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Kamal 1.1

Pubblicato: 10 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.1
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Foto racconto Kamal

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Aprì gli occhi, la luce bastò a fargli capire che si trattava della sua stanza, riuscì a prendere il telefono sul comodino laccato arancione, guardò l’ora, aveva anticipato la sveglia puntata alle sette e mezza. Ancora venti minuti e Janis Joplin avrebbe ruggito a ripetizione nel mediocre altoparlante ‘Piece Of My Heart ’ sopra una vibrazione sfasata rispetto alla ritmica originale, ma era un ottimo inizio di giornata e durava già da un anno. Aveva tradito la Joplin un paio di mesi con Emma, occhi pericolosi e unghie ben affilate, poi le era tornato fedele anche solo per qualche minuto nei giorni di lavoro. Una chiamata persa alle tre di mattina e due messaggi, li lasciò chiusi nell’icona e se ne riscese in un sonno vago. Quella notte così alcolica non aveva sconfitto la sua capacità di riprendersi senza alcun aiuto, era sempre molto puntuale e soprattutto non aveva mai avuto né procurato problemi per via dei suoi vizi. La stanza confinava dalla parete della scrivania con quella di una ragazza irlandese, tanto rossa e lentigginosa da non tradire alcuna diversa origine se non nella perfetta padronanza della lingua italiana. Il padre era emigrato a Dublino negli anni ottanta e anche per via della crisi Anna era venuta in Italia a conoscere i suoi parenti pugliesi, aveva passato l’estate a Lecce e a settembre aveva risposto all’annuncio per l’affitto della stanza, insegnava inglese a scolaretti cinquantenni rispediti a lezione da aziende multinazionali e da enti pubblici in via di ammodernamento. In bagno, il suo enorme beauty first class stava in equilibrio sulla mensolina di plastica ingiallita che, prima dell’arrivo di Anna, era deputata al modesto compito di sostenere qualche lametta troppo usata, un tubo di schiuma da barba arrugginito alla base e un paio di deodoranti da supermercato. Il tutto, compresa la mensola e la casa, apparteneva all’agente di commercio che riscuoteva i loro fitti. Il tipo occupava la sala da pranzo inizi novecento tappezzata di cavi e schermi che accesi tutti insieme avrebbero fatto invidia ad uno studio televisivo, prima di far scattare il salvavita. Era rimasto anche un piccolo spazio per il letto e a quell’ora doveva ronfarci sopra pieno delle sue realizzazioni, supino fra il portatile connesso al sito della SIGMA dietetici e la tv che materializzava una famiglia Bradford alle prime armi, l’undici novembre duemiladieci.

Il riscaldamento non partiva prima di mezzogiorno ma l’ultimo pigiama che Marco ricordasse era di flanella blu e con gli elastici alle estremità, cibo per tarli in casa di sua nonna che era assistita da una signora alta e bionda: Enrico.

Superò l’accensione del faretto puntato in faccia con le mani appoggiate alle ginocchia come un giocatore di rugby prima di una mischia, aveva già tolto il piercing d’acciaio dal sopracciglio, stimò che gli occhi sofferenti per via del sonno mancato, dell’alcool e della luce intensa in dieci minuti sarebbero tornati accettabili, per il resto non c’era male, infilò i polsi sotto il getto d’acqua e rimase immobile tentando di assorbirne più calore possibile.

Stava uscendo dal civico ventuno alla stessa identica ora delle altre mattine ma, come se la precedente serie di gesti mnemonici non fosse bastata a dargliene certezza, buttò un occhio all’orologio della guardiola. Il giaccone di velluto nero aderiva bene al suo metro e ottantatre e si apriva alle ginocchia ad ogni passo. A volte cambiava la sciarpa con una pashmina marrone che gli aveva regalato Kamal. Accese una Chesterfield e aspirò anche quella bruma appiccicosa di novembre, un pallone di fumo sorvolò i capelli scombinati dalla cera mentre camminava preso nel giro dei suoi pensieri di trentacinquenne: Lasciare il lavoro per uno più gratificante – si vive una volta sola – comprarsi una seppur piccola casa e mettere radici lì o nella famosa città a misura d’uomo che appariva spesso nel suo immaginario, smettere quelle serate fra amici – un figlio – scendere qualche chilo, finirla di fumare venti sigarette al giorno, vendere la Ducati che soffocava sotto la cerata all’angolo del forno. Ad un anno dall’incidente con quel freddo risalivano ancora le fitte alla spalla, dalla bocca dello stomaco.

Sei mattine su sette, che gelasse, che si bagnasse la testa o che il catrame in via Simoni sgranasse al riflesso della nuova stagione, cercava la macchina, o meglio, la materializzava ripercorrendo le tappe della sera prima e inciampando in qualche ricordo mal collocato. La Rover non aveva superato il nubifragio di settembre, ora aveva in mano un nuovo telecomando ad ampio raggio e quel sabato vide le frecce lampeggiare all’uscita del supermercato, proprio sotto la ‘EMME’ sfregiata dall’incendio di qualche giorno prima. Arretrò il sedile cercando la posizione migliore, l’utilitaria non mancava in comfort, valeva – così si raccontava – tutti i trecento euro al mese per tre anni di rate, ed era l’unica cosa di un certo costo che avesse mai acquistato. Lifegate trasmetteva Messico e Nuvole nella versione ska di Giuliano Palma, bastò per un sorriso. Era fortunato sì, aveva un buon lavoro, c’era Elena che gli voleva bene, raro che mancasse una festa, un cinema o una buona bottiglia, ma tanto cercava di pensare positivo tanto un fastidio diffuso lo invadeva. La sua nuova auto da un po’ emetteva uno strano cigolio che lo innervosiva, per non sentirlo evitava le buche o alzava il volume dello stereo, la doveva portare al più presto in assistenza, anzi cambiarla, magari lanciarla contro un muro di cemento e saltare all’ultimo. Dietro quella rappresentazione stabile di vita, nel retro del palco, avvertiva un pauroso vuoto pneumatico, d’impulso sarebbe fuggito lontano ma andava ancora bene così, la sua vita era il risultato di tutte le sue scelte e non scelte e quelle forze elettrostatiche lo tenevano inchiodato in una condizione a metà, con i piedi ben piantati in terra e la testa altrove.

(Continua…)

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