Archivio per la categoria ‘Kamal’

Yoga

Pubblicato: 21 dicembre 2014 in Kamal, Uncategorized
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Fissa il pensiero sul sopracciglio, senti il respiro, espira e inspira nello stesso momento, semplice.
Visualizza un fiore, uno che ti piace, ma senza analizzarlo, osserva, respira, osserva, non fare niente, respira, osserva, non pensare, non sezionare, ma osserva.
Apri gli occhi ora, porta le mani giunte al petto, salutiamoci con il suono cosmico, pronunciamo Om, Oommm.
Il posto più vicino a Chiara fu lo yoga del venerdì in palestra, abbonamento open élite 15 mesi, oppure 10 anni votati alla fede Fit.
Il posto più vicino a casa era la stiva extralusso di una delle navi gemelle arenate dagli anni sessanta sull’altipiano del tiburtino, divise dal tratto pianeggiante di via viollier. Il Fit era collocato nel piano interrato del palazzo. Il palazzo affondava le radici per trenta metri sotto terra tramite delle palizzate che secondo l’agente immobiliare lo rendevano antisismico. La nave soffriva di infiltrazioni sul terrazzo, le scale erano rivestite in gomma, i muri interni erano scrostati, le parti in legno erano incise di infamie ai presidenti di squadre di calcio o d’amore per katia e Lorenza, o di scazzo, o di date, date di esami sostenuti all’università, date di scudetti, date di fidanzamenti, date di mutui esauriti, numeri di telefono mai composti, merda, Gianni 1983. Sulla colonna in mattoni un de Chirico, una scena di mercato, una stella di natale lampeggiante, un ombra che sale sulla scala b, una bella ragazza che guarda nella cassetta della posta, Om, il posto più vicino all’india era lì, in fondo alle scale sigillate da un cancello.
Da lì, a metà della nave, venivano gli odori di bagnoschiuma e forse i topi.
Chiara era in fondo alle scale, vicino ai bagni, nella ‘sala large’, il venerdì all’una usciva dal fiore, dal narciso che immaginava, tutta stesa su un petalo del narciso, vestita, nuda, stava sul petalo e non lo guardava, era distesa sorridente sul petalo e guardava il cielo infinito dell’india. L’india, mesi in viaggio nelle regioni dell’india, il deserto di sale che nasce d’inverno quando il mare lo schiude, e nel deserto di sale navigano alcuni indiani, indiani reietti, lontani, gruppi di colore sperduti nel deserto di sale. Ti fai accompagnare per venti dollari al giorno, gli fai delle foto, due copie istantanee con la polaroid e una con l’attrezzatura professionale, una copia la lasci a loro, ai reietti, e ti ringraziano, tu ringrazi loro perché non sanno nulla del mondo che esplode, non sanno niente oltre le strade nel sale. Lì c’ è Chiara con la sua Nikon, Chiara. La barista.
Fu così che la ducati, venduta di nuovo, finanziò quel viaggio di sei mesi che sarebbero diventati otto poi dieci poi un anno e ancora non finiva, il grande viaggio di Chiara.
Nei sotterranei della nave di via Viollier si apriva il deserto dell’India e si poteva visitare tutto in pochi minuti.
Incontrare gli zingari reietti dell’India durante la notte, in una tenda piazzata accanto ad una Mercedes finita: Contiene Chiara che dorme abbracciata al suo zaino da viaggio.

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Kamal 2.1

Pubblicato: 20 agosto 2013 in Kamal

Quando ti si avvicinano troppo, e troppo in fretta, devi attaccare.

Devi caricare bene il pugno tanto che il piede deve spostarsi sulla punta così, attraverso la spalla, trasmetterai alla faccia dell’avversario buona parte del tuo peso.

Se non sei lucido, se non capisci al volo quello che ti sta succedendo intorno, non riuscirai a fare niente di tutto questo. Dovevi allenarti, ma non sei un boxer, non sei costretto a esserlo.

Kamal non capisce bene cosa ordina la gente, la musica è troppo alta e il suo italiano è scadente, per questo l’hanno messo alle birre, la scelta è binaria: Rossa o bionda?

Suona forte e canta meglio, stai recensendo il frontman, è il figlio di Tony, ce l’ha fatta, suona stasera a villa Ada.

La penisola non straborda di gente. Hai incontrato Chiara che il sole era basso. Preferisci muoverti presto così puoi osservare la gente che arriva, vedere come si orienta, come si compone il pubblico, piano piano, fai statistica.

Il punto che si sceglie per fermarsi non è mai centrale, pudore, o forse gli angoli sono più sicuri.

Tu e Chiaretta avete finito la terza birra, Chiara non è alta, indossa dei sandali, anche tu porti sandali che ti avvolgono l’alluce, cammina con la schiena dritta la ragazza, preferisci il suo profilo destro, quello con i capelli rasati.

Quando siete vicino al palco incontri Francesca, la donna ti abbraccia, ti stringe forte, è una donna molto bella, guardi la reazione di Chiara mentre lo fa, non sa che è la moglie di Tony, sta con un uomo alto che spinge la carrozzina, immagini che sia il Reddis, e quello sulla carrozzina è lui.

Deve pesare molto, sei imbarazzato, lui ti guarda, metà del viso è caduto, l’altra metà mantiene un tono notevole, cerchi di risalire ai suoi vent’anni, lui ti attraversa da parte a parte con uno sguardo fermo, hai i brividi, non vi scambiate una sola parola e non è necessario, sai molto di lui e del Reddis, Francesca ti ha parlato anche di lei, ma sei convinto che anche non conoscendoli ti saresti fermato ad osservarli.

Era venuta due giorni prima in farmacia:

  • Lei è il famoso amico di Kamal?

  • Eh, si… famoso, non credo

  • Un giorno prendiamo un caffè insieme? Credo ti interessi sapere qualcosa di più, poi si vede che non sei un insensibile, ti conosco anch’io da tempo, in qualche modo hai partecipato

    A quelle ultime parole avresti pianto, ti sei sentito coinvolto ma allo stesso tempo quella donna si stava prendendo cura anche di te.

La convincesti a portare Tony al concerto del figlio, ti invitò e tu sei venuto con Chiara.

Sei convinto che Chiara impazzirà quando gli dirai che sono loro i protagonisti della storia che hai iniziato a raccontargli.

Lei si ricorderà del tentato suicidio di Tony, era lo stesso giorno che venne a portarti la prima rata della moto che gli hai venduto, lo stesso giorno che trovò Anna ad aspettarla sulla porta – pensava che fosse la tua ragazza – e invece la tua ragazza è quella a cui hai dovuto giustificare le tue mancanze fino a quando, l’altro ieri, gli hai confessato che non ci sei più da parecchio, da quell’esatto giorno.

I tuoi amici stanno arrivando, anche Irene, l’amica di Chiara a breve ci sarà, tu credi che possa piacere a Massimo o anche a Pierpaolo, vuoi completare il quadro, ma qualcuno manca.

Tranquillo, sta arrivando, si sta facendo largo in malo modo, è scoordinato dalla rabbia, è biondo, ha le braccia disegnate di vene, è meno grosso di te però è molto più veloce. Ha lasciato la sua cara moto, tutta modificata con pezzi in carbonio, proprio davanti all’ingresso della villa. Ha spintonato uno della sicurezza ed è entrato, lo stanno seguendo ma lui ha già attraversato la seconda transenna, quella dell’area concerti.

