Archivio per giugno, 2014

Kamal zero

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Uncategorized

 

Kamal stava in Italia per svoltare. Aveva giurato di emigrare in un preciso momento che era ancora bambino. Aveva solo cinque anni ma si orientava così bene per le stradine del mercato di Mumbai che pareva averle stampate nel cervello come una pista per biglie. Sembrava un falchetto in picchiata fra gli uomini e le donne avvolte da metri di stoffa colorata, passava le ali sui sacchi di peperoncino e curcuma e scompigliava le decine di sari in mostra per i turisti. Nel momento in cui decise il suo futuro correva forte con un segreto stretto nella mano. Uscì dal mercato e si infilò nel mucchio di case basse. Ad ogni vicolo i suoi piedini perdevano aderenza e alzavano polvere, poi il paese finì e Kamal si perse nella sterpaglia dominata dall’odore della discarica, finì anche l’odore e il piccolo falco sparì come si fosse sciolto su un muro bianchissimo, ma a veder più da vicino c’era una crepa. Oltre quel taglio un orto abbandonato dove resistevano solo le fragole, ma in un angolo riparato. Kamal riprese fiato con il dorso delle ali nella terra e il cielo sulle gambe. Aprì il palmo e osservò con terrore il suo segreto: tre monete. Due già viste alla bancarella di suo padre, due monete uguali, non ne sapeva pronunciare bene il nome, non sapeva cosa sarebbe riuscito a comprarci e forse mai nessuno gli avrebbe venduto niente, non gli importava, il segreto era talmente grave che neanche ci avrebbe provato a rivelarlo. Le rupìe le conosceva ma l’altra moneta, lucente come il vetro dei bracciali di sua madre, quella era davvero un mistero, poteva anche portare una maledizione, era stato un peccato mortale accettarla. Non l’avrebbe mostrata a nessuno, non a suo fratello né al suo amico Rishi, che era come un fratello ma più complice, non abbastanza però, l’avrebbe messo nei guai.

  • Mostrerò questa moneta solo quando le mie ali saranno diventate davvero enormi, in grado di farmi viaggiare oltre il mercato e il paese, oltre il Rajastan e la città fatta di case blu, così un giorno darò forma a tutti i racconti dei saggi, mi inchinerò davanti al grande tempio del Taj Mahal, attraverserò il grande fiume e Varanasi, la città santa che vive da quando esiste l’uomo.

Un giorno sarebbe volato sui moderni palazzi di Dheli e avrebbe attraversato l’oceano, lasciando Goa lontana sulla riva.

  • Era meglio che non rimanevo solo, forse se non sorridevo non mi dava niente – pensò guardando il cielo scorrere – potevo andare a casa di nonno, mi aiuta sempre, invece sono finito al vecchio orto, tanto gli altri non ci vengono ché hanno paura, però non ci posso restare fino a stasera, devo sbrigarmi a ritrovare il posto.

Al mercato Kamal stava seduto dietro le ciotole delle polveri colorate, sistemate sul banco in una ordinata scala cromatica. Erano di tutte le sfumature del giallo, dell’azzurro e soprattutto del rosso.

Stava seduto alla fine del giallo quando il gruppo si fermò a guardare, aveva contato dodici persone, tre per le tre falangi di ogni dito escluso il pollice che le tocca: Così faceva suo padre con le spezie.

Il gruppo aveva continuato il giro a parte una ragazza. Era molto diversa dalle donne della sua famiglia che erano basse e avevano i capelli lunghi e neri, i visi più rotondi e non mettevano camicie ne’ pantaloni. Lei sembrava un uomo e portava a tracolla una grossa borsa quadrata. Era rimasta ad annusare le spezie con gli occhi chiusi. Qualcuna le provocava una smorfia altre sembravano stupirla, come avesse trovato le polveri giuste per lei. D’ improvviso si fece indietro e guardò verso Kamal. Si tolse gli occhiali e prese dalla borsa un arnese che finiva in un tubo, l’alzò fino al viso e si spostò guardandoci dentro dalla parte quadrata.

  • Chissà che c’è la dentro – pensò Kamal e sorrise, in automatico, come il padre faceva con i suoi clienti.

La francese rimase ferma un bel pezzo e dopo aver scattato un paio di volte ripose la macchina fotografica, si avvicinò al bambino, prese le monete dalla tasca dei jeans passandogli quella mano così bianca fra i capelli.

