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Kamal 1.2

Pubblicato: 11 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.2
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Foto Kamal 1.2

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

 

Erano le otto -le otto – trenta minuti per arrivare al lavoro e fare colazione, circa cinque per divincolarsi da quel budello di strade che rovesciava in un’ansa più grande.

La tangenziale a quell’ora sarebbe stata invasa da centinaia di particelle metalliche a distanza solo teorica. Un’arteria gonfia d’ossigeno, di umanità dai volti determinati o assonnati, ma tutti in ansia di tardare a qualcosa. La città veniva svegliata da una massa colorata e informe, che fluiva dai distretti periferici alle arterie principali fino a gonfiarne il cervello, i muscoli, a stravolgerne la forma. Tutte le mattine lì si svolgeva una corsa ferma, una guerra di posizione, combattuta fra gli sportelli delle auto per ottenere spazio, imboccare il prima possibile una laterale, arrivare e iniziare qualcos’altro, come se lo sforzo non fosse già stato sufficiente.

Marco doveva solo seguirne il ritmo e navigare quel torrente di anime. Qualcuna gli appariva davvero bella nello specchietto retrovisore, intensa nei suoi cinquant’anni, mentre si truccava.

Lo incuriosiva sempre l’adesivo ‘baby a bordo’, quel giorno diceva ‘Giulia a bordo’.

– Magari Giulia una volta si era messa in ginocchio, sul divano posteriore, a guardarsi il mondo oltre il lunotto – pensò Marco – e forse si era chiesta se quel sabato la mamma – che sa guidare – l’avrebbe portata da papà che in settimana non poteva vederla perché: ‘sai piccola, è tanto impegnato nel lavoro ’. Pensò anche che Giulia avrebbe festeggiato quel compleanno nel posto dove si mangiava i frullati alla fragola e poteva scivolare dal castello di gomma fra i cubi colorati, con mamma e papà a sorriderle da lontano, insieme, di nuovo.

Marco era stanco dell’egoismo sotteso alla voglia di essere sempre più veloci, nonostante la vita avesse i suoi momenti, sempre più giovani, come tanti Dorian Gray, impegnati a stritolare tutto nel nome di un’ individualità malsana, e non avrebbe più voluto vedere l’affetto, anche quello più vero di un’altra Giulia, macellato sull’altare dell’Io.

Ma finalmente il notiziario lo distolse da quei pensieri così deleteri, era un nuovo giorno e doveva correre per arrivare in tempo a lavoro. Deviò sulla corsia di uscita che andava parallela alla principale e che era sempre più libera – il trucco gli avrebbe fruttato almeno trenta posizioni – poi scartò a sinistra fino a quella di sorpasso nel punto in cui, salvo incidenti, il bacino di auto e motorini sarebbe iniziato a scorrere più libero: Nessun problema, manovra agevole, tutto andava meravigliosamente bene.

Un attimo di buio e dopo il tunnel imboccò Corso di Svezia. Quella strada era il principale e convulso accesso da nord verso il centro della città: Lui lo percorreva in direzione opposta e sembrava il letto di un fiume in secca. Due semafori e girare a sinistra, ma più di una volta avrebbe voluto proseguire, colpa di un enorme cartello da cui uscivano prepotenti delle villette a schiera e che recitava: ‘Qui troverai tutto lo spazio che vuoi e una vita più tranquilla’.

– Sì, poi pensava, magari un bel cane, una scuola vicino casa e qualche pecora sullo sfondo che vi bruca quello splendido verde d’ agenzia! Girò anche quel giorno.

Si arrampicò in coda fino alla piazza che dava il nome a tutto il quartiere. Quella zona sembrava staccata dalla città, come fosse incompatibile, un feudo, il cui trasporto pubblico era un minuscolo autobus, carico delle persone che lì ci andavano a lavorare e non potevano permettersi un altro mezzo. Con i vari cambi ci volevano forse due ore per arrivarci dalla stazione centrale. Niente di nuovo, vigili e multe, auto in doppia fila e signore, in panico da shopping, con i loro visi botulinici precipitati dentro certe sofisticate vetrine.

Era facile trovare parcheggio a quell’ora, riuscì a fermarsi a due passi dal lavoro, vicino al

bar-ristorante di gran moda in una zona di gran moda. Pochi tavoli inchiodati sul marciapiede, come fossero stati dimenticati così l’inverno di chissà quale anno, erano coperti da una struttura in ferro e teli di plastica opaca che trasmettevano una sensazione di poco pulito, anche se va detto, lì impastavano dei cornetti alla crema spettacolari.

