Archivio per dicembre, 2012

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

 

Autore: Luca Ciofani

La lampada è smaltata di rosso.

La ragazza la tirò fuori da una scatola che non sembrava poterla contenere.

Doveva essere prima di Natale quando mi venne a trovare, fuori faceva freddo, me ne accorsi quando lei si chinò a baciarmi, fra i suoi capelli si era nascosta l’aria d’inverno, mi arrivò come una novità così invadente che interruppe i soliti giochi confusi nella mia testa: Era inverno di sicuro.

Il led sta incassato in una minuscola campana di metallo che si restringe e diventa un tubicino snodato, infilato al centro di una base rotonda, dall’anima pesante, scarto di chissà quale lavorazione industriale.

La ragazza mi sorrise mentre la poggiava sul comodino.

Emette un fascio di luce fredda che si deforma solo sulle onde del lenzuolo e poi torna preciso sul vecchio pavimento in cotto, lasciando lontano il resto di questo posto.

Il collo della lampada si flette in tutte le direzioni che voglio e posso orientarlo con una sola mano, così quando di notte riesco a star sveglio o nei giorni di pioggia, che la stanza è invasa da una triste scala di grigi, mi piace scandagliare altri angoli. Illumino la cassa acustica, alta come un totem ai piedi del letto, o i centimetri di dischi schierati nella libreria di fronte, dentro custodie così colorate che danno l’idea di un lungo quadro di pop art. Se ne scelgo uno il ragazzo scuro lo mette per me e la musica proviene da tutti i lati, ma non vedo l’amplificatore, non so come faccia a funzionare l’impianto senza.

La donna con i capelli raccolti cerca di spiegarmi che è tutto collegato, piastra e amplificatore, ma io non riesco a vederli, continuo a non capire, l’amplificatore non esiste né il giradischi.

Appoggiata al muro invece c’è una chitarra, una Stratochaster, ma a volte sparisce, sempre quando fanno le pulizie. Tempo fa il ragazzo di colore me l’ha fatta provare però il mazzo mi cadeva, non ne vedevo la fine, la Fender si inclinava sul letto, facevo gli accordi ma suonava come se non premessi sulle corde, l’avrei sbattuta a terra.

Non saprei dire quando mi hanno portato in questo posto ma ormai lo conosco al millimetro, a volte mi pare di esserci già stato, ma è un ricordo così vago che penso sia solo la coda di un sogno.

Ho studiato anche l’inclinazione del sole come fa un Sioux. In estate, quando si abbassa e si infiltra orizzontale nella stanza, fa brillare l’etichetta Indiana Line della cassa, passa fra i rami fitti del bonsai che la ragazza della lampada sistemò sul davanzale quando aveva solo poche foglie.

Qualche raggio arriva sulla libreria e accende il verde della statuetta che mi ha regalato Kamal, il ragazzo scuro che mi assiste, rappresenta una divinità indiana. Shiva Nataraja, l’antico dio che danza tracciando un cerchio intorno a sé, per la fisica moderna – mi ha spiegato la signora mora – è la rappresentazione più straordinaria della danza delle particelle subatomiche, l’eterno ciclo di distruzione e creazione della materia.

Verso le otto di sera sento avviarsi le persone che lavorano nei negozi della piazza, si dicono ‘Ciao, buona serata, a domani’, so che qui sotto c’è anche un bar che fa cornetti molto buoni, come quello alla crema che un giorno mi ha portato di nascosto la ragazza della lampada.

Altre auto arrivano e qualcuna struscia il muso al bordo del marciapiede, riesco a sentire la plastica che si deforma, deve essere al massimo un secondo piano questo.

In molti vengono a cena nei ristoranti vicini, tornano che è tardi, chiudono gli sportelli e vanno via, sento le voci brille aprirsi ogni tanto in una risata e rido anch’io al pensiero di quando starò meglio.