Mentre sei concentrato su Tony lui ti viene incontro, passa a sinistra della carrozzina e si infila fra Chiara e il Reddis che si sono appena dati la mano, non ti dice niente, saranno venti centimetri che vi separano adesso, è troppo poco, non sei stato pronto, i buttafuori sono abbastanza lontani, interverranno dopo, quando avrai già il sangue in bocca e starai già pensando a come vendicarti dello sfregio ma ora, Marco, sei fregato.

Kamal 2.2 – Kino

Pubblicato: 9 agosto 2013 in Kamal
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  •    Ti fa tanto male il labbro?

  • Niente di ché, sta passando

  • Non mi aspettavo una scena del genere, Cristian l’ha capito da facebook che stavamo andando al concerto, è innamorato di me e forse c’ho un pò giocato su sto fatto

  • Si ok, lascia stare, tanto prima o poi lo ribecco

  • No no, basta, e suuuuu

  • Non fare la solita gatta stronzetta

  • Miah… Dai finisci di raccontare!

  • Che impressione ti hanno fatto?

  • Molto fighi, proprio tutti, il Reddis sembra Albert di Candy Candy!

  • Che riflessione profonda, devo dire che lei signorina è un bel soggetto, decisamente!

  • Si, quell’aria sognante, spalle larghe, rassicura molto, è davvero uno buono secondo me, e quello stile Beat generation: Albert! Francesca è la donna che vorrò essere un giorno, una gran tipa, spirituale e sveglia, come dire, consistente, si vede che ha sofferto parecchio, almeno quanto il marito, ma ci sa stare, suo figlio promette bene

  • Musicalmente dici?

  • Anche in altri sensi, mica male…

  • Ma c’ha solo vent’anni

  • E beh?

Marco allora le saltò addosso, le prese i polsi con una mano e con l’altra iniziò a farle solletico

Baastaaaaa! Raccontami di Tony, ti prego!

  • I Kino, li vuoi sentire?

  • Dai dopo, non ti alzare

  • Perché, mo stai bene più tu di me?

  • Oh non ne lasci passare una, sei vendicativo, sto fatto non mi piace

  • Ah no?

  • Ragazzo, non mi fare la guerra, ci rimetti, te lo dico subito!Incenso, l’incenso che viene dall’India, una lampada a forma di lucertola o di gego attaccato sul muro, accesa insieme a quattro candele, e fumo, anche quello dell’erba.

    Le gambe di Chiara sembravano più lunghe, scurite dal mare, il mare che muoveva il soffitto, e La Locomotiva viaggiava nella playlist, la stessa forza della dinamite, la fiaccola dell’anarchia.

    Chiara lo strinse, dal lato opposto del torace, la guancia attaccata alla sua giugulare.

  • Soffocare così, ci starei…

  • Mmmmm, che… ma… che pensi, stai tranquillo

  • I kino, Tony li aveva visti al Leningrado Rock Club , inizio anni ottanta, un viaggio organizzato dal sindacato

  • Ah, aspè…

    La ragazza fece un sorso di Traminer dal baloon e lo passò a Marco

  • No no, è troppo dolce

  • E perchè l’hai portato allora?

  • Perché sicuro ti piaceva

  • Infatti, paraculo

  • Io? E tutta questa scena? E le candeeleee e l’incenso, secondo me pure la musica è quella tipo, quanti ci sono passati, quanti ne hai bruciati?

  • Sei ingiusto, tu non mi conosci, l’ultima storia mi ha dilaniata, , quasi non ricordo più niente di prima… è come se dovessi ricostruirmi, recuperare pezzi, ma lasciamo stare…

  • Scusa… mi dai un sorso?

  • Tié

  • Tony credo che flasciò, un rock club in Russia di quei tempi, certo non ti aspettare il punk occidentale, era un buon rock, di protesta, Tony poi cercò dei contatti, insomma…

  • Aspetta, lui voleva arrivare a Leningrado con quel pulmino? Veramente?

  • Si, così, non voleva fermarsi a Berlino, voleva arrivare in Russia

  • Ahahaha pazzo, stava fuori!

  • E mica poco

  • Ma ci sono arrivati o no?

  • Questo, non lo saprai mai!

  • Tanto lo chiedo al ragazzetto, stai tranquillo

  • Come vuoi, io non te lo dico proprio, ahahahah

  • E io non ti farò dormire mai più!

    Passò Trust me di Janis joplin, poi curr curr guagliò, Mi ami dei cccp, Annarella, Me face male a chepa di Silvestri, Officina Zoè, Pane e coraggio di Fossati, La Canzone del Riformatorio, Police on my Back, kanzone Doce; Poi si fece giorno, poi, si fece giorno e suonò Take a little peace of my Heart dal telefono di Marco. Un ubriaco della notte farneticò qualcosa sotto la finestra di Chiara, del primo piano.

 (continua…)

– E quindi?
– Quindi Tony si mise in aspettativa dalla fabbrica, e convinse il Reddis a saltare la sessione invernale, all’università.
– E i soldi?
– Tony aveva qualcosa da parte, tre o quattro milioni, di lire, vendette il Renault e prese un suppostone
– Cos’è il suppostone?
– Il suppostone è il pulmino della Wolkswaghen, quello tipo figli dei fiori, e partirono, capì?
– Assurdo! Tutta l’Europa dell’est voleva saltare il muro e loro fecero il contrario
– Diciamo che andarono contro traffico

Marco si attaccò alla pinta appena gliela misero davanti. Da quando la sua cliente, la tipa mora, gli aveva raccontato la storia del marito, di Tony, il vecchio punk, devastato dall’ictus, non smetteva di chiedersi se lui l’avrebbe mai fatto un viaggio del genere.

– Chiara ma tu lasceresti il lavoro al bar, l’università, mi rivenderesti la tua nuova, bellissima Ducati usata, per un’idea, una voglia, una passione, come fecero il Reddis e Tony e gli altri due del gruppo?
– Se ti sei pentito di avermi venduto la moto e te la vuoi riprendere così, ti sbagli proprio bello!
– Quanti anni avevi ai tempi di Genova, del G8?
– Sedici, diciassette, più o meno
– Io ne avevo ventitre, sai, non c’ho neanche pensato ad andarci. a Genova, non mi rendevo conto del movimento no global e di quello che stava per succedere, si, ascoltavo i 99posse, avevo una mezza idea di come stavano le cose, ma andare a Genova per me non aveva senso: Forse un senso gli eventi lo acquistano dopo, no?
– Ma boh, ormai è storia, conosco e sicuro anche tu conosci parecchi che sono stati nel social forum, un esperimento molto figo, fare massa critica, un nuovo modo di comunicare, di auto organizzarsi, a me è rimasto questo, il metodo…
– Io oggi sarei voluto esserci, non la notte della Diaz, ma questo è già un limite. Se parti ti accolli anche i rischi. Potevo andarci ma non l’ho fatto, invece Tony ebbe l’istinto, oppure aveva seguìto così bene quella storia che quando il muro stava per esplodere lui era già pronto a partire, a rischiare di perdere tutto: Secondo me è dna.