Kamal trovò il sasso giusto, scavò e tirò fuori il panno di cotone, dentro c’ era un minuscolo coltello, due conchiglie di cui una rotta e la perlina che la sorella aveva perso in casa. Il franco francese doveva nasconderlo meglio di tutte quelle cose e delle rupie, sarebbe stato il suo amuleto o la sua maledizione, non lo sapeva ancora a cinque anni e non ne fu certo neanche vent’anni dopo, quando le stradine del mercato erano diventate le traverse di corso Svezia e l’orto in cui nascondersi un garage a ore. I dieci chili di merce contenuta nel lenzuolo, per come riusciva a vendere lui, potevano valere trecento euro. Il giochetto si ripeteva almeno una volta a settimana quando i marciapiedi si riempivano troppo, allora le divise bianche si facevano vedere. Non era difficile scappare, i ragazzi afferravano i quattro angoli del lenzuolo e la bancarella diventava un fagotto lanciato sulle spalle, comodo per correre. Kamal non era mai stato preso grazie alle sue doti di corridore, alla sua capacità di carpire ai primi segnali la retata in arrivo, alla sua statura minuta che gli permetteva di svicolare fra le auto per poi nascondersi e sbirciare gli eventi. Certo per lui era un lavoro provvisorio quello della bancarella, sperava che avrebbe avuto un negozio come i paesani più svegli, c’era tempo per tutto, quando sarebbe arrivata Mayra l’avrebbe aspettata su una bella macchina, l’avrebbe portata in casa sua, figli, parecchi, e la domenica tutti a mangiare il gelato. Sarebbero andati in villeggiatura come facevano i signori del quartiere Claro e dopo qualche anno avrebbero rivisto il loro paese e portato regali ai parenti. Ma per ora doveva stare attento, il permesso di soggiorno era la sua preoccupazione principale, il passo successivo verso il suo sogno.

 

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Vojoslav

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Schegge - racconti brevi-
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Stevo afferrò il polso di Voj e iniziò a girarlo.

  • Mi hai tradito, mi hai tradito con lei, non mi devi pugnalare così, ho annusato la tua puzza lì intorno, non sono stupido

Stevo fece durare quelle parole fino a che il ragazzo cedette a terra, dolorante ma non rotto.

Piangere Vojoslav non piangeva dalla volta che un militare, per gioco, aveva mitragliato il suo cane.

Al dolore fisico s’era formato negli anni, anche se il suo corpo non era cresciuto poi tanto. La genetica si era espressa tutta nella fronte, così dominante che rendeva gli occhi due buche nere a capo di un naso da squalo. Le guance erano lati scoscesi di un cono che concludeva in una bocca minuscola, priva di mento, ma sufficiente a fare della sua rabbia un bolo che cristallizzava tutto nelle ossa da tisico.

  • Quella non la devi toccare, è come se ti scopi la mia moglie, capisci Vojslav? Ti piace la mia moglie eh, ma non la devi scopare, e non devi toccare neanche tutte le altre moto del garage, hai capito?

  • Va bene, si va bene Stevo, tranquillo, sta tranquillo

  • Tieni Voj, fuma

  • No, non fumo

  • Ah Vojoslav, tu non fumi lo so, ma dovresti, quando fumi sputi anche il sapore della guerra, le schegge di mina, il fumo disinfetta la tua anima, per questo io fumo sempre, guarda, lo vedi lo sporco della mia anima come vola, tu racconti al prete e io fumo, il fumo sale e porta i miei peccati in cielo, è uguale no?

Stevo si allungò tutto verso il soffitto del garage, così apparve sul collo il solito tatuaggio che s’ era fatto incidere per coprire il taglio della baionetta. Voj non credeva alla storia della baionetta, come non credeva alla questione del fumo e dei peccati anzi, gli sembrava una bestemmia definire quel gesto una preghiera.

  • Tieni, bevi il Maraschino, è rosso come il sangue, si mischia al sangue e lo pulisce dall’uranio impoverito

  • No Stevo, non bevo

  • Tu non bevi tu non fumi, però almeno ti piace scopare, e guidare le donne degli altri è come scopare le loro moto! Senti Vojoslav, se lavori bene altri due anni io poi ti compro una moto, così monti quella, non il mio Cbr.

Ma Voj amava la moto di Stevo, era un coltello piantato sulla strada, pazza e tanto potente da poter tagliare in due un carrarmato, quello sognava in fondo Vojoslav: Vendetta per il suo cane.