Il ragazzo di colore mi fornisce cibo a intervalli regolari, spesso mi sveglio e ho fame, sul comodino vedo il mio bicchiere vuoto e molliche nel piatto, il giorno dopo mi dicono che ho mangiato durante la notte e ho bevuto il latte ma io insisto, non può essere, lo saprò se ho mangiato. Ovvio che scherzano e io non mi stranisco, sto al gioco, ci sono sempre stato in vita mia.

Spesso ho chiesto di poter uscire, fare anche soltanto una passeggiata, sono convinto mi farebbe bene ma non è previsto nella riabilitazione, vorrebbero portarmi sulla sedia a rotelle ed io non uscirò mai su una stupida sedia a rotelle. Solo una volta mi hanno portato fino alla finestra, quando ha nevicato, un evento -mi dissero – la neve.

Nella mia città è normale, quando facciamo le prove nel capanno che abbiamo affittato crepiamo di freddo, il camino non funziona e la stufa elettrica basta solo al tastierista per quanto è grosso.

– Ci scaldiamo col vino noi, porca di una vacca troia! Si mise a dire quello una notte che toccò rimanere li dentro, noi a suonare e la neve a scendere, non ce ne eravamo accorti e non avevamo le catene in macchina, allora restammo a suonare, fumare e bere fino alla mattina.

A me dal quarto pezzo in poi non serve più niente, divento una scheggia, una volta sono pure crollato sulla batteria nel mezzo del concerto -l’ho fatto apposta fra l’altro – e quasi non mi menavo con Fabrizio, mi avrebbe spaccato la faccia, tutto ossa e nervi, quelli così fanno male. Saranno stati in mille quella sera, pogavano e urlavano, sembrava che i muri del locale si fossero allargati per tenerli tutti.

L’ho raccontato alla signora mora che invece di ridersela s’è commossa, strana, ma inizio a volerle un gran bene, lei dice di avermi conosciuto anni fa.

Le ho promesso che quando starò meglio la porto a fare un giro e le presento il gruppo, quei bastardi sono spariti, neanche una telefonata, anzi solo il Reddis un paio di volte, ma giusto una parola, non mi capiva, continuava a ripetermi di stare tranquillo e presto tutto si sarebbe sistemato.

Intanto ripasso i pezzi a memoria.

Quando mi riprendo dalla convalescenza contatto l’impresario per una data nella mia città o anche in un club più vicino, va comunque bene, all’inizio non credo di potermi affaticare nel viaggio.

La malattia mi ha fatto invecchiare, mi è venuta la pelle ruvida come quella di un cinquantenne, sono sempre stanco tanto che non riesco ad alzarmi, quando ci provo cado come avessi una sola gamba.

Mi aiuta Kamal a lavarmi, della signora ho imbarazzo e in ogni caso la vedo poco, solo di sera, è spesso a lavoro o in giro e si occupa anche della spesa, così dice il moro.

Non so cosa mi sia successo, mi parlano di ictus ma non mi riguarda, non è possibile, non l’ho mai avuto.

Devo sforzarmi di guardare a sinistra, uno strano esercizio che non capisco, dovrei usare anche una specie di occhiali correttivi ma non vedo niente di diverso. Però credo nelle pillole, sono convinto che mi aiuteranno, quella arancio, poi quella blu e bianca, il mio amico Kamal me ne porta varie al giorno, da lui le accetto volentieri, mi tratta come si deve, mi rispetta, sa che vivo di musica e il fatto lo affascina, gli ho promesso anche delle lezioni quando starò di nuovo in piedi da solo, fra qualche giorno.

(Continua…)

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Kamal 1.2

Pubblicato: 11 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.2
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Foto Kamal 1.2

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

 

Erano le otto -le otto – trenta minuti per arrivare al lavoro e fare colazione, circa cinque per divincolarsi da quel budello di strade che rovesciava in un’ansa più grande.

