Archivio per febbraio, 2013

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

− Il tipo abita qui vicino.
Fece Chiara, scrollando le mani per far asciugare lo smalto.
− E com’è com’è?
− Lo vuoi vedere? Mèh, vai su faccialibro, si chiama Barlaam Gio.
C’è dittu? Ma che nome è?
− Bi – a – erre – elle – doppia a…
− Ma davverò si chiama così?
− Secondo te? Cioè, secondo te uno si può chiamare così? Quello è il nome del profilo Facebook, si chiama Marco.
− Eccolo!Non c’è foto però!
Rachele riuscì di nuovo a ciccare sul telo africano di Chiara, ma era troppo difficile alzarsi dal letto per pulire, aveva il pc sulle gambe, si limitò a soffiare la cenere, che tanto l’amica era concentrata a valutare le proprie unghie diventate blu.
− E va beh poi se capita te lo faccio conoscere, n’è manco male, sui trentacinque, alto, poi che mi frega, basta che ha accettato la proposta.
Ci paracula che sei, e allora, stai andando?
− Sì due tiri e vado, passa dai, tu aspettami però, che faccio veloce.
Finì di prepararsi, qualche goccia di collirio, il profumo tutto incenso e un filo di matita. Scese al volo, doveva starci per le quattro e mezza, doveva.
Su via Simoni trovò il delirio, schivò diversi passeggini, slalom al fruttivendolo bangla con metà negozio sul marciapiede e sorpassi vari a gruppi di nonne con i carrelli per la spesa: Quei pochi metri finirono di rintronarla.

I soldi li teneva ben imboscati dove sapeva lei – quando arrivi al 21 squillami se non trovi il citofono – gli aveva detto il tipo, ma come faceva a dimenticare il citofono se c’era ‘Simpson’ scritto sopra?
Sì, ma cercò buoni cinque minuti, quella scritta si era camuffata bene, lo chiamò e chiuse al quarto squillo. Cercò ancora, non trovato, richiamò, squillo numero cinque, niente.
− Allora, il portiere di solito sta dove c’è scritto ‘uno’ o anche ‘portiere’ − pensò − lui dice di abitare a piano terra, quindi vicino al portiere e quindi in uno degli interni dal due al quattro − e si mise a fare così i conti per aggiustare il tiro sul pulsante meno sbagliato se non riusciva a beccare proprio quello giusto, poi notò ‘Sim’ sull’etichetta strappata del tasto tre, ma appena lo ebbe scoperto arrivarono impulsi irregolari al magnete del portone, questo sobbalzò un attimo, voleva essere aperto e Chiara lo aprì − Pesa un accidente, insomma per me pesa un accidente − si disse.

Nell’atrio c’era una guardiola abitabile − uguale condominio costo alto − era un fattore che considerava sempre quando cercava una casa in affitto.
Si fermò per orientarsi − Quale scala? Scala B, mi ricordo scala B, allora a destra, che fatica − pensava − che fatica, forse era meglio che non fumavo, però stavo così in pace. Magari questo non è in casa, magari! Tanto il portone mica l’avrà aperto lui, sì dai, l’hanno aperto per caso, qualche ragazzino che giocava col citofono, che ne so, magari non c’è e me ne torno dritta sul divano, mi carico un bel film, due ore di sonno ed esco fresca fresca. Questo mo inizierà col caffè e che fai e le chiacchiere di circostanza, e siediti, e l’imbarazzo a prendere i soldi e io che gli dico ricontali bene, e così poi se ne passa un bel pezzo, ma a una certa mi alzo e lo saluto. Il divano, Rachele si starà già preparando la seconda, aspettami che faccio veloce, e come no! Così mi gioco il pomeriggio libero dal bar solo per pagare la rata della moto.

Dal suo ingresso nell’atrio all’arrivo di fronte alla porta del presunto appartamento, l’interno tre, erano passati altri cinque minuti, bussò perché non vedeva il campanello, fra il nervosismo e l’imbarazzo stava seriamente pensando a uno scherzo ormai, a lei così sveglia, non era possibile.
Quando le aprirono la porta, nel corridoio tipicamente buio, mise il fuoco su dei capelli rossi, ricci e lunghi, su un reggiseno misura ampia, pantaloncini grigi e sull’ aria scoglionata di una che in faccia portava scritto: ‘Non so chi tu sia e cosa tu ci faccia qui, io non aspettavo nessuno.’ Chiara, certa di aver sbagliato appartamento, disse subito chi cercava e Anna le rispose di aspettare un attimo ‘per favore’.
In effetti ciò che veniva in mente ad Anna in quel momento era poco più di: ‘Sarai un’amica di quello strano dude che torna sempre tardi e mi sveglia in piena notte urtando questa maledetta porta di cartone. Io non ho tempo da perdere, ho da fare in camera, sto leggendo, ho appena preso un caffè lungo e stavo tranquillamente fumando quando tu hai bussato, bussato capito, ma non lo vedi il pulsante del campanello, bastava premere, to push, te lo chiamo, after that non mi rompete più!
Chiara sentì la ragazza urlare più di una volta ‘Marcoooo’, poi se la vide tornare sconfitta a dirle – Accomodati, mmm, Chiara giusto? Accomodati, fra poco Marco arriverà – in quel verbo al futuro, coniugato benissimo ai suoi capelli irlandesi.