Iniziarono le scale di basso e la prova microfono.
La penisola, dov’era il bar e i vari stand di legno, sembrava un plettro agganciato per la punta alla riva del laghetto.
Su quella punta c’era l’accesso all’area concerti mentre il palco era sistemato nella parte più ampia, non troppo lontano dal loro tavolo.
Passava luglio e Villa Ada ne portava tutti i sintomi, il suo petto matido emergeva da un vestito a fiori, era pronta a smarrire chiunque l’avesse incontrata, cosi febricitante e fertile.
Marco e Chiara non avevano più alcun motivo di vedersi, l’affare era concluso, lei aveva la sua moto e lui tutti i suoi soldi. Però si sentivano, ogni giorno, quasi ogni ora, ogni messaggio aveva la sua risposta, anche stupida, anche con un certo ritardo e quel ritardo alzava la posta fino a quando si sarebbero rivisti di nuovo, e ancora, solo un’altra volta, prima di andare in ferie, andare via dalla città, chiudere un anno con tutta la paura che comporta la fine di una magia.

– La seconda ci sta, pure la terza, mi spieghi perché a na certa non ci fermiamo?
– Che ne so, ma tu lo senti come si sta bene? – fece Marco –
– Perché, stai bene?
– Fanculo Chià!
– Ahahah dai non ti stranire su su, che dici, ci avviciniamo?
– Non vuoi sapere come finisce la storia di Tony?
– Me la racconti dopo
– Dopo quando?
– Eeeeh, dopo! Tu non ti preoccupare…

 

Il cielo è sempre parecchio blu.
La birra, nera.
La musica, sempre di gente morta trent’anni fa, insieme alla musica.
La birra buona è anche molto amara.
‘ Hai parecchi capelli bianchi, e la barba anche, guardati ‘
Fa un schiuma bianca, una specie di latte, sotto, è amara, come il caffè ‘
‘ Vado a pisciare, c’è fila, vado fuori ‘
‘ Non ci vediamo mai di giorno, ce ne sono parecchi bianchi ‘
‘ Nella mia nuova stanza c’entra il divano, di pelle, questo ci sta perfetto’
Le sigarette non arrivano mai alle cinque, sempre tenerne un paio in macchina per tornare.
‘ Quanto vuoi pe sto divano? ‘
‘ Duecinquanta ‘
‘ Cent’euro ‘
Cinque pezzi da venti che forse erano quattro, no cinque, neanche li esce che il tipo li ha già piegati in tasca e s’è allontanato con la sua coda di cavallo.
Sempre tenerne due in macchina.
Una schiuma bianca che deve scendere e mischiarsi col caffè di sotto, si deve riposare, si spilla a tre riprese.
Alza il cazzo di divano.
‘ Oh ma come ce lo porto a Rebibbia? ‘
‘Nell’Alfa non ci sta? Ahahgahaga ‘, riprende coda di cavallo e soldi.
Qualcuno continua a vivere in baracca e ha pure l’antifurto.
Qualcuno sparisce sempre, qualcuno è sempre al cesso, al cesso fuori, chimico, o al cesso normale, dove ci sono gli indirizzi dei blog attaccati sulle piastrelle.
Storieofficina, nero e con la O rossa, sulla finta traccia grigia di un pneumatico, è ad altezza occhi, sopra il pulsante dello scarico.
Qualcuno si rivede sempre, dopo qualche anno, s’è lasciato, ‘ tornato! ‘ libero, e si rincastra ancora, che cosi’ vuole stare.
‘La spillammo a Berlino, no, a Dublino ‘
A Kreuzberg l’adesivo è attaccato in un cesso, a Friedrichshain sta su un lampione.
Sta tornando dal cesso, sta lasciando il divano, sta arrivando la birra riposata, sta buttando il pacchetto, coda-cavallo accende luci, la riccia mette il giubbino ma non va a casa con lui.
Al quinto piano si spilla la birra, si va a vedere la schiuma bianca delle scogliere che è novembre e quasi buio, in foto si vede solo il profilo di una testa pelata, di una faccia da doberman.
Il lampione è uno albero incollato di locandine.
Kamal, spilla.
Loro stanno ballando.

Barlaam

(Continua…)
(altro…)

La mensa delle officine meccaniche era collocata in un capannone lungo quaranta metri e largo trenta.

Le finestre, ritagli in pannelli di cemento a cinque metri d’altezza, scambiavano i vapori delle minestre e del fritto con l’aria della conca che accoglieva tutto l’insediamento industriale di nord-est.

Dalle colline i capannoni sembravano bombe inesplose e i tir erano formiche, in fila lungo sottili vene grigie, che drenavano da quelle bombe ogni sorta di polveri: Ogni granello di polvere un nuovo prodotto.

La rete venosa aumentava insieme alle bombe, le formiche non si contavano più.

A metà degli anni ottanta la spianata metallica aveva raggiunto il massimo della sua potenza, da sola ingrassava tutta la regione e quindi poteva aver ragione di tutto.

La città era vicina venti minuti di autobus o quindici di treno, dieci minuti di tangenziale per i dirigenti, i capi reparto, gli operai specializzati.

Ai più anziani toccavano turni di sette ore e fine settimana liberi, i giovani potevano scegliere dodici ore di fila pagate un milione e cinquecentomilalire al mese: Con quei soldi Tony programmava la sua fuga.

Il capannone-mensa non disponeva di un’ impianto di condizionamento né di filtri e dagli attigui stabilimenti di produzione arrivava sempre la stessa miscela di aria ben lubrificata.

Ognuno di loro operai sapeva distinguere quell’aria da un comune smog cittadino dandole collocazione olfattiva esattamente nell’intorno di quella sconfinata area industriale.

In estate i benzeni, resi più aromatici dal calore, diventavano delle vere catene serrate al collo di quella gente.

Appesi alle pareti della mensa c’erano dei nuovi tvcolor, erano piazzati all’altezza delle finestre mancanti.

A Tony, i compagni, lasciavano sempre un posto dal quale poter guardare il telegiornale.

Da quando l’avevano fatto rappresentante sindacale s’era fissato con le notizie, anche nel tempo delle pause era spesso sintonizzato su qualche radio e prendeva appunti.

La Giessevu era partecipata statale per il sessanta per cento, assemblava motori di grossa cilindrata, per lo più destinati a camion.

Tony ci montava sopra iniettori, da diversi anni, a cicli di dodici ore, e così riusciva a procurarsi parecchio tempo libero.

Il suo corpo assumeva la conformazione migliore per essere veloce, sembrava quello di una grossa scimmia.

finito il turno però riacquistava un’altezza impensata, come se i suoi muscoli, a vent’anni, fossero stati di gomma elastica.

Tutti i televisori, quel giorno che faceva un caldo atroce, furono d’accordo.

Nello stesso momento, con qualche riga di troppo, trasmisero agli occhi di Tony e degli altri operai l’immagine di un uomo in papillon e camicia bianchissima, un uomo che nessuno di loro aveva mai visto.

Era un discorso ufficiale che si teneva su un palco improvvisato in piena campagna, l’audio non arrivava ai tavoli più centrali ma Tony capì dall’espressione di quel viso che stava succedendo qualcosa di importante, scattò verso una di quelle scatole e ci rimase piantato davanti, i capelli, unti di grasso lubrificante, raccolti in una coda, le braccia, incrociate e nervose, le gambe, contenute in una tuta troppo larga, divaricate e sudate come la schiena.

L’inquadratura si spostò su delle automobili Trabant, in coda, poi, da un campo di granturco, iniziarono ad uscire persone, decine di persone, con borse a tracolla, valigie, delle carrozzine.

