingiusto, tu non mi conosci, l’ultima storia mi ha dilaniata, , quasi non ricordo più niente di prima… è come se dovessi ricostruirmi, recuperare pezzi, ma lasciamo stare…

  • Scusa… mi dai un sorso?

  • Tié

  • Tony credo che flasciò, un rock club in Russia di quei tempi, certo non ti aspettare il punk occidentale, era un buon rock, di protesta, Tony poi cercò dei contatti, insomma…

  • Aspetta, lui voleva arrivare a Leningrado con quel pulmino? Veramente?

  • Si, così, non voleva fermarsi a Berlino, voleva arrivare in Russia

  • Ahahaha pazzo, stava fuori!

  • E mica poco

  • Ma ci sono arrivati o no?

  • Questo, non lo saprai mai!

  • Tanto lo chiedo al ragazzetto, stai tranquillo

  • Come vuoi, io non te lo dico proprio, ahahahah

  • E io non ti farò dormire mai più!

    Passò Trust me di Janis joplin, poi curr curr guagliò, Mi ami dei cccp, Annarella, Me face male a chepa di Silvestri, Officina Zoè, Pane e coraggio di Fossati, La Canzone del Riformatorio, Police on my Back, kanzone Doce; Poi si fece giorno, poi, si fece giorno e suonò Take a little peace of my Heart dal telefono di Marco. Un ubriaco della notte farneticò qualcosa sotto la finestra di Chiara, del primo piano.

 (continua…)

– E quindi?
– Quindi Tony si mise in aspettativa dalla fabbrica, e convinse il Reddis a saltare la sessione invernale, all’università.
– E i soldi?
– Tony aveva qualcosa da parte, tre o quattro milioni, di lire, vendette il Renault e prese un suppostone
– Cos’è il suppostone?
– Il suppostone è il pulmino della Wolkswaghen, quello tipo figli dei fiori, e partirono, capì?
– Assurdo! Tutta l’Europa dell’est voleva saltare il muro e loro fecero il contrario
– Diciamo che andarono contro traffico

Marco si attaccò alla pinta appena gliela misero davanti. Da quando la sua cliente, la tipa mora, gli aveva raccontato la storia del marito, di Tony, il vecchio punk, devastato dall’ictus, non smetteva di chiedersi se lui l’avrebbe mai fatto un viaggio del genere.

– Chiara ma tu lasceresti il lavoro al bar, l’università, mi rivenderesti la tua nuova, bellissima Ducati usata, per un’idea, una voglia, una passione, come fecero il Reddis e Tony e gli altri due del gruppo?
– Se ti sei pentito di avermi venduto la moto e te la vuoi riprendere così, ti sbagli proprio bello!
– Quanti anni avevi ai tempi di Genova, del G8?
– Sedici, diciassette, più o meno
– Io ne avevo ventitre, sai, non c’ho neanche pensato ad andarci. a Genova, non mi rendevo conto del movimento no global e di quello che stava per succedere, si, ascoltavo i 99posse, avevo una mezza idea di come stavano le cose, ma andare a Genova per me non aveva senso: Forse un senso gli eventi lo acquistano dopo, no?
– Ma boh, ormai è storia, conosco e sicuro anche tu conosci parecchi che sono stati nel social forum, un esperimento molto figo, fare massa critica, un nuovo modo di comunicare, di auto organizzarsi, a me è rimasto questo, il metodo…
– Io oggi sarei voluto esserci, non la notte della Diaz, ma questo è già un limite. Se parti ti accolli anche i rischi. Potevo andarci ma non l’ho fatto, invece Tony ebbe l’istinto, oppure aveva seguìto così bene quella storia che quando il muro stava per esplodere lui era già pronto a partire, a rischiare di perdere tutto: Secondo me è dna.

Iniziarono le scale di basso e la prova microfono.
La penisola, dov’era il bar e i vari stand di legno, sembrava un plettro agganciato per la punta alla riva del laghetto.
Su quella punta c’era l’accesso all’area concerti mentre il palco era sistemato nella parte più ampia, non troppo lontano dal loro tavolo.
Passava luglio e Villa Ada ne portava tutti i sintomi, il suo petto matido emergeva da un vestito a fiori, era pronta a smarrire chiunque l’avesse incontrata, cosi febricitante e fertile.
Marco e Chiara non avevano più alcun motivo di vedersi, l’affare era concluso, lei aveva la sua moto e lui tutti i suoi soldi. Però si sentivano, ogni giorno, quasi ogni ora, ogni messaggio aveva la sua risposta, anche stupida, anche con un certo ritardo e quel ritardo alzava la posta fino a quando si sarebbero rivisti di nuovo, e ancora, solo un’altra volta, prima di andare in ferie, andare via dalla città, chiudere un anno con tutta la paura che comporta la fine di una magia.