Quel posto faceva il verso a tanti altri di lusso, visti in vacanza o in qualche film americano, dove potevi lasciare le chiavi dell’ auto al parcheggiatore ed entrare di slancio nel locale, solo che in quel caso il parcheggiatore era un ragazzetto rumeno di sedici anni, cresciuto fra gli spicci dell’elemosina. Pochi centesimi, dati in cambio di simili usi, servivano a quietare giusto la coscienza di qualche presunto signore, come a molti piaceva farsi nominare.

A quel ragazzetto anche lui aveva pagato la colazione e gli aveva ingenuamente mollato dieci euro quando si era inventato il ritorno in Romania, motivo studio.

– Perché, io non sono uguale a loro?

Si chiese Marco, mentre ancora in auto, con il riscaldamento acceso, ascoltava un ultimo sprazzo di discussione sul decreto proroga, fra un deputato di sinistra e un giornalista economico.

– Sono forse migliore? Quando mi salutano con un ‘buongiorno dottore’adesso mi piace, ne vado fiero, per un secondo mi elevo stupidamente nelle mia vanità, pur sapendo di mettermi a parte di una commedia del ridicolo.

I primi tempi che gli capitava prevaleva l’imbarazzo – subito tramutato in odio – per quel manierismo che pareva qualificarlo come essere superiore, ma dopo tre anni c’aveva fatto il callo, anche se razionalmente continuava a vederla per la piazzata che era.

Quel modo di pensare, di comportarsi, si stava forse infiltrando nel fondo, quel brodo dolciastro negli anni stava lacerando la guaina impermeabile della sua moralità, che all’estremo sarebbe anche sembrato cinismo.

La contaminazione però è sempre bidirezionale e i marciapiedi del quartiere si addobbavano di collane e chincaglie. Dal cashmere dei negozi – tanto caro ai borghesi di qualsiasi colore – si passava in un metro agli indumenti cento per cento poliestere, messi in disordine sulle bancarelle gestite dagli indiani. Sotto il naso dei tanti conservatori, gli africani erano arrivati forse alla terza generazione, in un paese inconsapevole della propria storica commistione di genere e che non voleva riconoscere i vantaggi che da essa otteneva. Anche se la pizzeria al taglio sotto casa vendeva più kebab che pizza. Anche se dal camion del corriere espresso scendeva Romesh, Bangladesh, un metro e sessanta, braccia grosse, volontà di ferro e sorriso smagliante a quaranta gradi all’ombra. Anche se, in alcune strade di quella città, era ormai raro sentir parlare italiano e le scuole, periferiche e pubbliche -le meno finanziate – si ostinavano ad essere un eccezionale esempio di integrazione.

– Marco caffè?

Kamal l’aveva già individuato e lo stava aspettando appoggiato alla porta del bar di seconda linea del quartiere.

– Seaaa

Rispose Marco nel suo gergo più scazzato.

– Va bene caffè per Marco e latte caldo a me.

Disse Kamal al barista nel suo italiano ancora più strampalato.

Gli indiani bevevano sempre molto latte.

Il barista si chiamava Francesco, un impeccabile filippino di trent’anni e quattro figli a carico. La sua camicia bianca faceva contrasto con il grasso sui vetri del bar ‘Eredi Pedrucci, fin dal 1965’.

Il bar poteva sfoggiare l’onorificenza di ‘Cavaliere del lavoro ’, assegnata all’ormai vetusto signor Pedrucci – del bar Pedrucci – che, all’epoca, vendeva anche uova e crostate fatte in casa, lavorava quattordici ore al giorno, per lo più da solo, anche lui con quattro figli a carico – gli eredi appunto – dai quali Francesco dipendeva.

Sul gradino del bar, a volte, se ne stava anche un ragazzo, portava sempre i capelli ben rasati e occhiali scuri, leggeva e arrotolava tabacco, scena insolita e non soltanto per il grembiule che indossava. Era impiegato in un alimentari, diceva di non avere orari certi, lavorava fin quando ce n’era bisogno, il che significava davvero molte ore. Casa sua era vicino al lago, a sessanta chilometri da lì, ma non gli importava di farseli su e giù ogni giorno. Marco capì il perché solo quando, una mattina, quel ragazzo gli raccontò di aver passato il fine settimana con le sue bambine a creare un percorso sensoriale, fatto di piante profumate. Gli disse che di quella fatica era contento e di vederle giocare libere in un posto sicuro. Nelle sue parole non si avvertiva l’elogio del mondo bucolico né il sacrificio dei padri per il benessere dei figli, ma il gusto di ritrovarsi bambino nei panni delle sue creature.

Marco aveva passato gli ultimi dieci anni fra concerti e birre ed era convinto che il tipo avesse solo svoltato molto prima di lui che solo allora iniziava a non reggere più il proprio stile di vita

Uscì con Kamal a fumarsi una sigaretta.

– Ma tu conosci mora che passa sempre q

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