Un ragazzo della sua età, con i capelli all’occidentale, stringeva la sua bambina bionda, la baciava e piangeva, camminando verso un cancello aperto nel filo spinato.

Un’altro, con diversi orecchini dorati, aveva gli occhi di uno che si è appena svegliato da un incubo.

Molti continuavano a correre disorientati anche dopo aver attraversato il confine.

Qualcuno poggiò la mano sulla spalla di Tony, la pausa era finita, dovevano tornare alla catena.

Quella sera Tony aspettò l’uscita dei giornali. Verso l’una di notte del venti agosto millenovecentoottantanove parcheggiò vicino l’edicola notturna, ne comprò tre diversi, li lanciò sul sedile posteriore della sua renault quattro e corse a casa con la stessa fretta di chi ha appena compiuto una rapina.

Scoprì che l’uomo della televisione si chiamava Nagy Laszlo, che le immagini arrivavano da Sopron, una cittadina ungherese al confine con l’Austria e che il palco era stato approntato per un evento chiamato picnic paneuropeo, nome che Tony trovò subito simpatico, poi assolutamente riduttivo.

Laszlo era uno dei principali organizzatori.

I ragazzi di cui non riusciva a dimenticare lo sguardo e tutte le altre persone che correvano o erano in coda al confine dentro quelle Trabant erano tedeschi, cittadini della DDR, che solo per tre ore, dalle quindici alle diciotto di quel diciannove agosto, avevano avuto la possibilità di passare nel blocco occidentale attraverso il confine ungherese per un picnic in territorio austriaco.

Quello strano evento non era stato ufficialmente avallato dal governo ungherese, godeva si di una certa soglia di tolleranza, ma non c’era la garanzia che l’esercito non avrebbe sparato al passaggio di quella gente.

Il tutto potè avvenire perchè il responsabile del controllo di quel tratto di filo spinato decise di contravvenire alle direttive che erano ben chiare, cioè di sparare a chiunque avesse tentato di attraversare il confine.

Tony seppe anche che dei settecento tedeschi che attraversarono la cortina di ferro in quelle tre ore nessuno tornò più indietro, verso est.

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

– E l’hai presa in Spagna?
– Cosa?
– La maglia, l’hai presa in Spagna no?
Marco la guardò stranito, la scritta era evidentemente in spagnolo – Dove vuoi che l’abbia presa, a Berlino? – stava per rispondere, ma per assurdo non l’aveva comprata in Spagna:
– No, ad un concerto di Tonino Carotone, al Ventiquattro, lo conosci?
Chiara scoppiò in una risata liberatoria, di quelle a cui non puoi resistere anche se non ne capisci il motivo e Marco non aveva bisogno di altro quel giorno.
Lei batteva la mano sul tavolo, la bocca spalancata e le lacrime che le facevano ancora più verdi gli occhi, mentre a Marco iniziavano a far male anche gli addominali che s’era dimenticato di avere.
– Si come no…
Risata compulsiva di Chiara.
– Ci vado spes…
Risata soffocata di Chiara.
– Si, conosco pure i baristi li den…
Chiara, con la guancia attaccata al tavolo della cucina di quello sconosciuto, avvertiva una certa familiarità.
Marco tentò di rimettersi in piedi, aggrappato allo stesso suo tavolo, con gli occhi piantati sul viso di quella sconosciuta.
Il loro guardarsi senza pudore, nella comunione di una risata, aveva già segnato il passo.

Marco tu non lo sai, ma il tuo cervello ha già deciso, senza di te.
Ha valutato in pochi secondi quanto la ragazza ti possa piacere, non puoi opporti, da quel momento ti sei comportato come non avresti voluto e adesso, che le guardi le labbra a qualche centimetro di legno dalla tue, sai bene che potrebbero divorarti, sai che hai poche possibilità di scappare.

E quella decisione, Chiara, di andare a casa di Marco a portargli la rata e di farti aspettare dalla tua amica Rachele, come fosse un cavo di sicurezza grazie a cui saresti riuscita a tornare anche al buio, seguendolo con le mani, non è stata casuale.
In testa avevi solo l’affare della moto, però hai provato amarezza quando ti ha aperto quella splendida rossa e non lui, perché? Volevi scappare lasciandoli in corridoio a discutere, quindi ti sei messa a scrivere il biglietto che resterà lì, incompleto, e che lui leggerà quando sarai andata via, conoscerà la tua scrittura: Tu i biglietti non li scrivi a chiunque e lo sai. Andrai via così tardi che Rachele la troverai addormentata sul tuo telo africano, tutto sporco di cenere, e sarai contenta di non star sola, sorriderai, come Marco, di quel particolare solletico alla pancia.

La ragazza si mise in piedi, tirò giù la maglia dei Motorhead e Marco si accorse che dal lato della guancia, che prima stava sul tavolo, i capelli erano rasati.
Un caffè, la moka era ancora piena di quello della mattina ed almeno su quel punto della convivenza Anna non metteva bocca – La sparata in corridoio se la poteva risparmiare – pensò Marco – è troppo suscettibile, neanche fossi il suo ragazzo.
Marco smontò i pezzi e soffiò dal beccuccio del filtro, il fondo di polvere esaurita gli cadde compatto sulla mano: Il metodo non era dei piu’ igienici ma funzionava alla grande.

– Insomma, Giada come va?
Le chiese.
– Chi è Giada scusa?
– Giada è la moto, non te l’ho detto.
– Siete terribili.
– Chi scusa?
– Voi maschietti, date i nomi alle moto come fossero le vostre ragazze, che però dicono sempre di sì eh! così è facile.
Marco intanto cercava uno di quegli accendini esauriti che diventavano ottimi accendigas, salvo che l’irlandese non li buttasse.
– Dovrei farti la pippa sul rapporto privilegiato che ognuno di noi ha con la propria moto, sul fatto che il serbatoio, quando lo stringi fra le gambe e ti ci sdrai sopra, ha qualcosa di sensuale, ma sicuro questi discorsi li avrai sentiti spesso…
– E invece no, nessuno me ne aveva parlato in questo modo, ma perché me l’hai venduta?
– Considera che è passato un anno e la spalla ancora fa male, te l’ho raccontato il volo no?
– Sì è vero ma non sei nè il primo nè l’ultimo che cade, io due volte nella mia vita, eppure…
– Sì sì, questo è vero, forse non ero un motociclista ma solo uno che aveva la moto, zucchero?
– Cosa?
– Dunque, quanto zucchero ti metto nel caffè?
– Ah, scusa, se c’è di canna uno e un po’, se no amaro.
– Allora amaro, mi dispiace.
Chiara affidò a quella tazzina l’ultima speranza di riprendersi dal joint del pomeriggio.
(Continua…)

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

− Il tipo abita qui vicino.
Fece Chiara, scrollando le mani per far asciugare lo smalto.
− E com’è com’è?
− Lo vuoi vedere? Mèh, vai su faccialibro, si chiama Barlaam Gio.
C’è dittu? Ma che nome è?
− Bi – a – erre – elle – doppia a…
− Ma davverò si chiama così?
− Secondo te? Cioè, secondo te uno si può chiamare così? Quello è il nome del profilo Facebook, si chiama Marco.
− Eccolo!Non c’è foto però!
Rachele riuscì di nuovo a ciccare sul telo africano di Chiara, ma era troppo difficile alzarsi dal letto per pulire, aveva il pc sulle gambe, si limitò a soffiare la cenere, che tanto l’amica era concentrata a valutare le proprie unghie diventate blu.
− E va beh poi se capita te lo faccio conoscere, n’è manco male, sui trentacinque, alto, poi che mi frega, basta che ha accettato la proposta.
Ci paracula che sei, e allora, stai andando?
− Sì due tiri e vado, passa dai, tu aspettami però, che faccio veloce.
Finì di prepararsi, qualche goccia di collirio, il profumo tutto incenso e un filo di matita. Scese al volo, doveva starci per le quattro e mezza, doveva.
Su via Simoni trovò il delirio, schivò diversi passeggini, slalom al fruttivendolo bangla con metà negozio sul marciapiede e sorpassi vari a gruppi di nonne con i carrelli per la spesa: Quei pochi metri finirono di rintronarla.