– La seconda ci sta, pure la terza, mi spieghi perché a na certa non ci fermiamo?
– Che ne so, ma tu lo senti come si sta bene? – fece Marco –
– Perché, stai bene?
– Fanculo Chià!
– Ahahah dai non ti stranire su su, che dici, ci avviciniamo?
– Non vuoi sapere come finisce la storia di Tony?
– Me la racconti dopo
– Dopo quando?
– Eeeeh, dopo! Tu non ti preoccupare…

 

Il cielo è sempre parecchio blu.
La birra, nera.
La musica, sempre di gente morta trent’anni fa, insieme alla musica.
La birra buona è anche molto amara.
‘ Hai parecchi capelli bianchi, e la barba anche, guardati ‘
Fa un schiuma bianca, una specie di latte, sotto, è amara, come il caffè ‘
‘ Vado a pisciare, c’è fila, vado fuori ‘
‘ Non ci vediamo mai di giorno, ce ne sono parecchi bianchi ‘
‘ Nella mia nuova stanza c’entra il divano, di pelle, questo ci sta perfetto’
Le sigarette non arrivano mai alle cinque, sempre tenerne un paio in macchina per tornare.
‘ Quanto vuoi pe sto divano? ‘
‘ Duecinquanta ‘
‘ Cent’euro ‘
Cinque pezzi da venti che forse erano quattro, no cinque, neanche li esce che il tipo li ha già piegati in tasca e s’è allontanato con la sua coda di cavallo.
Sempre tenerne due in macchina.
Una schiuma bianca che deve scendere e mischiarsi col caffè di sotto, si deve riposare, si spilla a tre riprese.
Alza il cazzo di divano.
‘ Oh ma come ce lo porto a Rebibbia? ‘
‘Nell’Alfa non ci sta? Ahahgahaga ‘, riprende coda di cavallo e soldi.
Qualcuno continua a vivere in baracca e ha pure l’antifurto.
Qualcuno sparisce sempre, qualcuno è sempre al cesso, al cesso fuori, chimico, o al cesso normale, dove ci sono gli indirizzi dei blog attaccati sulle piastrelle.
Storieofficina, nero e con la O rossa, sulla finta traccia grigia di un pneumatico, è ad altezza occhi, sopra il pulsante dello scarico.
Qualcuno si rivede sempre, dopo qualche anno, s’è lasciato, ‘ tornato! ‘ libero, e si rincastra ancora, che cosi’ vuole stare.
‘La spillammo a Berlino, no, a Dublino ‘
A Kreuzberg l’adesivo è attaccato in un cesso, a Friedrichshain sta su un lampione.
Sta tornando dal cesso, sta lasciando il divano, sta arrivando la birra riposata, sta buttando il pacchetto, coda-cavallo accende luci, la riccia mette il giubbino ma non va a casa con lui.
Al quinto piano si spilla la birra, si va a vedere la schiuma bianca delle scogliere che è novembre e quasi buio, in foto si vede solo il profilo di una testa pelata, di una faccia da doberman.
Il lampione è uno albero incollato di locandine.
Kamal, spilla.
Loro stanno ballando.

