Archivio per la categoria ‘Kamal 1.4 – L’odore del Campari’

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Girò la chiave mentre articolava la caviglia sull’ accelleratore.

La vecchia Twingo partì a fatica come tutte le mattine.

– Lo so che mi lascerai a piedi, ma oggi no, proprio no… La pregò a voce alta.

L’auto ebbe tutto il tempo di scaldarsi, ferma nel traffico di Corso Svezia in direzione centro.

Nello specchietto dell’aletta parasole gli occhi andavano tingendosi di nero e di un azzurro tenero e qualche ruga a margine si tamponava bene con il fondotinta fluido preso al volo nella farmacia sotto casa.

La prospettiva di rivedere Carlo la emozionava, in tutto quel tempo si era parecchio trascurata e quella era l’occasione per guardarsi di nuovo allo specchio.

Sparò a palla la musica, le ginocchia scivolavano strette nei jeans e si portavano appresso le spalle e il bel collo dritto, ogni tanto la donna tirava indietro qualche ciuffo che sfuggiva dal fermacapelli.

Con la coda dell’occhio notò che il ragazzo sul suv di destra la guardava protetto dai suoi Carrera scuri: Si era accorto di lei e non poteva farle che piacere.

Piano ricominciò a respirare con la pancia, come quando saltava cantando i pezzi dei Clash o si muoveva lenta, immersa nel buio dei Depeche Mode.

Carlo stava per partire ma ne volle essere certa.

– Hola Reddis, ci sei?

– Buongiorno! Hai paura che non vengo?

– Eh, con te non si sa mai, la pasta è quella.

– Tranquilla ragazza, sto per uscire di casa, parto fra un’ora.

– Bùono, alle tre in stazione, chiamami che poi ti dico dove sono, t’aspetto in doppia fila.

– Sempre la macchina gialla?

– Sempre!

– A dopo.

L’ufficio non distava molto dalla stazione centrale ma anticipò di mezz’ora l’uscita nonostante il permesso del pomeriggio, lei che tendeva sempre allo straordinario, dedita allo schermo del suo pc come un prete all’altare.

Aveva rinunciato alla metà di vita precedente per quel lavoro, cambiato città, salutato gli amici con una bella festa e pagato i vari conti che gravavano sulla famiglia. Una manna a tempo indeterminato contro l’eterna cassa integrazione e una casa vera invece del bilocale in affitto era un’ opportunità rara alle soglie dei quaranta, era fortuna, destino le dissero tutti.

Non c’era stato alcun dubbio nel decidere, ma l’analisi degli ultimi cinque anni che ripeteva come un mantra ogni notte, rimasta sola nel letto, dava sempre un meno. Quella leggera amarezza che provava i primi tempi era dilagata fino a conclamarsi in un grosso senso di colpa, e lei non dormiva più.

– Carlo?

– Sì sto uscendo, da che lato? Ho alle spalle i binari.

– Bravo, vieni verso destra.

Lo individuò, svettava fra la folla e ne riconobbe la camminata distratta, più lenta di una volta. Un paio di Rayban e un giaccone verde con il cappuccio, il vecchio Parka, la tracolla che lo sbilanciava da un lato e tutto rientrava nel personaggio, il vagabondo di sempre.

Gli corse incontro e l’abbracciò come una disperata, come capitava. Francesca pianse, a singhiozzi, finalmente, una bambina sul petto di quell’uomo, piangeva e si asciugava con la mano, aggrappandosi alla giacca, graffiandola, respirando l’odore familiare che certe persone emanano, uguale anche dopo anni, l’odore di casa, la traccia di una chiara appartenenza.

Era una giornata che si poteva star fuori, andò bene il primo bar che trovarono.

– E i medici cosa dicono?

– Lo seguono al Policlinico…

Tirò forte dalla sigaretta, le mani gli tremavano ancora e lo sfogo le aveva provocato una costrizione allo stomaco.

Francesca cercava le parole da mettere in fila come fossero stampate sul piano di quel tavolino di plastica scolorita ma non le trovava, forse erano coperte dal posacenere della Martini, le sembrò di vederle stampate su quel bicchiere rovinato da troppi anni di servizio e allora provò a passare due dita lungo il bordo di vetro come per sentirne il brail, ma niente.

Il suo amico l’aiutò, si sporse e le mostrò il palmo della mano, fu lì che Francesca trovò i segni da seguire.