I soldi li teneva ben imboscati dove sapeva lei – quando arrivi al 21 squillami se non trovi il citofono – gli aveva detto il tipo, ma come faceva a dimenticare il citofono se c’era ‘Simpson’ scritto sopra?
Sì, ma cercò buoni cinque minuti, quella scritta si era camuffata bene, lo chiamò e chiuse al quarto squillo. Cercò ancora, non trovato, richiamò, squillo numero cinque, niente.
− Allora, il portiere di solito sta dove c’è scritto ‘uno’ o anche ‘portiere’ − pensò − lui dice di abitare a piano terra, quindi vicino al portiere e quindi in uno degli interni dal due al quattro − e si mise a fare così i conti per aggiustare il tiro sul pulsante meno sbagliato se non riusciva a beccare proprio quello giusto, poi notò ‘Sim’ sull’etichetta strappata del tasto tre, ma appena lo ebbe scoperto arrivarono impulsi irregolari al magnete del portone, questo sobbalzò un attimo, voleva essere aperto e Chiara lo aprì − Pesa un accidente, insomma per me pesa un accidente − si disse.

Nell’atrio c’era una guardiola abitabile − uguale condominio costo alto − era un fattore che considerava sempre quando cercava una casa in affitto.
Si fermò per orientarsi − Quale scala? Scala B, mi ricordo scala B, allora a destra, che fatica − pensava − che fatica, forse era meglio che non fumavo, però stavo così in pace. Magari questo non è in casa, magari! Tanto il portone mica l’avrà aperto lui, sì dai, l’hanno aperto per caso, qualche ragazzino che giocava col citofono, che ne so, magari non c’è e me ne torno dritta sul divano, mi carico un bel film, due ore di sonno ed esco fresca fresca. Questo mo inizierà col caffè e che fai e le chiacchiere di circostanza, e siediti, e l’imbarazzo a prendere i soldi e io che gli dico ricontali bene, e così poi se ne passa un bel pezzo, ma a una certa mi alzo e lo saluto. Il divano, Rachele si starà già preparando la seconda, aspettami che faccio veloce, e come no! Così mi gioco il pomeriggio libero dal bar solo per pagare la rata della moto.

Dal suo ingresso nell’atrio all’arrivo di fronte alla porta del presunto appartamento, l’interno tre, erano passati altri cinque minuti, bussò perché non vedeva il campanello, fra il nervosismo e l’imbarazzo stava seriamente pensando a uno scherzo ormai, a lei così sveglia, non era possibile.
Quando le aprirono la porta, nel corridoio tipicamente buio, mise il fuoco su dei capelli rossi, ricci e lunghi, su un reggiseno misura ampia, pantaloncini grigi e sull’ aria scoglionata di una che in faccia portava scritto: ‘Non so chi tu sia e cosa tu ci faccia qui, io non aspettavo nessuno.’ Chiara, certa di aver sbagliato appartamento, disse subito chi cercava e Anna le rispose di aspettare un attimo ‘per favore’.
In effetti ciò che veniva in mente ad Anna in quel momento era poco più di: ‘Sarai un’amica di quello strano dude che torna sempre tardi e mi sveglia in piena notte urtando questa maledetta porta di cartone. Io non ho tempo da perdere, ho da fare in camera, sto leggendo, ho appena preso un caffè lungo e stavo tranquillamente fumando quando tu hai bussato, bussato capito, ma non lo vedi il pulsante del campanello, bastava premere, to push, te lo chiamo, after that non mi rompete più!
Chiara sentì la ragazza urlare più di una volta ‘Marcoooo’, poi se la vide tornare sconfitta a dirle – Accomodati, mmm, Chiara giusto? Accomodati, fra poco Marco arriverà – in quel verbo al futuro, coniugato benissimo ai suoi capelli irlandesi.

Chiara la seguì lungo il corridoio osservando le proporzioni perfette di Anna, visualizzò quel centimetro in più del proprio girovita e la invidiò, conscia che a breve avrebbe dovuto stamparsi in faccia un buon sorriso di copertura, mai stato semplice per lei come sembrava esserlo per il resto delle sue amiche. Marco non si era accorto assolutamente di nulla, colpa del phon, perchè il phon può coprire anche un allarme antiaereo. In più stava pensando al casino che era successo al lavoro e l’effetto era triplicato, poi l’aveva messo tutto a caldo perché si voleva asciugare bene e in realtà era perché il getto caldo addosso lo rilssava, e così si era già fatto una mezz’ora, sospeso in un mondo dai colori pastello, nello spettro del giallo, concentrato sulle istruzioni della lavatrice, seduto sul bordo della vasca rivestita con piastrelle ricamate che dimostravano lo stato originario dell’appartamento, una chicca degli anni sessanta.
In realtà Marco aveva sentito un richiamo lontano, una voce in qualche modo nota – Ah sì – realizzò – dev’essere Anna, la puglirlandese che vive in questa casa e che incontro in corridoio da circa un anno, cosa vorrà, non ho lavato bene i piatti? Mah, chittese… ce ne ha sempre una, io faccio finta, non ho sentito nulla, la porta è chiusa a chiave no? E allora.
La giornata era stata dura parecchio, l’uomo che Kamal assisteva si era lanciato dal secondo piano. Marco era stato uno dei primi a vederlo e non riusciva a lasciar andare quell’immagine, rimaneva attaccata agli occhi per uno strano magnetismo.
– Il vecchio punk non e’ morto ma – pensava Marco – un uomo che fa questo in qualche modo è morto uguale, l’atto di lanciarsi è qualcosa di definitivo, di spalle, come sulla folla di un concerto, porta in sé una frattura interiore, è il finale di un dramma che dura da tempo.
Kamal era a pezzi, si sentiva responsabile di non essere stato attento al suo datore di lavoro
– Ma uno che non si alza per mesi da un letto, amico mio, che potevi immaginare che faceva una cosa del genere? Doveva succedere secondo me, era scritto e basta, e tu non c’entri proprio niente, fidati – Marco aveva cercato di scagionare Kamal dai propri sensi di colpa.
– Si va bene, capisce che tu dici Marco, ma tu hai visto signora Francesca come sta, visto no? E suo amico, venuto apposta per lui, signore ha fatto questo proprio oggi, ma perché?
– Te l’ho detto, doveva succedere, Kamal, stai sereno.

