Archivio per maggio, 2013

Autore -Luca Ciofani-
Piazza la Rocca, sono tre chilometri Father, ce la facciamo in un lampo, Father, ho piedi di ghiaccio ma abbastanza spirits in corpo per portarti ovunque.
Allora via capitano, ‘Un sorso di rum e niente bicchiere, alla bottiglia ci toccherà bere!’
Father al mio fianco così cantava, mi strinse le corde del collo ed io bestemmiai il servizio pubblico che ci aveva abbandonato, malandati e sconvenienti, ai rischi del marciapiede. Contro un muro lasciammo i nostri caldi liquidi senza che anima osasse rimprovero, ma solo anime povere giravano, di minuta statura, pezzi di servizio, immersi nei loro piumini contraffatti e impuzziti di coriandolo, aglio, carne vecchia da sfruttare. Così, mentre andavo al mio passo distorto, pieno d’alcool e del mio orgoglio di finto capitano, quel fischio mi trafisse le orecchie. Mi voltai ed ebbi che vedere signori! Una ics umana, tutta nera, alquanto imprecisa devo dire, mi dava le spalle e offriva il petto alla bestia gialla. Father, maledetto, trasudava vapore contro quei fari. L’aveva fatto, era il quinto o l’ottavo tram che non ci dava accoglienza, fregiato dell’ostinata scritta ‘fuori servizio’, come fosse non un mezzo elettrico ma un cavallo a riposo, pur rigando molto bene, molto bene signori, sulle proprie chilometriche tracce di ferro. Più volte io e Father ci eravamo chiesti il perché di tanta ottusità ma nessuno di quei dirigenti – che pur avevano deciso del nostro destino – si era degnato di farsi vivo e lo voglio ben capire, dato che la risposta sarebbe stata commisurata alla loro burocratica violenza. E allora Father, più cocciuto di quel toro di ferro, lo aveva agguantato per le corna, incitando la piccola folla delle povere anime ad appropriarsi del mezzo e a partire, avrebbe guidato lui, fino a mete ignote ed io, il capitano, avrei seguito il mio sergente anche oltre la fine delle strade di ferro, lo giuro!