Chiara la seguì lungo il corridoio osservando le proporzioni perfette di Anna, visualizzò quel centimetro in più del proprio girovita e la invidiò, conscia che a breve avrebbe dovuto stamparsi in faccia un buon sorriso di copertura, mai stato semplice per lei come sembrava esserlo per il resto delle sue amiche. Marco non si era accorto assolutamente di nulla, colpa del phon, perchè il phon può coprire anche un allarme antiaereo. In più stava pensando al casino che era successo al lavoro e l’effetto era triplicato, poi l’aveva messo tutto a caldo perché si voleva asciugare bene e in realtà era perché il getto caldo addosso lo rilssava, e così si era già fatto una mezz’ora, sospeso in un mondo dai colori pastello, nello spettro del giallo, concentrato sulle istruzioni della lavatrice, seduto sul bordo della vasca rivestita con piastrelle ricamate che dimostravano lo stato originario dell’appartamento, una chicca degli anni sessanta.
In realtà Marco aveva sentito un richiamo lontano, una voce in qualche modo nota – Ah sì – realizzò – dev’essere Anna, la puglirlandese che vive in questa casa e che incontro in corridoio da circa un anno, cosa vorrà, non ho lavato bene i piatti? Mah, chittese… ce ne ha sempre una, io faccio finta, non ho sentito nulla, la porta è chiusa a chiave no? E allora.
La giornata era stata dura parecchio, l’uomo che Kamal assisteva si era lanciato dal secondo piano. Marco era stato uno dei primi a vederlo e non riusciva a lasciar andare quell’immagine, rimaneva attaccata agli occhi per uno strano magnetismo.
– Il vecchio punk non e’ morto ma – pensava Marco – un uomo che fa questo in qualche modo è morto uguale, l’atto di lanciarsi è qualcosa di definitivo, di spalle, come sulla folla di un concerto, porta in sé una frattura interiore, è il finale di un dramma che dura da tempo.
Kamal era a pezzi, si sentiva responsabile di non essere stato attento al suo datore di lavoro
– Ma uno che non si alza per mesi da un letto, amico mio, che potevi immaginare che faceva una cosa del genere? Doveva succedere secondo me, era scritto e basta, e tu non c’entri proprio niente, fidati – Marco aveva cercato di scagionare Kamal dai propri sensi di colpa.
– Si va bene, capisce che tu dici Marco, ma tu hai visto signora Francesca come sta, visto no? E suo amico, venuto apposta per lui, signore ha fatto questo proprio oggi, ma perché?
– Te l’ho detto, doveva succedere, Kamal, stai sereno.

Anna e Chiara loro malgrado socializzavano e Chiara però sentiva dell’amaro sotto la lingua, quella bella rossa era la ragazza del tipo, che sorpresa – per questo forse si è così urtata all’inizio – pensò.
Finito il suo bicchiere di birra Anna si alzò di scatto in un ritorno di nervosismo e scusandosi sparì dalla cucina – ecco – pensò Chiara – ora mi tocca pure sentirmi sta discussione, la cosa si sta facendo spinosa, quasi quasi gli scrivo un biglietto e ci metto i soldi dentro, passo di là, glielo mollo e me ne torno a casa. Certo sarebbe imbarazzante uscire all’improvviso e magari beccarli che chissà cosa stanno facendo – quindi decise di restare, anche perchè voleva vedere come finiva quella storia che s’era costruita in testa e che filava così bene ma nel frattempo, come quando certi gesti partono da soli, si era messa a scrivere il biglietto su un tovagliolo, ‘Ciao Marco, ti lascio quello che avevamo deciso per questo mese…’ quando se lo vide entrare, pure lui in pantaloncini grigi e con una maglia che recitava: Dónde està mi cerveza.
– Non ci vedo più bene – penso’ Chiara – vedo sfocato cazzo, ma che mi sta succedendo oggi?
Marco invece, diritto sulla porta, se ne uscì con un brillante:
– Ciao Chiara, perdona il ritardo – e subito si disse – se ho fatto tardi stando dentro casa sto proprio fuori!
– No di niente, niente di grave… – ancora fissata sulla scritta della maglia, non riusciva a metterla a fuoco.
– Guarda che è proprio così.
– Chi? In che senso?
– No, la scritta sulla maglia, è stamapata proprio sfocata…

(Continua…)

Annunci