Anna e Chiara loro malgrado socializzavano e Chiara però sentiva dell’amaro sotto la lingua, quella bella rossa era la ragazza del tipo, che sorpresa – per questo forse si è così urtata all’inizio – pensò.
Finito il suo bicchiere di birra Anna si alzò di scatto in un ritorno di nervosismo e scusandosi sparì dalla cucina – ecco – pensò Chiara – ora mi tocca pure sentirmi sta discussione, la cosa si sta facendo spinosa, quasi quasi gli scrivo un biglietto e ci metto i soldi dentro, passo di là, glielo mollo e me ne torno a casa. Certo sarebbe imbarazzante uscire all’improvviso e magari beccarli che chissà cosa stanno facendo – quindi decise di restare, anche perchè voleva vedere come finiva quella storia che s’era costruita in testa e che filava così bene ma nel frattempo, come quando certi gesti partono da soli, si era messa a scrivere il biglietto su un tovagliolo, ‘Ciao Marco, ti lascio quello che avevamo deciso per questo mese…’ quando se lo vide entrare, pure lui in pantaloncini grigi e con una maglia che recitava: Dónde està mi cerveza.
– Non ci vedo più bene – penso’ Chiara – vedo sfocato cazzo, ma che mi sta succedendo oggi?
Marco invece, diritto sulla porta, se ne uscì con un brillante:
– Ciao Chiara, perdona il ritardo – e subito si disse – se ho fatto tardi stando dentro casa sto proprio fuori!
– No di niente, niente di grave… – ancora fissata sulla scritta della maglia, non riusciva a metterla a fuoco.
– Guarda che è proprio così.
– Chi? In che senso?
– No, la scritta sulla maglia, è stamapata proprio sfocata…

(Continua…)

meccanico

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Cristian si avvicinò al banco degli attrezzi e si passò uno straccio fra le mani, appena focalizzò il numero sul display ebbe di nuovo quello stupido tremore e per poco mancò il tasto di risposta.
Deglutì, cercando di simulare un tono distratto:
– Aeh, buongiorno, come? l’hai trovata?
– Siiii, è proprio lei! l’ho già fermata.
– Magari gli davo un’occhiata prima io no?
– Cri’ lo sai che ci capisco, però la devi vedere comunque!
– Fai la mattina?
– Stacco alle cinque, puoi? Dai dai dai…
Cercò un motivo per dirle di no, c’era riuscito un paio di volte in una botta d’orgoglio maschile, dopo era stato molto male però, convinto di aver perso un’occasione.
Sapeva di poter rinunciare a molto per vederla, anche solo per poco, pochi minuti al giorno, se li sarebbe fatti bastare sempre: Tanto s’era intossicato di lei.
– Sì, penso di sì.
– Verso le cinque e mezza? Una doccia e scendo, tanto è proprio all’angolo di casa,
non ci posso credere! Cristian, ti devo lasciare… a dopo!
– Sì ok, a dopo.
Il ragazzo infilò il telefono in tasca, poi lo rimise sul banco e scivolò di nuovo sotto il motore sforzandosi di ricordare dove fosse rimasto.
Aveva cancellato chissà quante volte il numero di Chiara dalla rubrica con il solo risultato di impararlo a memoria. Quella voce, occupava qualche assurdo recettore scavato nelle sue cellule nervose e azzerava la volontà di smetterla, ne era convinto ma non se ne faceva capace.
– Vedi, lì, vicino al forno.
Cristian le stava a fianco, mentre Chiara gli parlava ma non riusciva neanche a guardarla in faccia, pensava solo a come rimuovere quella specie di virus che lo rendeva un pezzo di piombo.
La seguì, perché gli veniva di seguirla, non desiderava altro.
Si fermarono davanti ad un telo grigio.
– L’ho sempre notato e ieri però mi sono accorta della scritta vendesi, che poi mica è normale scrivere vendesi a spray su una cerata, boh! Allora l’ho alzata un pò e già dal cerchio si capiva… A quel punto l’ho proprio scoperta, mi guardavano tutti, forse pensavano che la volevo rubare!
–E’ il seieventi iniezione?
– Dark, telaio nero ma il serbatoio è rosso, l’ha cambiato lui, sei marce e doppio disco serie oro da trecentoventi millimetri all’anteriore, c’è qualcosa da rifare, però non sai a quanto l’ho presa!
Cristian sciolse i laccetti e tirò via la copertura ormai lurida: Certo fa sempre effetto – pensò – è una signora moto questa, niente da dire, il telaio a traliccio la rende più stabile di molte altre giapponesi e in curva non perde un millimetro.
Sperò che la condensa dell’inverno non avesse mandato in tilt l’impianto elettrico. Abbassò svelto la leva dell’aria, accese il quadro, la moto fece il check senza problemi mandando le lancette a fondo corsa per poi riportarle in posizione, le spie si spensero tutte tranne il verde del folle, tranne il rosso nella sua testa.
Chiara trattenne il fiato, appena l’iniezione terminò il suo sibilo la moto urlò dai due grossi terminali ovali proprio come doveva una Desmo e nessun’altra bicilindrica.
Il motore girava irregolare per via dell’aria tirata e copriva le loro voci, quando riceveva più gas trasmetteva vibrazioni sull’asfalto intorno per poi tornare a battere inquieto. Mentre apettavano che andasse a temperatura, l’attenzione di Cristian si era spostata tutta sulla Ducati.
– Le gomme sono consumate al centro, non c’è andato per curve, puoi farci altri tre, quattromila chilometri, poi le devi cambiare.
Chiara si sentiva sotto esame come se Cristian stesse valutando una sua opera. Lo guardava, gli sembrò bello così concetrato ma non le bastava, non era colpa sua se non riusciva a vederci altro se non un bel fisico, un bel carattere, un amico a cui avrebbe potuto far male.
– Il tipo c’è caduto, te l’ha detto?
– Sì che me l’ha detto, è uno preciso! -Sorrise fingendosi offesa e il ragazzo dovette difendersi da quel viso- La moto ha preso una botta ma non sulla forcella, guarda, l’ho provata va dritta, dobbiamo solo trovare la pedalina del cambio e raddrizzare la staffa del quadro strumenti.
– Aspetta faccio un giro.
Cristian saltò su togliendo al volo il cavalletto, distrattamente tirò indietro la moto con la forza dei fianchi e allungò le braccia venose fino al manubrio.
– Ha l’antisaltellamento, quando scali marcia la ruota non ti si blocca e poi senti che morbida la leva della frizione, e brava la barista!
Ingranò la prima ed il Ducati Monster fece un impercettibile scatto in avanti, impaziente di liberarsi dal morso della frizione, seconda, terza, la moto era dritta e pronta in ripresa, arrivò al curvone pinzando sul freno e scese in piega a gas costante.
Quando tornò all’angolo del forno rimase a guardare la ragazza mentre lei stava con le mani sui fianchi e gli occhi sgranati, voleva sapere, Cristian tolse il casco e gli fece l’occhiolino.
– E’ perfetta, puoi girarci anche adesso, tieni, sali.
– E tu però mi segui con la tua? Ti offro un aperitivo ti va’?
Va bene – si disse – sapessi prenderti come questa moto andrebbe molto meglio però.
Cristian aveva la ottoeventi ma pensava a una Brutale, in pochi gli stavano dietro fra le curve data la sua genetica carenza di paura, innata come lo è il senso del ritmo.
Nelle uscite Chiara montava con lui, di solito la domenica o anche tutto il fine settimana.
Avevano la stessa passione, ogni giorno libero era buono per girare e marzo regalò due splendide domeniche di sole.
L’autogrill in uscita dopo la barriera autostradale era il posto perfetto per i motociclisti: Colazione, sigaretta, benzina. Entrarci alle nove di mattina era uno spettacolo d’acciaio, alluminio e carbonio.
Arrivare, affiancarsi alle altre moto del gruppo ed estrarre il cavalletto, sganciare il casco e impilarlo allo specchietto retrovisore o poggiarlo sul serbatoio, smontare, aprire la lampo del giubbotto, mettere gli occhiali da sole, erano gesti prima di tutto estetici, prove di stile.
Chi cercava davvero le curve indossava la tuta in pelle che non si strappa scivolando sull’asfalto, con protezioni su spalle, ginocchia e spina dorsale. Non ne avevano bisogno gli harleysti, la loro filosofia era molto diversa, occupavano la corsia sfilando su quintali di metallo, rilassati e lenti come orsi, odiavano le moto agili e a superarli si avvertiva sempre una leggera tensione, odiavano i ducatisti, in particolare i guidatori di Monster, e finalmente anche Chiara poteva sentirsi odiata.
C’era riuscita, mentre altre della sua età giocavano con paia di scarpe, borse e ragazzi Chiara aveva risparmiato i soldi per comprarsi una moto, ne aveva provate anche di più affidabili e potenti ma aveva voluto sempre e solo quella nuda e per assurdo l’aveva trovata ferma sotto casa.
Era caduta già due volte ma bene, invece il ragazzo che vendeva era volato oltre la moto rimasta in piedi, quasi intatta, incastrata al muso dell’auto che non si era fermata allo stop.