Barlaam

(Continua…)
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Autore -Luca Ciofani-
Piazza la Rocca, sono tre chilometri Father, ce la facciamo in un lampo, Father, ho piedi di ghiaccio ma abbastanza spirits in corpo per portarti ovunque.
Allora via capitano, ‘Un sorso di rum e niente bicchiere, alla bottiglia ci toccherà bere!’
Father al mio fianco così cantava, mi strinse le corde del collo ed io bestemmiai il servizio pubblico che ci aveva abbandonato, malandati e sconvenienti, ai rischi del marciapiede. Contro un muro lasciammo i nostri caldi liquidi senza che anima osasse rimprovero, ma solo anime povere giravano, di minuta statura, pezzi di servizio, immersi nei loro piumini contraffatti e impuzziti di coriandolo, aglio, carne vecchia da sfruttare. Così, mentre andavo al mio passo distorto, pieno d’alcool e del mio orgoglio di finto capitano, quel fischio mi trafisse le orecchie. Mi voltai ed ebbi che vedere signori! Una ics umana, tutta nera, alquanto imprecisa devo dire, mi dava le spalle e offriva il petto alla bestia gialla. Father, maledetto, trasudava vapore contro quei fari. L’aveva fatto, era il quinto o l’ottavo tram che non ci dava accoglienza, fregiato dell’ostinata scritta ‘fuori servizio’, come fosse non un mezzo elettrico ma un cavallo a riposo, pur rigando molto bene, molto bene signori, sulle proprie chilometriche tracce di ferro. Più volte io e Father ci eravamo chiesti il perché di tanta ottusità ma nessuno di quei dirigenti – che pur avevano deciso del nostro destino – si era degnato di farsi vivo e lo voglio ben capire, dato che la risposta sarebbe stata commisurata alla loro burocratica violenza. E allora Father, più cocciuto di quel toro di ferro, lo aveva agguantato per le corna, incitando la piccola folla delle povere anime ad appropriarsi del mezzo e a partire, avrebbe guidato lui, fino a mete ignote ed io, il capitano, avrei seguito il mio sergente anche oltre la fine delle strade di ferro, lo giuro!

Autore – Luca Ciofani-

Antonio era matto con le prove, e quel giorno, all’ammasso del grano, donna Concetta non poteva tener buona sua figlia Rosa.
A Rosa piaceva andarsene in mezzo a quella stanza enorme quando ogni anno, ad agosto, i contadini la riempivano di grano. Donna Concetta non se ne dava pace, perché non fosse mai che a sua figlia gli avesse preso qualcosa fra quella polvere, una polveraccia che sapeva di sudore: Non era buono per una bambina, che doveva diventare una signora, starsene in quelle condizioni, ma non riusciva ad allontanarla da tutto quel giallo, così odoroso.
Donna Concetta era di origine napoletana, di antica discendenza borbonica, un ramo lateralissimo di un immenso salice, relegato a quel territorio fatto di sassi e salite, di fazzoletti di collina o troppo battuti dal vento o sofferenti dell’ombra che non fa crescere il grano.
I mezzadri portavano il compenso a donna Concettina per la concessione delle terre del loro stesso paese. Lo chiamavo ‘la risposta’, la giusta parte della fatica di un anno, quintali di grano che allora si misuravano in grosse coppe di legno. E le altre sottrazioni che il mezzadro doveva segnare erano le giornate di lavoro già pagate ai braccianti, le proprie giornate e il sacco di grano per l’opera della trebbiatrice, la macchina che separava lo stelo dal chicco: ‘a sei’ oppure a ‘sette’ si faceva, ogni sei sacchi di grano raccolti uno andava al proprietario della trebbia, oppure uno ogni sette, dipendeva dalla sua bontà o da quella della stagione.
Antonio, oltre ad essere matto, aveva la fortuna d’essere anche forte come un mulo. Era l’unico fra i paesani che riusciva a sollevare un carro dalla parte della ruota e l’aveva dimostrato spesso, per gioco, quando la notte lo cacciavano dalla cantina e anche una volta con il carro pieno di sacchi, perché bisognava ripararne l’asse.
Peppe invece aveva la fortuna di saperlo prendere se la luna gli girava storta. Il ragazzo era diventato il protetto di Antonio un pomeriggio che si era messo a pascolare nell’erba di un altro un po’ meno povero di lui. Il proprietario l’aveva scoperto e mentre lo prendeva a schiaffi s’era presentato Antonio, come apparivano a volte i santi, almeno così Peppe raccontava. Antonio aveva preso il frustino e ad ogni vardata gridava – Olé! – come fosse al circo, mentre il tipo, che prima si divertiva con Peppe, saltava e piangeva.
Antonio se ne stava con Peppe a guardare quella signora così ben vestita, ogni tanto gli occhi si avventuravano sul taccuino che teneva donna Concetta, per poi tornare sconfitti verso i piedi della sua gonna. Donna Concetta scriveva e segnava, faceva conti, spesso non parlava e quando non parlava anche loro due stavano in silenzio, imbarazzati, impauriti quasi dal non sapersi comportare, dal rimprovero che gli sguardi di donna Concetta, sicuri e sbrigativi, riservavano alla loro natura di contadini, insita nella nascita in una stalla o al meglio in una baracca. Questo bastava a marcare un limite, a fargli tenere il capo basso e la coppola stretta fra le mani. La signora continuava a esibire con destrezza i movimenti di quella matita, tracciava segni che Antonio e Peppe non erano in grado di comprendere, addizioni, dopo le quali il suo grano era di più. Saliva la massa, e nello stesso tempo saliva l’accumulo della miseria, della fame, della rabbia dei contadini. Ma la rabbia era un sentimento che non si doveva far vedere, la rabbia era un lusso da esercitare fra animali, era peccato rivolgerla ad una nobile nascita, e quando qualche brigante non l’aveva creduto, la giustizia l’aveva convinto per mezzo dei suoi stivali di suola. La signora smise di scrivere e si rivolse alla sua serva perché andasse a prendere dell’acqua fresca alla fonte, vicina qualche centinaio di metri.
Ma se la nobiltà non guarda e gli sbirri sono lontani, forse anche Dio può distrarsi un momento – pensò Antonio. Chissà quante volte c’aveva fatto la bocca a quell’idea, ma solo allora Antonio diede la sua vera risposta che non era fatta di grano.
Rosa gli stava davanti, dispettosa, incuriosita da quell’omone che sicuro era venuto da una favola, e donna Concetta non guardava: Fu un attimo. Antonio, in un solo gesto, bestemmiò tutta la nobiltà, il salice, il suo ramo più laterale e quell’accento straniero che non lo riguardava, bestemmiò il potere ecclesiastico e costituito, i carabinieri, il sindaco, il re e la monarchia tutta! Abbracciò la bambina e la fece volare in mezzo al mucchio del grano, un gioco bonario se fosse stata una delle sue figlie, folle però lì dentro, all’ammasso. Rosa si ritrovò seduta a metà della scarpata del grano, franando ancora su quei milioni di chicchi, e nel dubbio preferì mettersi a piangere, mentre scivolava incontro alla nobile veste della madre a farsi rimproverare della sua disubbidienza.