– Ho sete, tu ne vuoi un altro? Le chiese Carlo mentre la mano della donna stava tutta fra le sue.

– Ah, sì.

– Sempre lo stesso?

– Sì, sì lo stesso, grazie.

Francesca continuò.

– Senti Carlo, non si ricorda quasi più nulla, non mi riconosce, non ha mai avuto a che fare con me, ci credi? Io sono la signora mora. Non sa bene in che anno siamo e forse crede che la nostra stanza sia una sorta di reparto d’ospedale. Di te invece si ricorda bene ma ti chiama ancora il Reddis e mi dice che quando sarà uscito mi presenterà il suo gruppo, quelli della band, ti rendi conto adesso?

– Porca troia, boh, insomma, quando lo chiamai a settembre avevo capito qualcosa del genere…

– Non è solo questo, i medici parlano di Neglet, cerco di spiegarti… Il cazzo di ictus l’ha devastato anche fisicamente, sta a letto, non muove più la parte sinistra del corpo però Carlo, in realtà non sa neanche più di averla quella parte!

– Che? In che senso?

Stavolta Carlo iniziò ad agitarsi, si irrigidì come se di botto si fosse spalancata la porta di una stanza dalla quale prima arrivava un vociare sommesso e qualcuno gli avesse urlato bene in faccia la questione.

Carlo lo rivide cantare, trent’anni prima, ‘No future’ dei Sex Pistols e tirare la maglia sudata addosso al pubblico. Il suo amico era stato un vero frontman, viveva sul palco e alimentava il suo ego quando il locale era strapieno, rivide la follia nei suoi occhi gonfi di adrenalina, l’istinto della rock star, del cacciatore, l’uomo solo contro tutti, quello dietro cui si nascondevano lui e il resto della band mentre la gente gli avrebbe strappato la carne, questo aveva sempre creduto.

– Il Neglet, Carlo, ti dimentichi di avere una parte del tuo corpo, e anche una parte dello spazio non la consideri più, ignora completamente il lato sinistro delle cose, se gli dai un piatto mangia solo la metà destra, se sposti delle cose e le metti in un punto troppo a sinistra, lui non le vede più… Oddio Carlo, un casino… come faccio…

Rimasero una decina di minuti senza poter dire nulla, guardandosi, in un dialogo muto le cui pause erano i sorsi di Campari.

– Sai, ho passato mesi fra ospedali e Asl, ora gli hanno riconosciuto l’invalidità quindi mi danno qualcosa, continuo a lavorare e ho trovato un ragazzo indiano, Kamal, che lo segue quando non ci sono, me lo lava anche, una fortuna e una pena allo stesso tempo, ha più confidenza con lui che con me, e chi ci pensava a na cosa del genere!

Alla donna scappò un sorriso e alzò gli occhi umidi al sole, Carlo anche si rilassò, anche grazie ai provvidenziali drink che Francesca non si permetteva dal giorno in cui il marito si era sentito male.

Era successo durante una lite con il figlio ma questo non riusciva a dirlo neanche al loro caro amico. Andrea era cresciuto a pane e dischi, lei se lo metteva sulle spalle durante i concerti e in pausa il padre andava verso di loro, ancora eccitato dal palco, e appena li vedeva cambiava l’espressione spiritata in una più dolce per abbracciarli.

Forse, pensava Francesca, era stato un male anche quello: La passione per la musica trasmessa come un virus che presto era esplosa nel figlio. Una passione disperata quella del marito, percossa sulle corde di una chitarra, amata solo nei fine settimana o in qualche ora sottratta all’obbligo del lavoro.

Francesca dentro di sé aveva sempre pensato che la malattia del marito fosse stata provocata dal lavoro così duro e nello stesso tempo dalla frustrazione per il successo mai ottenuto.

Un animale in una gabbia troppo piccola impazzisce a forza di morderne le sbarre, pensava, e da quando si erano trasferiti quella gabbia non era che peggiorata, la grande città aveva tolto al marito anche il minimo spazio vitale che era riuscito a mantenere per anni. Tutto quello non doveva esistere per Andrea, non quella vita divisa né la schiena rotta dal lavoro in fabbrica, ma nulla era bastato a convincerlo.

– E te la ricordi Ilaria vero?

– Ilaria chi?