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Autore – Luca Ciofani-

Antonio era matto con le prove, e quel giorno, all’ammasso del grano, donna Concetta non poteva tener buona sua figlia Rosa.
A Rosa piaceva andarsene in mezzo a quella stanza enorme quando ogni anno, ad agosto, i contadini la riempivano di grano. Donna Concetta non se ne dava pace, perché non fosse mai che a sua figlia gli avesse preso qualcosa fra quella polvere, una polveraccia che sapeva di sudore: Non era buono per una bambina, che doveva diventare una signora, starsene in quelle condizioni, ma non riusciva ad allontanarla da tutto quel giallo, così odoroso.
Donna Concetta era di origine napoletana, di antica discendenza borbonica, un ramo lateralissimo di un immenso salice, relegato a quel territorio fatto di sassi e salite, di fazzoletti di collina o troppo battuti dal vento o sofferenti dell’ombra che non fa crescere il grano.
I mezzadri portavano il compenso a donna Concettina per la concessione delle terre del loro stesso paese. Lo chiamavo ‘la risposta’, la giusta parte della fatica di un anno, quintali di grano che allora si misuravano in grosse coppe di legno. E le altre sottrazioni che il mezzadro doveva segnare erano le giornate di lavoro già pagate ai braccianti, le proprie giornate e il sacco di grano per l’opera della trebbiatrice, la macchina che separava lo stelo dal chicco: ‘a sei’ oppure a ‘sette’ si faceva, ogni sei sacchi di grano raccolti uno andava al proprietario della trebbia, oppure uno ogni sette, dipendeva dalla sua bontà o da quella della stagione.
Antonio, oltre ad essere matto, aveva la fortuna d’essere anche forte come un mulo. Era l’unico fra i paesani che riusciva a sollevare un carro dalla parte della ruota e l’aveva dimostrato spesso, per gioco, quando la notte lo cacciavano dalla cantina e anche una volta con il carro pieno di sacchi, perché bisognava ripararne l’asse.
Peppe invece aveva la fortuna di saperlo prendere se la luna gli girava storta. Il ragazzo era diventato il protetto di Antonio un pomeriggio che si era messo a pascolare nell’erba di un altro un po’ meno povero di lui. Il proprietario l’aveva scoperto e mentre lo prendeva a schiaffi s’era presentato Antonio, come apparivano a volte i santi, almeno così Peppe raccontava. Antonio aveva preso il frustino e ad ogni vardata gridava – Olé! – come fosse al circo, mentre il tipo, che prima si divertiva con Peppe, saltava e piangeva.
Antonio se ne stava con Peppe a guardare quella signora così ben vestita, ogni tanto gli occhi si avventuravano sul taccuino che teneva donna Concetta, per poi tornare sconfitti verso i piedi della sua gonna. Donna Concetta scriveva e segnava, faceva conti, spesso non parlava e quando non parlava anche loro due stavano in silenzio, imbarazzati, impauriti quasi dal non sapersi comportare, dal rimprovero che gli sguardi di donna Concetta, sicuri e sbrigativi, riservavano alla loro natura di contadini, insita nella nascita in una stalla o al meglio in una baracca. Questo bastava a marcare un limite, a fargli tenere il capo basso e la coppola stretta fra le mani. La signora continuava a esibire con destrezza i movimenti di quella matita, tracciava segni che Antonio e Peppe non erano in grado di comprendere, addizioni, dopo le quali il suo grano era di più. Saliva la massa, e nello stesso tempo saliva l’accumulo della miseria, della fame, della rabbia dei contadini. Ma la rabbia era un sentimento che non si doveva far vedere, la rabbia era un lusso da esercitare fra animali, era peccato rivolgerla ad una nobile nascita, e quando qualche brigante non l’aveva creduto, la giustizia l’aveva convinto per mezzo dei suoi stivali di suola. La signora smise di scrivere e si rivolse alla sua serva perché andasse a prendere dell’acqua fresca alla fonte, vicina qualche centinaio di metri.
Ma se la nobiltà non guarda e gli sbirri sono lontani, forse anche Dio può distrarsi un momento – pensò Antonio. Chissà quante volte c’aveva fatto la bocca a quell’idea, ma solo allora Antonio diede la sua vera risposta che non era fatta di grano.
Rosa gli stava davanti, dispettosa, incuriosita da quell’omone che sicuro era venuto da una favola, e donna Concetta non guardava: Fu un attimo. Antonio, in un solo gesto, bestemmiò tutta la nobiltà, il salice, il suo ramo più laterale e quell’accento straniero che non lo riguardava, bestemmiò il potere ecclesiastico e costituito, i carabinieri, il sindaco, il re e la monarchia tutta! Abbracciò la bambina e la fece volare in mezzo al mucchio del grano, un gioco bonario se fosse stata una delle sue figlie, folle però lì dentro, all’ammasso. Rosa si ritrovò seduta a metà della scarpata del grano, franando ancora su quei milioni di chicchi, e nel dubbio preferì mettersi a piangere, mentre scivolava incontro alla nobile veste della madre a farsi rimproverare della sua disubbidienza.

Da vecchi, Antonio e Peppe, passavano le giornate seduti in piazza. Antonio si arrotolava le sigarette con una sola mano perché l’altra era stata offesa in guerra, la seconda, all’isola di Cipro. Non voleva mai che Peppe le rollasse per lui le sigarette, solo che gli infiammasse un cerino.
Se passavano i carabinieri, che quei due li avevano sempre presi con le molle, Antonio e Peppe li fissavano da sotto la coppola alzando la testa per salutare e così facevano con il giovane sindaco democristiano, ma con un ghigno più marcato.
I contadini erano in lotta, qualcuno doveva pure nascondersi dalle guardie e sia Antonio che Peppe sapevano bene dove, nel vecchio ammasso della casa nobiliare, abbandonata da donna Concetta e da Rosa, sposata in città e ben educata alla nuova società civile.
I cafoni scioperavano – Dio ce ne scampi – diceva il prete, lo sciopero al contrario l’avevano chiamato, invece di zappare si dedicavano a rifare le strade o a pulire i fossi, nell’attesa che la riforma agraria gli avesse riconsegnato la terra.

Il racconto è stato selezionato al concorso ‘8×8 -si sente la voce-‘ anno 2013

La mensa delle officine meccaniche era collocata in un capannone lungo quaranta metri e largo trenta.

Le finestre, ritagli in pannelli di cemento a cinque metri d’altezza, scambiavano i vapori delle minestre e del fritto con l’aria della conca che accoglieva tutto l’insediamento industriale di nord-est.

Dalle colline i capannoni sembravano bombe inesplose e i tir erano formiche, in fila lungo sottili vene grigie, che drenavano da quelle bombe ogni sorta di polveri: Ogni granello di polvere un nuovo prodotto.

La rete venosa aumentava insieme alle bombe, le formiche non si contavano più.

A metà degli anni ottanta la spianata metallica aveva raggiunto il massimo della sua potenza, da sola ingrassava tutta la regione e quindi poteva aver ragione di tutto.

La città era vicina venti minuti di autobus o quindici di treno, dieci minuti di tangenziale per i dirigenti, i capi reparto, gli operai specializzati.