Anticipo di seicento euro, trecento per i quattro mesi successivi, subito il passaggio di proprietà.
Niente banche di mezzo, un accordo con il tipo che si era fidato di lei.
Avrebbe potuto cercarla nel bar dove lavorava da tre anni o anche a casa.
La ragazza sapeva come trattare, sapeva dare la mano, era stata il figlio maschio, aveva imparato per strada a leggere gli uomini, li riconosceva subito e sapeva istintivamente cosa prendere e dare e fino a che punto…
(continua…)

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Girò la chiave mentre articolava la caviglia sull’ accelleratore.

La vecchia Twingo partì a fatica come tutte le mattine.

– Lo so che mi lascerai a piedi, ma oggi no, proprio no… La pregò a voce alta.

L’auto ebbe tutto il tempo di scaldarsi, ferma nel traffico di Corso Svezia in direzione centro.

Nello specchietto dell’aletta parasole gli occhi andavano tingendosi di nero e di un azzurro tenero e qualche ruga a margine si tamponava bene con il fondotinta fluido preso al volo nella farmacia sotto casa.

La prospettiva di rivedere Carlo la emozionava, in tutto quel tempo si era parecchio trascurata e quella era l’occasione per guardarsi di nuovo allo specchio.

Sparò a palla la musica, le ginocchia scivolavano strette nei jeans e si portavano appresso le spalle e il bel collo dritto, ogni tanto la donna tirava indietro qualche ciuffo che sfuggiva dal fermacapelli.

Con la coda dell’occhio notò che il ragazzo sul suv di destra la guardava protetto dai suoi Carrera scuri: Si era accorto di lei e non poteva farle che piacere.

Piano ricominciò a respirare con la pancia, come quando saltava cantando i pezzi dei Clash o si muoveva lenta, immersa nel buio dei Depeche Mode.

Carlo stava per partire ma ne volle essere certa.

– Hola Reddis, ci sei?

– Buongiorno! Hai paura che non vengo?

– Eh, con te non si sa mai, la pasta è quella.

– Tranquilla ragazza, sto per uscire di casa, parto fra un’ora.

– Bùono, alle tre in stazione, chiamami che poi ti dico dove sono, t’aspetto in doppia fila.

– Sempre la macchina gialla?

– Sempre!

– A dopo.

L’ufficio non distava molto dalla stazione centrale ma anticipò di mezz’ora l’uscita nonostante il permesso del pomeriggio, lei che tendeva sempre allo straordinario, dedita allo schermo del suo pc come un prete all’altare.

Aveva rinunciato alla metà di vita precedente per quel lavoro, cambiato città, salutato gli amici con una bella festa e pagato i vari conti che gravavano sulla famiglia. Una manna a tempo indeterminato contro l’eterna cassa integrazione e una casa vera invece del bilocale in affitto era un’ opportunità rara alle soglie dei quaranta, era fortuna, destino le dissero tutti.

Non c’era stato alcun dubbio nel decidere, ma l’analisi degli ultimi cinque anni che ripeteva come un mantra ogni notte, rimasta sola nel letto, dava sempre un meno. Quella leggera amarezza che provava i primi tempi era dilagata fino a conclamarsi in un grosso senso di colpa, e lei non dormiva più.

– Carlo?

– Sì sto uscendo, da che lato? Ho alle spalle i binari.

– Bravo, vieni verso destra.

Lo individuò, svettava fra la folla e ne riconobbe la camminata distratta, più lenta di una volta. Un paio di Rayban e un giaccone verde con il cappuccio, il vecchio Parka, la tracolla che lo sbilanciava da un lato e tutto rientrava nel personaggio, il vagabondo di sempre.

Gli corse incontro e l’abbracciò come una disperata, come capitava. Francesca pianse, a singhiozzi, finalmente, una bambina sul petto di quell’uomo, piangeva e si asciugava con la mano, aggrappandosi alla giacca, graffiandola, respirando l’odore familiare che certe persone emanano, uguale anche dopo anni, l’odore di casa, la traccia di una chiara appartenenza.

Era una giornata che si poteva star fuori, andò bene il primo bar che trovarono.

– E i medici cosa dicono?

– Lo seguono al Policlinico…

Tirò forte dalla sigaretta, le mani gli tremavano ancora e lo sfogo le aveva provocato una costrizione allo stomaco.

Francesca cercava le parole da mettere in fila come fossero stampate sul piano di quel tavolino di plastica scolorita ma non le trovava, forse erano coperte dal posacenere della Martini, le sembrò di vederle stampate su quel bicchiere rovinato da troppi anni di servizio e allora provò a passare due dita lungo il bordo di vetro come per sentirne il brail, ma niente.

Il suo amico l’aiutò, si sporse e le mostrò il palmo della mano, fu lì che Francesca trovò i segni da seguire.

– Ho sete, tu ne vuoi un altro? Le chiese Carlo mentre la mano della donna stava tutta fra le sue.

– Ah, sì.

– Sempre lo stesso?

– Sì, sì lo stesso, grazie.

Francesca continuò.

– Senti Carlo, non si ricorda quasi più nulla, non mi riconosce, non ha mai avuto a che fare con me, ci credi? Io sono la signora mora. Non sa bene in che anno siamo e forse crede che la nostra stanza sia una sorta di reparto d’ospedale. Di te invece si ricorda bene ma ti chiama ancora il Reddis e mi dice che quando sarà uscito mi presenterà il suo gruppo, quelli della band, ti rendi conto adesso?

– Porca troia, boh, insomma, quando lo chiamai a settembre avevo capito qualcosa del genere…

– Non è solo questo, i medici parlano di Neglet, cerco di spiegarti… Il cazzo di ictus l’ha devastato anche fisicamente, sta a letto, non muove più la parte sinistra del corpo però Carlo, in realtà non sa neanche più di averla quella parte!

– Che? In che senso?