Da vecchi, Antonio e Peppe, passavano le giornate seduti in piazza. Antonio si arrotolava le sigarette con una sola mano perché l’altra era stata offesa in guerra, la seconda, all’isola di Cipro. Non voleva mai che Peppe le rollasse per lui le sigarette, solo che gli infiammasse un cerino.
Se passavano i carabinieri, che quei due li avevano sempre presi con le molle, Antonio e Peppe li fissavano da sotto la coppola alzando la testa per salutare e così facevano con il giovane sindaco democristiano, ma con un ghigno più marcato.
I contadini erano in lotta, qualcuno doveva pure nascondersi dalle guardie e sia Antonio che Peppe sapevano bene dove, nel vecchio ammasso della casa nobiliare, abbandonata da donna Concetta e da Rosa, sposata in città e ben educata alla nuova società civile.
I cafoni scioperavano – Dio ce ne scampi – diceva il prete, lo sciopero al contrario l’avevano chiamato, invece di zappare si dedicavano a rifare le strade o a pulire i fossi, nell’attesa che la riforma agraria gli avesse riconsegnato la terra.

Il racconto è stato selezionato al concorso ‘8×8 -si sente la voce-‘ anno 2013

La mensa delle officine meccaniche era collocata in un capannone lungo quaranta metri e largo trenta.

Le finestre, ritagli in pannelli di cemento a cinque metri d’altezza, scambiavano i vapori delle minestre e del fritto con l’aria della conca che accoglieva tutto l’insediamento industriale di nord-est.

Dalle colline i capannoni sembravano bombe inesplose e i tir erano formiche, in fila lungo sottili vene grigie, che drenavano da quelle bombe ogni sorta di polveri: Ogni granello di polvere un nuovo prodotto.

La rete venosa aumentava insieme alle bombe, le formiche non si contavano più.

A metà degli anni ottanta la spianata metallica aveva raggiunto il massimo della sua potenza, da sola ingrassava tutta la regione e quindi poteva aver ragione di tutto.

La città era vicina venti minuti di autobus o quindici di treno, dieci minuti di tangenziale per i dirigenti, i capi reparto, gli operai specializzati.

Ai più anziani toccavano turni di sette ore e fine settimana liberi, i giovani potevano scegliere dodici ore di fila pagate un milione e cinquecentomilalire al mese: Con quei soldi Tony programmava la sua fuga.