– Mia nipote, la ragazzina che veniva a stare su da noi qualche giorno, in estate.

– Ah! Capito, ma ha più o meno l’età di Andrea e dei miei?

– Eh sì, è diventata proprio una bella mora! Mi ha aiutato parecchio, lui è felice quando la vede e lei ci passa tempo, la verità è che è sempre stata innamorata dello zio e io sono gelosa!

– Ma non è che pure il ragazzo filippino s’è innamorato di lui?

Scoppiarono a ridere e Carlo si alzò tirandola via con sé.

– Ti farei fare un giro turistico, che dici?

– Ti sono mai sembrato un turista?

– No, scusa tanto Reddis eh!

– Per stavolta… Comunque me la ricordo bene la città, dal concerto degli Stones, la girammo per tre o quattro giorni, tutti insieme…

– Siiii! Nel 2007 mi pare, come no. L’inverno poi successe il fatto. Eri sceso con Giulia e prole, ma come sta? Come stanno tutti?

– Ah bene! Non mi lamento, sono molto più quadrati di come eravamo noi, studiano, Giorgio lavora anche al bar di in un locale ogni tanto. Giulia la vedo solo quando si tratta dei ragazzi, sai… E Andrea invece?

– Quello c’ha la testa a festa, indovina?

– Suona anche lui?

– Chitarra e voce, non ha mai voluto lezioni dal padre però, solo qualche consiglio, lavoricchia in una ricevitoria, si paga l’affitto di una stanza e vive in un altro quartiere. La settimana scorsa, di nascosto, sono andata a sentirlo: Carlo, che ti devo dire.

– Bel carattere da quando stava sul passeggino, vorrei proprio vederlo come s’è fatto!

– Alto, secco, chi ti ricorda? Però i bellissimi occhi verde chiaro e la pelle olivastra sono tutti della sua mamma! Una sera di queste ti porto se rimani, vediamo se ci fanno entrare nel locale data la nostra veneranda età, poi tu, informatico pure…

– Mi sto offendendo te lo dico, fra l’altro noi informatici ci manteniamo sempre molto meglio dei ministeriali!

– Che fine dovevamo fare Carlo mio!

– Ora mica mi attaccherai la solita pippa dei grandi sogni? Dello scendere a patti con la realtà? Io sono sempre pronto a togliere la cravatta!

– La casa è di chi l’abita, è un vile chi lo ignora, il tempo è dei filosofi…

Francesca si mise a sillabare camminando a tempo di marcia e Carlo continuò:

– La casa è di chi l’abita, la terrà è di chi la lavora, Il tempo è dei filosofi…

Uscirono dai vicoli del centro e si diressero a nord, sul lungofiume.

A destra davano spettacolo i palazzi storici e sul lato opposto delle querce enormi facevano da contrappunto, con le fronde sbilanciate sulla strada.

Era uno splendido venerdì d’aprile, il paesaggio scorreva come una pellicola superotto proiettata sulle imperfezioni del parabrezza.

Il cruscotto consunto e scaldato dal sole emanava odore di plastica che si mischiava al fumo delle loro sigarette.

The Great Gig in The Sky, Pink Floyd, Carlo alzò il volume ma l’improvvisazione vocale di Clare Torry durò troppi pochi minuti, poi, al 3.33, Puddie Watts, il portiere dello studio di registrazione sussurrò: ‘Non ho mai detto di aver paura di morire’.

Reddis, non manca molto.

Carlo annuì senza girarsi, rimase a fissarsi le mani, premeva a ritmo le dita sul palmo, aveva ancora le corde tracciate sulle punte delle dita nonostante non prendeva un basso da almeno tre anni, anche solo per gioco. Per gioco no, non aveva mai suonato per gioco, non era mai stato un passatempo, aveva creduto di farcela come c’ aveva creduto il suo amico, anche di più.

Avevano smesso, e giorno dopo giorno le ragioni che si era dato avevano solo attenuato il dispiacere.

Arrivarono a Corso Svezia e svoltarono sulla rampa che arrivava diretta alla piazza del quartiere.

Si fecero superare da una macchina della polizia, poi da un’altra, si erano fermate poco dopo, sotto il palazzo. Una piccola folla guardava in terra, un’autoambulanza, Francesca si fermò senza badare dove, scesero, c’era Kamal, gli andò incontro.

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