Ai più anziani toccavano turni di sette ore e fine settimana liberi, i giovani potevano scegliere dodici ore di fila pagate un milione e cinquecentomilalire al mese: Con quei soldi Tony programmava la sua fuga.

Il capannone-mensa non disponeva di un’ impianto di condizionamento né di filtri e dagli attigui stabilimenti di produzione arrivava sempre la stessa miscela di aria ben lubrificata.

Ognuno di loro operai sapeva distinguere quell’aria da un comune smog cittadino dandole collocazione olfattiva esattamente nell’intorno di quella sconfinata area industriale.

In estate i benzeni, resi più aromatici dal calore, diventavano delle vere catene serrate al collo di quella gente.

Appesi alle pareti della mensa c’erano dei nuovi tvcolor, erano piazzati all’altezza delle finestre mancanti.

A Tony, i compagni, lasciavano sempre un posto dal quale poter guardare il telegiornale.

Da quando l’avevano fatto rappresentante sindacale s’era fissato con le notizie, anche nel tempo delle pause era spesso sintonizzato su qualche radio e prendeva appunti.

La Giessevu era partecipata statale per il sessanta per cento, assemblava motori di grossa cilindrata, per lo più destinati a camion.

Tony ci montava sopra iniettori, da diversi anni, a cicli di dodici ore, e così riusciva a procurarsi parecchio tempo libero.

Il suo corpo assumeva la conformazione migliore per essere veloce, sembrava quello di una grossa scimmia.

finito il turno però riacquistava un’altezza impensata, come se i suoi muscoli, a vent’anni, fossero stati di gomma elastica.

Tutti i televisori, quel giorno che faceva un caldo atroce, furono d’accordo.

Nello stesso momento, con qualche riga di troppo, trasmisero agli occhi di Tony e degli altri operai l’immagine di un uomo in papillon e camicia bianchissima, un uomo che nessuno di loro aveva mai visto.

Era un discorso ufficiale che si teneva su un palco improvvisato in piena campagna, l’audio non arrivava ai tavoli più centrali ma Tony capì dall’espressione di quel viso che stava succedendo qualcosa di importante, scattò verso una di quelle scatole e ci rimase piantato davanti, i capelli, unti di grasso lubrificante, raccolti in una coda, le braccia, incrociate e nervose, le gambe, contenute in una tuta troppo larga, divaricate e sudate come la schiena.

L’inquadratura si spostò su delle automobili Trabant, in coda, poi, da un campo di granturco, iniziarono ad uscire persone, decine di persone, con borse a tracolla, valigie, delle carrozzine.

Un ragazzo della sua età, con i capelli all’occidentale, stringeva la sua bambina bionda, la baciava e piangeva, camminando verso un cancello aperto nel filo spinato.

Un’altro, con diversi orecchini dorati, aveva gli occhi di uno che si è appena svegliato da un incubo.

Molti continuavano a correre disorientati anche dopo aver attraversato il confine.

Qualcuno poggiò la mano sulla spalla di Tony, la pausa era finita, dovevano tornare alla catena.

Quella sera Tony aspettò l’uscita dei giornali. Verso l’una di notte del venti agosto millenovecentoottantanove parcheggiò vicino l’edicola notturna, ne comprò tre diversi, li lanciò sul sedile posteriore della sua renault quattro e corse a casa con la stessa fretta di chi ha appena compiuto una rapina.

Scoprì che l’uomo della televisione si chiamava Nagy Laszlo, che le immagini arrivavano da Sopron, una cittadina ungherese al confine con l’Austria e che il palco era stato approntato per un evento chiamato picnic paneuropeo, nome che Tony trovò subito simpatico, poi assolutamente riduttivo.

Laszlo era uno dei principali organizzatori.

I ragazzi di cui non riusciva a dimenticare lo sguardo e tutte le altre persone che correvano o erano in coda al confine dentro quelle Trabant erano tedeschi, cittadini della DDR, che solo per tre ore, dalle quindici alle diciotto di quel diciannove agosto, avevano avuto la possibilità di passare nel blocco occidentale attraverso il confine ungherese per un picnic in territorio austriaco.

Quello strano evento non era stato ufficialmente avallato dal governo ungherese, godeva si di una certa soglia di tolleranza, ma non c’era la garanzia che l’esercito non avrebbe sparato al passaggio di quella gente.

Il tutto potè avvenire perchè il responsabile del controllo di quel tratto di filo spinato decise di contravvenire alle direttive che erano ben chiare, cioè di sparare a chiunque avesse tentato di attraversare il confine.

Tony seppe anche che dei settecento tedeschi che attraversarono la cortina di ferro in quelle tre ore nessuno tornò più indietro, verso est.