Il capannone-mensa non disponeva di un’ impianto di condizionamento né di filtri e dagli attigui stabilimenti di produzione arrivava sempre la stessa miscela di aria ben lubrificata.

Ognuno di loro operai sapeva distinguere quell’aria da un comune smog cittadino dandole collocazione olfattiva esattamente nell’intorno di quella sconfinata area industriale.

In estate i benzeni, resi più aromatici dal calore, diventavano delle vere catene serrate al collo di quella gente.

Appesi alle pareti della mensa c’erano dei nuovi tvcolor, erano piazzati all’altezza delle finestre mancanti.

A Tony, i compagni, lasciavano sempre un posto dal quale poter guardare il telegiornale.

Da quando l’avevano fatto rappresentante sindacale s’era fissato con le notizie, anche nel tempo delle pause era spesso sintonizzato su qualche radio e prendeva appunti.

La Giessevu era partecipata statale per il sessanta per cento, assemblava motori di grossa cilindrata, per lo più destinati a camion.

Tony ci montava sopra iniettori, da diversi anni, a cicli di dodici ore, e così riusciva a procurarsi parecchio tempo libero.

Il suo corpo assumeva la conformazione migliore per essere veloce, sembrava quello di una grossa scimmia.

finito il turno però riacquistava un’altezza impensata, come se i suoi muscoli, a vent’anni, fossero stati di gomma elastica.

Tutti i televisori, quel giorno che faceva un caldo atroce, furono d’accordo.

Nello stesso momento, con qualche riga di troppo, trasmisero agli occhi di Tony e degli altri operai l’immagine di un uomo in papillon e camicia bianchissima, un uomo che nessuno di loro aveva mai visto.

Era un discorso ufficiale che si teneva su un palco improvvisato in piena campagna, l’audio non arrivava ai tavoli più centrali ma Tony capì dall’espressione di quel viso che stava succedendo qualcosa di importante, scattò verso una di quelle scatole e ci rimase piantato davanti, i capelli, unti di grasso lubrificante, raccolti in una coda, le braccia, incrociate e nervose, le gambe, contenute in una tuta troppo larga, divaricate e sudate come la schiena.

L’inquadratura si spostò su delle automobili Trabant, in coda, poi, da un campo di granturco, iniziarono ad uscire persone, decine di persone, con borse a tracolla, valigie, delle carrozzine.

Un ragazzo della sua età, con i capelli all’occidentale, stringeva la sua bambina bionda, la baciava e piangeva, camminando verso un cancello aperto nel filo spinato.

Un’altro, con diversi orecchini dorati, aveva gli occhi di uno che si è appena svegliato da un incubo.

Molti continuavano a correre disorientati anche dopo aver attraversato il confine.

Qualcuno poggiò la mano sulla spalla di Tony, la pausa era finita, dovevano tornare alla catena.

Quella sera Tony aspettò l’uscita dei giornali. Verso l’una di notte del venti agosto millenovecentoottantanove parcheggiò vicino l’edicola notturna, ne comprò tre diversi, li lanciò sul sedile posteriore della sua renault quattro e corse a casa con la stessa fretta di chi ha appena compiuto una rapina.

Scoprì che l’uomo della televisione si chiamava Nagy Laszlo, che le immagini arrivavano da Sopron, una cittadina ungherese al confine con l’Austria e che il palco era stato approntato per un evento chiamato picnic paneuropeo, nome che Tony trovò subito simpatico, poi assolutamente riduttivo.

Laszlo era uno dei principali organizzatori.

I ragazzi di cui non riusciva a dimenticare lo sguardo e tutte le altre persone che correvano o erano in coda al confine dentro quelle Trabant erano tedeschi, cittadini della DDR, che solo per tre ore, dalle quindici alle diciotto di quel diciannove agosto, avevano avuto la possibilità di passare nel blocco occidentale attraverso il confine ungherese per un picnic in territorio austriaco.

Quello strano evento non era stato ufficialmente avallato dal governo ungherese, godeva si di una certa soglia di tolleranza, ma non c’era la garanzia che l’esercito non avrebbe sparato al passaggio di quella gente.

Il tutto potè avvenire perchè il responsabile del controllo di quel tratto di filo spinato decise di contravvenire alle direttive che erano ben chiare, cioè di sparare a chiunque avesse tentato di attraversare il confine.

Tony seppe anche che dei settecento tedeschi che attraversarono la cortina di ferro in quelle tre ore nessuno tornò più indietro, verso est.