La tangenziale a quell’ora sarebbe stata invasa da centinaia di particelle metalliche a distanza solo teorica. Un’arteria gonfia d’ossigeno, di umanità dai volti determinati o assonnati, ma tutti in ansia di tardare a qualcosa. La città veniva svegliata da una massa colorata e informe, che fluiva dai distretti periferici alle arterie principali fino a gonfiarne il cervello, i muscoli, a stravolgerne la forma. Tutte le mattine lì si svolgeva una corsa ferma, una guerra di posizione, combattuta fra gli sportelli delle auto per ottenere spazio, imboccare il prima possibile una laterale, arrivare e iniziare qualcos’altro, come se lo sforzo non fosse già stato sufficiente.

Marco doveva solo seguirne il ritmo e navigare quel torrente di anime. Qualcuna gli appariva davvero bella nello specchietto retrovisore, intensa nei suoi cinquant’anni, mentre si truccava.

Lo incuriosiva sempre l’adesivo ‘baby a bordo’, quel giorno diceva ‘Giulia a bordo’.

– Magari Giulia una volta si era messa in ginocchio, sul divano posteriore, a guardarsi il mondo oltre il lunotto – pensò Marco – e forse si era chiesta se quel sabato la mamma – che sa guidare – l’avrebbe portata da papà che in settimana non poteva vederla perché: ‘sai piccola, è tanto impegnato nel lavoro ’. Pensò anche che Giulia avrebbe festeggiato quel compleanno nel posto dove si mangiava i frullati alla fragola e poteva scivolare dal castello di gomma fra i cubi colorati, con mamma e papà a sorriderle da lontano, insieme, di nuovo.

Marco era stanco dell’egoismo sotteso alla voglia di essere sempre più veloci, nonostante la vita avesse i suoi momenti, sempre più giovani, come tanti Dorian Gray, impegnati a stritolare tutto nel nome di un’ individualità malsana, e non avrebbe più voluto vedere l’affetto, anche quello più vero di un’altra Giulia, macellato sull’altare dell’Io.

Ma finalmente il notiziario lo distolse da quei pensieri così deleteri, era un nuovo giorno e doveva correre per arrivare in tempo a lavoro. Deviò sulla corsia di uscita che andava parallela alla principale e che era sempre più libera – il trucco gli avrebbe fruttato almeno trenta posizioni – poi scartò a sinistra fino a quella di sorpasso nel punto in cui, salvo incidenti, il bacino di auto e motorini sarebbe iniziato a scorrere più libero: Nessun problema, manovra agevole, tutto andava meravigliosamente bene.

Un attimo di buio e dopo il tunnel imboccò Corso di Svezia. Quella strada era il principale e convulso accesso da nord verso il centro della città: Lui lo percorreva in direzione opposta e sembrava il letto di un fiume in secca. Due semafori e girare a sinistra, ma più di una volta avrebbe voluto proseguire, colpa di un enorme cartello da cui uscivano prepotenti delle villette a schiera e che recitava: ‘Qui troverai tutto lo spazio che vuoi e una vita più tranquilla’.

– Sì, poi pensava, magari un bel cane, una scuola vicino casa e qualche pecora sullo sfondo che vi bruca quello splendido verde d’ agenzia! Girò anche quel giorno.

Si arrampicò in coda fino alla piazza che dava il nome a tutto il quartiere. Quella zona sembrava staccata dalla città, come fosse incompatibile, un feudo, il cui trasporto pubblico era un minuscolo autobus, carico delle persone che lì ci andavano a lavorare e non potevano permettersi un altro mezzo. Con i vari cambi ci volevano forse due ore per arrivarci dalla stazione centrale. Niente di nuovo, vigili e multe, auto in doppia fila e signore, in panico da shopping, con i loro visi botulinici precipitati dentro certe sofisticate vetrine.