Stavolta Carlo iniziò ad agitarsi, si irrigidì come se di botto si fosse spalancata la porta di una stanza dalla quale prima arrivava un vociare sommesso e qualcuno gli avesse urlato bene in faccia la questione.

Carlo lo rivide cantare, trent’anni prima, ‘No future’ dei Sex Pistols e tirare la maglia sudata addosso al pubblico. Il suo amico era stato un vero frontman, viveva sul palco e alimentava il suo ego quando il locale era strapieno, rivide la follia nei suoi occhi gonfi di adrenalina, l’istinto della rock star, del cacciatore, l’uomo solo contro tutti, quello dietro cui si nascondevano lui e il resto della band mentre la gente gli avrebbe strappato la carne, questo aveva sempre creduto.

– Il Neglet, Carlo, ti dimentichi di avere una parte del tuo corpo, e anche una parte dello spazio non la consideri più, ignora completamente il lato sinistro delle cose, se gli dai un piatto mangia solo la metà destra, se sposti delle cose e le metti in un punto troppo a sinistra, lui non le vede più… Oddio Carlo, un casino… come faccio…

Rimasero una decina di minuti senza poter dire nulla, guardandosi, in un dialogo muto le cui pause erano i sorsi di Campari.

– Sai, ho passato mesi fra ospedali e Asl, ora gli hanno riconosciuto l’invalidità quindi mi danno qualcosa, continuo a lavorare e ho trovato un ragazzo indiano, Kamal, che lo segue quando non ci sono, me lo lava anche, una fortuna e una pena allo stesso tempo, ha più confidenza con lui che con me, e chi ci pensava a na cosa del genere!

Alla donna scappò un sorriso e alzò gli occhi umidi al sole, Carlo anche si rilassò, anche grazie ai provvidenziali drink che Francesca non si permetteva dal giorno in cui il marito si era sentito male.

Era successo durante una lite con il figlio ma questo non riusciva a dirlo neanche al loro caro amico. Andrea era cresciuto a pane e dischi, lei se lo metteva sulle spalle durante i concerti e in pausa il padre andava verso di loro, ancora eccitato dal palco, e appena li vedeva cambiava l’espressione spiritata in una più dolce per abbracciarli.

Forse, pensava Francesca, era stato un male anche quello: La passione per la musica trasmessa come un virus che presto era esplosa nel figlio. Una passione disperata quella del marito, percossa sulle corde di una chitarra, amata solo nei fine settimana o in qualche ora sottratta all’obbligo del lavoro.

Francesca dentro di sé aveva sempre pensato che la malattia del marito fosse stata provocata dal lavoro così duro e nello stesso tempo dalla frustrazione per il successo mai ottenuto.

Un animale in una gabbia troppo piccola impazzisce a forza di morderne le sbarre, pensava, e da quando si erano trasferiti quella gabbia non era che peggiorata, la grande città aveva tolto al marito anche il minimo spazio vitale che era riuscito a mantenere per anni. Tutto quello non doveva esistere per Andrea, non quella vita divisa né la schiena rotta dal lavoro in fabbrica, ma nulla era bastato a convincerlo.

– E te la ricordi Ilaria vero?

– Ilaria chi?

– Mia nipote, la ragazzina che veniva a stare su da noi qualche giorno, in estate.

– Ah! Capito, ma ha più o meno l’età di Andrea e dei miei?

– Eh sì, è diventata proprio una bella mora! Mi ha aiutato parecchio, lui è felice quando la vede e lei ci passa tempo, la verità è che è sempre stata innamorata dello zio e io sono gelosa!

– Ma non è che pure il ragazzo filippino s’è innamorato di lui?

Scoppiarono a ridere e Carlo si alzò tirandola via con sé.

– Ti farei fare un giro turistico, che dici?

– Ti sono mai sembrato un turista?

– No, scusa tanto Reddis eh!

– Per stavolta… Comunque me la ricordo bene la città, dal concerto degli Stones, la girammo per tre o quattro giorni, tutti insieme…

– Siiii! Nel 2007 mi pare, come no. L’inverno poi successe il fatto. Eri sceso con Giulia e prole, ma come sta? Come stanno tutti?

– Ah bene! Non mi lamento, sono molto più quadrati di come eravamo noi, studiano, Giorgio lavora anche al bar di in un locale ogni tanto. Giulia la vedo solo quando si tratta dei ragazzi, sai… E Andrea invece?

– Quello c’ha la testa a festa, indovina?

– Suona anche lui?

– Chitarra e voce, non ha mai voluto lezioni dal padre però, solo qualche consiglio, lavoricchia in una ricevitoria, si paga l’affitto di una stanza e vive in un altro quartiere. La settimana scorsa, di nascosto, sono andata a sentirlo: Carlo, che ti devo dire.

– Bel carattere da quando stava sul passeggino, vorrei proprio vederlo come s’è fatto!

– Alto, secco, chi ti ricorda? Però i bellissimi occhi verde chiaro e la pelle olivastra sono tutti della sua mamma! Una sera di queste ti porto se rimani, vediamo se ci fanno entrare nel locale data la nostra veneranda età, poi tu, informatico pure…

– Mi sto offendendo te lo dico, fra l’altro noi informatici ci manteniamo sempre molto meglio dei ministeriali!

– Che fine dovevamo fare Carlo mio!

– Ora mica mi attaccherai la solita pippa dei grandi sogni? Dello scendere a patti con la realtà? Io sono sempre pronto a togliere la cravatta!

– La casa è di chi l’abita, è un vile chi lo ignora, il tempo è dei filosofi…

Francesca si mise a sillabare camminando a tempo di marcia e Carlo continuò:

– La casa è di chi l’abita, la terrà è di chi la lavora, Il tempo è dei filosofi…

Uscirono dai vicoli del centro e si diressero a nord, sul lungofiume.

A destra davano spettacolo i palazzi storici e sul lato opposto delle querce enormi facevano da contrappunto, con le fronde sbilanciate sulla strada.

Era uno splendido venerdì d’aprile, il paesaggio scorreva come una pellicola superotto proiettata sulle imperfezioni del parabrezza.

Il cruscotto consunto e scaldato dal sole emanava odore di plastica che si mischiava al fumo delle loro sigarette.

The Great Gig in The Sky, Pink Floyd, Carlo alzò il volume ma l’improvvisazione vocale di Clare Torry durò troppi pochi minuti, poi, al 3.33, Puddie Watts, il portiere dello studio di registrazione sussurrò: ‘Non ho mai detto di aver paura di morire’.

Reddis, non manca molto.

Carlo annuì senza girarsi, rimase a fissarsi le mani, premeva a ritmo le dita sul palmo, aveva ancora le corde tracciate sulle punte delle dita nonostante non prendeva un basso da almeno tre anni, anche solo per gioco. Per gioco no, non aveva mai suonato per gioco, non era mai stato un passatempo, aveva creduto di farcela come c’ aveva creduto il suo amico, anche di più.

Avevano smesso, e giorno dopo giorno le ragioni che si era dato avevano solo attenuato il dispiacere.

Arrivarono a Corso Svezia e svoltarono sulla rampa che arrivava diretta alla piazza del quartiere.

Si fecero superare da una macchina della polizia, poi da un’altra, si erano fermate poco dopo, sotto il palazzo. Una piccola folla guardava in terra, un’autoambulanza, Francesca si fermò senza badare dove, scesero, c’era Kamal, gli andò incontro.