Stevo, il padrone del garage, ora sorrideva, bevuto e fatto d’erba, dal sedile di una vecchia Polar buttato vicino al frigo.

Voj pensò che avrebbe saputo ucciderlo, ma gli doveva rispetto, perché nei traffici di auto e pistole, fra le ragazze stipate in quel furgone diretto in Italia, Stevo c’aveva messo anche lui, mentre i suoi compagni morivano sotto i cecchini o sulle mine, seminate nei campi di Racak come fossero patate.

Iniziò il turno di notte, Stevo lanciò la bottiglia nel frigo e senza nemmeno salutarlo scivolò nel buio della rampa cercando di intonare Start wearing purple dei Gogol bordello.

  • Se il maraschino non gli cura il sangue sicuro lo rende più docile, morirà presto – pensò Voj – e la sua moto diventerà alluminio per lattine.

Il ragazzo prese da sotto il divano il Cronaca vera stampato tre mesi prima: Riusciva a capire meglio le parole perché erano associate a tante foto, e quasi solo foto di belle fighe, le foto poi iniziarono a sfocare, vide la Cbr di Stevo, la sua donna tutta vestita di carbonio, seppe che l’avrebbe tradito di nuovo. Come un sonnambulo la montò e la accese, quel borioso di Stevo metteva le chiavi sotto una gomma, per questo s’ era accorto che Voj l’aveva spostata il giorno prima.

Quando la sentì vibrare in mezzo alle gambe Vojoslav rivide le strade bucate di Pristina, i caschi blu e il padre, in ginocchio nella porcilaia, fra i maiali sterminati dai serbi.

Voj si ripeté che era solo un caso che la guerra non gli avesse rubato un occhio, l’indice o il medio della mano destra con i quali tirava il freno della moto, oppure il piede sinistro che poggiava sulla pedalina del cambio. Ingranò la prima, regolò il gas con il palmo e le altre dita che non stavano sul freno, si tese in avanti, un attimo al lancio verso la rampa, ma allo stacco della frizione la moto sobbalzò e si spense.

Il garage intanto si era riempito: I suoi amici, ancora tutti vivi, lo stavano rimproverando perché aveva perso il momento esatto che portava in sé tutti gli altri sognati.
Voj arrossì cercando il click del folle, la bestia urlò ancora più violenta, allora il ragazzo scaricò tutta la sua rabbia accelerandola, fino a sballare il contagiri, diede un colpo nervoso al cambio e la moto scodò sul pavimento di linoleum.

Si ritrovò sulla Gianicolense già di marcia alta. Senza averne piena coscienza aveva lasciato il garage, con il suo divano impregnato di benzina e il quindici pollici lercio di video porno. Non sarebbe più tornato indietro, Stevo l’avrebbe macellato di botte o l’avrebbe dovuto macellare lui.

Scendeva bene, tenendo a mente i riferimenti che aveva imparato passando con il tram, il tabaccaio, l’altro bar, l’inizio del parco. La selvaggia era perfetta come l’aveva sempre creduta, rapace fra sciami di scooter, e lui, Vojoslav, era diventato ciò che il suo nome significava, il guerriero destinato a cavalcarla. Evitò di andare in giro a farsi vedere, voleva strada libera, all’altezza del San Camillo, svoltò per la periferia. Cercò le indicazioni del raccordo, la terra di cui sempre aveva sentito parlare, la strada della gare, delle uscite infilate a duecento orari e dei curvoni affrontati sulla spalla più estrema dei pneumatici, era l’unico dei racconti di Stevo a cui ancora credeva e voleva starci dentro anche lui.

Comprese subito il ritmo della moto, si sentì pronto a scendere in curva, spostò il peso sul ginocchio destro e lei lo seguì in un inchino, così fece a sinistra e di nuovo a destra: Erano due splendidi corpi che facevano l’amore dentro la corsia.

Quando le gomme furono calde Voj rimise la Cbr in linea, serrò le cosce e la sferzò così forte che la moto schizzò come se prima fosse stata ferma, la carreggiata divenne un imbuto, Vojislav si inclinò in avanti tanto che la sua pancia divenne parte del serbatoio, infilò le gambe dentro il motore e la testa nel minuscolo cupolino, poi chiuse gli occhi, lui e la sua bestia si diedero tutto il coraggio che avevano e scomparvero dietro la curva più stretta.

– Racconto selezionato al concorso  8×8 2014