Era facile trovare parcheggio a quell’ora, riuscì a fermarsi a due passi dal lavoro, vicino al

bar-ristorante di gran moda in una zona di gran moda. Pochi tavoli inchiodati sul marciapiede, come fossero stati dimenticati così l’inverno di chissà quale anno, erano coperti da una struttura in ferro e teli di plastica opaca che trasmettevano una sensazione di poco pulito, anche se va detto, lì impastavano dei cornetti alla crema spettacolari.

Quel posto faceva il verso a tanti altri di lusso, visti in vacanza o in qualche film americano, dove potevi lasciare le chiavi dell’ auto al parcheggiatore ed entrare di slancio nel locale, solo che in quel caso il parcheggiatore era un ragazzetto rumeno di sedici anni, cresciuto fra gli spicci dell’elemosina. Pochi centesimi, dati in cambio di simili usi, servivano a quietare giusto la coscienza di qualche presunto signore, come a molti piaceva farsi nominare.

A quel ragazzetto anche lui aveva pagato la colazione e gli aveva ingenuamente mollato dieci euro quando si era inventato il ritorno in Romania, motivo studio.

– Perché, io non sono uguale a loro?

Si chiese Marco, mentre ancora in auto, con il riscaldamento acceso, ascoltava un ultimo sprazzo di discussione sul decreto proroga, fra un deputato di sinistra e un giornalista economico.

– Sono forse migliore? Quando mi salutano con un ‘buongiorno dottore’adesso mi piace, ne vado fiero, per un secondo mi elevo stupidamente nelle mia vanità, pur sapendo di mettermi a parte di una commedia del ridicolo.

I primi tempi che gli capitava prevaleva l’imbarazzo – subito tramutato in odio – per quel manierismo che pareva qualificarlo come essere superiore, ma dopo tre anni c’aveva fatto il callo, anche se razionalmente continuava a vederla per la piazzata che era.

Quel modo di pensare, di comportarsi, si stava forse infiltrando nel fondo, quel brodo dolciastro negli anni stava lacerando la guaina impermeabile della sua moralità, che all’estremo sarebbe anche sembrato cinismo.

La contaminazione però è sempre bidirezionale e i marciapiedi del quartiere si addobbavano di collane e chincaglie. Dal cashmere dei negozi – tanto caro ai borghesi di qualsiasi colore – si passava in un metro agli indumenti cento per cento poliestere, messi in disordine sulle bancarelle gestite dagli indiani. Sotto il naso dei tanti conservatori, gli africani erano arrivati forse alla terza generazione, in un paese inconsapevole della propria storica commistione di genere e che non voleva riconoscere i vantaggi che da essa otteneva. Anche se la pizzeria al taglio sotto casa vendeva più kebab che pizza. Anche se dal camion del corriere espresso scendeva Romesh, Bangladesh, un metro e sessanta, braccia grosse, volontà di ferro e sorriso smagliante a quaranta gradi all’ombra. Anche se, in alcune strade di quella città, era ormai raro sentir parlare italiano e le scuole, periferiche e pubbliche -le meno finanziate – si ostinavano ad essere un eccezionale esempio di integrazione.

– Marco caffè?

Kamal l’aveva già individuato e lo stava aspettando appoggiato alla porta del bar di seconda linea del quartiere.

– Seaaa

Rispose Marco nel suo gergo più scazzato.

– Va bene caffè per Marco e latte caldo a me.

Disse Kamal al barista nel suo italiano ancora più strampalato.

Gli indiani bevevano sempre molto latte.

Il barista si chiamava Francesco, un impeccabile filippino di trent’anni e quattro figli a carico. La sua camicia bianca faceva contrasto con il grasso sui vetri del bar ‘Eredi Pedrucci, fin dal 1965’.

Il bar poteva sfoggiare l’onorificenza di ‘Cavaliere del lavoro ’, assegnata all’ormai vetusto signor Pedrucci – del bar Pedrucci – che, all’epoca, vendeva anche uova e crostate fatte in casa, lavorava quattordici ore al giorno, per lo più da solo, anche lui con quattro figli a carico – gli eredi appunto – dai quali Francesco dipendeva.

