Archivio per la categoria ‘Kamal 1.3 – Monologo della metà di un uomo’

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

 

Autore: Luca Ciofani

La lampada è smaltata di rosso.

La ragazza la tirò fuori da una scatola che non sembrava poterla contenere.

Doveva essere prima di Natale quando mi venne a trovare, fuori faceva freddo, me ne accorsi quando lei si chinò a baciarmi, fra i suoi capelli si era nascosta l’aria d’inverno, mi arrivò come una novità così invadente che interruppe i soliti giochi confusi nella mia testa: Era inverno di sicuro.

Il led sta incassato in una minuscola campana di metallo che si restringe e diventa un tubicino snodato, infilato al centro di una base rotonda, dall’anima pesante, scarto di chissà quale lavorazione industriale.

La ragazza mi sorrise mentre la poggiava sul comodino.

Emette un fascio di luce fredda che si deforma solo sulle onde del lenzuolo e poi torna preciso sul vecchio pavimento in cotto, lasciando lontano il resto di questo posto.

Il collo della lampada si flette in tutte le direzioni che voglio e posso orientarlo con una sola mano, così quando di notte riesco a star sveglio o nei giorni di pioggia, che la stanza è invasa da una triste scala di grigi, mi piace scandagliare altri angoli. Illumino la cassa acustica, alta come un totem ai piedi del letto, o i centimetri di dischi schierati nella libreria di fronte, dentro custodie così colorate che danno l’idea di un lungo quadro di pop art. Se ne scelgo uno il ragazzo scuro lo mette per me e la musica proviene da tutti i lati, ma non vedo l’amplificatore, non so come faccia a funzionare l’impianto senza.

La donna con i capelli raccolti cerca di spiegarmi che è tutto collegato, piastra e amplificatore, ma io non riesco a vederli, continuo a non capire, l’amplificatore non esiste né il giradischi.

Appoggiata al muro invece c’è una chitarra, una Stratochaster, ma a volte sparisce, sempre quando fanno le pulizie. Tempo fa il ragazzo di colore me l’ha fatta provare però il mazzo mi cadeva, non ne vedevo la fine, la Fender si inclinava sul letto, facevo gli accordi ma suonava come se non premessi sulle corde, l’avrei sbattuta a terra.

Non saprei dire quando mi hanno portato in questo posto ma ormai lo conosco al millimetro, a volte mi pare di esserci già stato, ma è un ricordo così vago che penso sia solo la coda di un sogno.

Ho studiato anche l’inclinazione del sole come fa un Sioux. In estate, quando si abbassa e si infiltra orizzontale nella stanza, fa brillare l’etichetta Indiana Line della cassa, passa fra i rami fitti del bonsai che la ragazza della lampada sistemò sul davanzale quando aveva solo poche foglie.

Qualche raggio arriva sulla libreria e accende il verde della statuetta che mi ha regalato Kamal, il ragazzo scuro che mi assiste, rappresenta una divinità indiana. Shiva Nataraja, l’antico dio che danza tracciando un cerchio intorno a sé, per la fisica moderna – mi ha spiegato la signora mora – è la rappresentazione più straordinaria della danza delle particelle subatomiche, l’eterno ciclo di distruzione e creazione della materia.

Verso le otto di sera sento avviarsi le persone che lavorano nei negozi della piazza, si dicono ‘Ciao, buona serata, a domani’, so che qui sotto c’è anche un bar che fa cornetti molto buoni, come quello alla crema che un giorno mi ha portato di nascosto la ragazza della lampada.

Altre auto arrivano e qualcuna struscia il muso al bordo del marciapiede, riesco a sentire la plastica che si deforma, deve essere al massimo un secondo piano questo.

In molti vengono a cena nei ristoranti vicini, tornano che è tardi, chiudono gli sportelli e vanno via, sento le voci brille aprirsi ogni tanto in una risata e rido anch’io al pensiero di quando starò meglio.

Il ragazzo di colore mi fornisce cibo a intervalli regolari, spesso mi sveglio e ho fame, sul comodino vedo il mio bicchiere vuoto e molliche nel piatto, il giorno dopo mi dicono che ho mangiato durante la notte e ho bevuto il latte ma io insisto, non può essere, lo saprò se ho mangiato. Ovvio che scherzano e io non mi stranisco, sto al gioco, ci sono sempre stato in vita mia.

Spesso ho chiesto di poter uscire, fare anche soltanto una passeggiata, sono convinto mi farebbe bene ma non è previsto nella riabilitazione, vorrebbero portarmi sulla sedia a rotelle ed io non uscirò mai su una stupida sedia a rotelle. Solo una volta mi hanno portato fino alla finestra, quando ha nevicato, un evento -mi dissero – la neve.

Nella mia città è normale, quando facciamo le prove nel capanno che abbiamo affittato crepiamo di freddo, il camino non funziona e la stufa elettrica basta solo al tastierista per quanto è grosso.

– Ci scaldiamo col vino noi, porca di una vacca troia! Si mise a dire quello una notte che toccò rimanere li dentro, noi a suonare e la neve a scendere, non ce ne eravamo accorti e non avevamo le catene in macchina, allora restammo a suonare, fumare e bere fino alla mattina.

A me dal quarto pezzo in poi non serve più niente, divento una scheggia, una volta sono pure crollato sulla batteria nel mezzo del concerto -l’ho fatto apposta fra l’altro – e quasi non mi menavo con Fabrizio, mi avrebbe spaccato la faccia, tutto ossa e nervi, quelli così fanno male. Saranno stati in mille quella sera, pogavano e urlavano, sembrava che i muri del locale si fossero allargati per tenerli tutti.

L’ho raccontato alla signora mora che invece di ridersela s’è commossa, strana, ma inizio a volerle un gran bene, lei dice di avermi conosciuto anni fa.

Le ho promesso che quando starò meglio la porto a fare un giro e le presento il gruppo, quei bastardi sono spariti, neanche una telefonata, anzi solo il Reddis un paio di volte, ma giusto una parola, non mi capiva, continuava a ripetermi di stare tranquillo e presto tutto si sarebbe sistemato.

Intanto ripasso i pezzi a memoria.

Quando mi riprendo dalla convalescenza contatto l’impresario per una data nella mia città o anche in un club più vicino, va comunque bene, all’inizio non credo di potermi affaticare nel viaggio.

La malattia mi ha fatto invecchiare, mi è venuta la pelle ruvida come quella di un cinquantenne, sono sempre stanco tanto che non riesco ad alzarmi, quando ci provo cado come avessi una sola gamba.

Mi aiuta Kamal a lavarmi, della signora ho imbarazzo e in ogni caso la vedo poco, solo di sera, è spesso a lavoro o in giro e si occupa anche della spesa, così dice il moro.

Non so cosa mi sia successo, mi parlano di ictus ma non mi riguarda, non è possibile, non l’ho mai avuto.

Devo sforzarmi di guardare a sinistra, uno strano esercizio che non capisco, dovrei usare anche una specie di occhiali correttivi ma non vedo niente di diverso. Però credo nelle pillole, sono convinto che mi aiuteranno, quella arancio, poi quella blu e bianca, il mio amico Kamal me ne porta varie al giorno, da lui le accetto volentieri, mi tratta come si deve, mi rispetta, sa che vivo di musica e il fatto lo affascina, gli ho promesso anche delle lezioni quando starò di nuovo in piedi da solo, fra qualche giorno.

(Continua…)

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