Sul gradino del bar, a volte, se ne stava anche un ragazzo, portava sempre i capelli ben rasati e occhiali scuri, leggeva e arrotolava tabacco, scena insolita e non soltanto per il grembiule che indossava. Era impiegato in un alimentari, diceva di non avere orari certi, lavorava fin quando ce n’era bisogno, il che significava davvero molte ore. Casa sua era vicino al lago, a sessanta chilometri da lì, ma non gli importava di farseli su e giù ogni giorno. Marco capì il perché solo quando, una mattina, quel ragazzo gli raccontò di aver passato il fine settimana con le sue bambine a creare un percorso sensoriale, fatto di piante profumate. Gli disse che di quella fatica era contento e di vederle giocare libere in un posto sicuro. Nelle sue parole non si avvertiva l’elogio del mondo bucolico né il sacrificio dei padri per il benessere dei figli, ma il gusto di ritrovarsi bambino nei panni delle sue creature.

Marco aveva passato gli ultimi dieci anni fra concerti e birre ed era convinto che il tipo avesse solo svoltato molto prima di lui che solo allora iniziava a non reggere più il proprio stile di vita

Uscì con Kamal a fumarsi una sigaretta.

– Ma tu conosci mora che passa sempre q

Kamal 1.1

Pubblicato: 10 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.1
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Foto racconto Kamal

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Aprì gli occhi, la luce bastò a fargli capire che si trattava della sua stanza, riuscì a prendere il telefono sul comodino laccato arancione, guardò l’ora, aveva anticipato la sveglia puntata alle sette e mezza. Ancora venti minuti e Janis Joplin avrebbe ruggito a ripetizione nel mediocre altoparlante ‘Piece Of My Heart ’ sopra una vibrazione sfasata rispetto alla ritmica originale, ma era un ottimo inizio di giornata e durava già da un anno. Aveva tradito la Joplin un paio di mesi con Emma, occhi pericolosi e unghie ben affilate, poi le era tornato fedele anche solo per qualche minuto nei giorni di lavoro. Una chiamata persa alle tre di mattina e due messaggi, li lasciò chiusi nell’icona e se ne riscese in un sonno vago. Quella notte così alcolica non aveva sconfitto la sua capacità di riprendersi senza alcun aiuto, era sempre molto puntuale e soprattutto non aveva mai avuto né procurato problemi per via dei suoi vizi. La stanza confinava dalla parete della scrivania con quella di una ragazza irlandese, tanto rossa e lentigginosa da non tradire alcuna diversa origine se non nella perfetta padronanza della lingua italiana. Il padre era emigrato a Dublino negli anni ottanta e anche per via della crisi Anna era venuta in Italia a conoscere i suoi parenti pugliesi, aveva passato l’estate a Lecce e a settembre aveva risposto all’annuncio per l’affitto della stanza, insegnava inglese a scolaretti cinquantenni rispediti a lezione da aziende multinazionali e da enti pubblici in via di ammodernamento. In bagno, il suo enorme beauty first class stava in equilibrio sulla mensolina di plastica ingiallita che, prima dell’arrivo di Anna, era deputata al modesto compito di sostenere qualche lametta troppo usata, un tubo di schiuma da barba arrugginito alla base e un paio di deodoranti da supermercato. Il tutto, compresa la mensola e la casa, apparteneva all’agente di commercio che riscuoteva i loro fitti. Il tipo occupava la sala da pranzo inizi novecento tappezzata di cavi e schermi che accesi tutti insieme avrebbero fatto invidia ad uno studio televisivo, prima di far scattare il salvavita. Era rimasto anche un piccolo spazio per il letto e a quell’ora doveva ronfarci sopra pieno delle sue realizzazioni, supino fra il portatile connesso al sito della SIGMA dietetici e la tv che materializzava una famiglia Bradford alle prime armi, l’undici novembre duemiladieci.

Il riscaldamento non partiva prima di mezzogiorno ma l’ultimo pigiama che Marco ricordasse era di flanella blu e con gli elastici alle estremità, cibo per tarli in casa di sua nonna che era assistita da una signora alta e bionda: Enrico.

Superò l’accensione del faretto puntato in faccia con le mani appoggiate alle ginocchia come un giocatore di rugby prima di una mischia, aveva già tolto il piercing d’acciaio dal sopracciglio, stimò che gli occhi sofferenti per via del sonno mancato, dell’alcool e della luce intensa in dieci minuti sarebbero tornati accettabili, per il resto non c’era male, infilò i polsi sotto il getto d’acqua e rimase immobile tentando di assorbirne più calore possibile.

Stava uscendo dal civico ventuno alla stessa identica ora delle altre mattine ma, come se la precedente serie di gesti mnemonici non fosse bastata a dargliene certezza, buttò un occhio all’orologio della guardiola. Il giaccone di velluto nero aderiva bene al suo metro e ottantatre e si apriva alle ginocchia ad ogni passo. A volte cambiava la sciarpa con una pashmina marrone che gli aveva regalato Kamal. Accese una Chesterfield e aspirò anche quella bruma appiccicosa di novembre, un pallone di fumo sorvolò i capelli scombinati dalla cera mentre camminava preso nel giro dei suoi pensieri di trentacinquenne: Lasciare il lavoro per uno più gratificante – si vive una volta sola – comprarsi una seppur piccola casa e mettere radici lì o nella famosa città a misura d’uomo che appariva spesso nel suo immaginario, smettere quelle serate fra amici – un figlio – scendere qualche chilo, finirla di fumare venti sigarette al giorno, vendere la Ducati che soffocava sotto la cerata all’angolo del forno. Ad un anno dall’incidente con quel freddo risalivano ancora le fitte alla spalla, dalla bocca dello stomaco.

Sei mattine su sette, che gelasse, che si bagnasse la testa o che il catrame in via Simoni sgranasse al riflesso della nuova stagione, cercava la macchina, o meglio, la materializzava ripercorrendo le tappe della sera prima e inciampando in qualche ricordo mal collocato. La Rover non aveva superato il nubifragio di settembre, ora aveva in mano un nuovo telecomando ad ampio raggio e quel sabato vide le frecce lampeggiare all’uscita del supermercato, proprio sotto la ‘EMME’ sfregiata dall’incendio di qualche giorno prima. Arretrò il sedile cercando la posizione migliore, l’utilitaria non mancava in comfort, valeva – così si raccontava – tutti i trecento euro al mese per tre anni di rate, ed era l’unica cosa di un certo costo che avesse mai acquistato. Lifegate trasmetteva Messico e Nuvole nella versione ska di Giuliano Palma, bastò per un sorriso. Era fortunato sì, aveva un buon lavoro, c’era Elena che gli voleva bene, raro che mancasse una festa, un cinema o una buona bottiglia, ma tanto cercava di pensare positivo tanto un fastidio diffuso lo invadeva. La sua nuova auto da un po’ emetteva uno strano cigolio che lo innervosiva, per non sentirlo evitava le buche o alzava il volume dello stereo, la doveva portare al più presto in assistenza, anzi cambiarla, magari lanciarla contro un muro di cemento e saltare all’ultimo. Dietro quella rappresentazione stabile di vita, nel retro del palco, avvertiva un pauroso vuoto pneumatico, d’impulso sarebbe fuggito lontano ma andava ancora bene così, la sua vita era il risultato di tutte le sue scelte e non scelte e quelle forze elettrostatiche lo tenevano inchiodato in una condizione a metà, con i piedi ben piantati in terra e la testa altrove.

(Continua…)