Archivio per la categoria ‘Kamal 1.5 – Carbonio’

meccanico

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Cristian si avvicinò al banco degli attrezzi e si passò uno straccio fra le mani, appena focalizzò il numero sul display ebbe di nuovo quello stupido tremore e per poco mancò il tasto di risposta.
Deglutì, cercando di simulare un tono distratto:
– Aeh, buongiorno, come? l’hai trovata?
– Siiii, è proprio lei! l’ho già fermata.
– Magari gli davo un’occhiata prima io no?
– Cri’ lo sai che ci capisco, però la devi vedere comunque!
– Fai la mattina?
– Stacco alle cinque, puoi? Dai dai dai…
Cercò un motivo per dirle di no, c’era riuscito un paio di volte in una botta d’orgoglio maschile, dopo era stato molto male però, convinto di aver perso un’occasione.
Sapeva di poter rinunciare a molto per vederla, anche solo per poco, pochi minuti al giorno, se li sarebbe fatti bastare sempre: Tanto s’era intossicato di lei.
– Sì, penso di sì.
– Verso le cinque e mezza? Una doccia e scendo, tanto è proprio all’angolo di casa,
non ci posso credere! Cristian, ti devo lasciare… a dopo!
– Sì ok, a dopo.
Il ragazzo infilò il telefono in tasca, poi lo rimise sul banco e scivolò di nuovo sotto il motore sforzandosi di ricordare dove fosse rimasto.
Aveva cancellato chissà quante volte il numero di Chiara dalla rubrica con il solo risultato di impararlo a memoria. Quella voce, occupava qualche assurdo recettore scavato nelle sue cellule nervose e azzerava la volontà di smetterla, ne era convinto ma non se ne faceva capace.
– Vedi, lì, vicino al forno.
Cristian le stava a fianco, mentre Chiara gli parlava ma non riusciva neanche a guardarla in faccia, pensava solo a come rimuovere quella specie di virus che lo rendeva un pezzo di piombo.
La seguì, perché gli veniva di seguirla, non desiderava altro.
Si fermarono davanti ad un telo grigio.
– L’ho sempre notato e ieri però mi sono accorta della scritta vendesi, che poi mica è normale scrivere vendesi a spray su una cerata, boh! Allora l’ho alzata un pò e già dal cerchio si capiva… A quel punto l’ho proprio scoperta, mi guardavano tutti, forse pensavano che la volevo rubare!
–E’ il seieventi iniezione?
– Dark, telaio nero ma il serbatoio è rosso, l’ha cambiato lui, sei marce e doppio disco serie oro da trecentoventi millimetri all’anteriore, c’è qualcosa da rifare, però non sai a quanto l’ho presa!
Cristian sciolse i laccetti e tirò via la copertura ormai lurida: Certo fa sempre effetto – pensò – è una signora moto questa, niente da dire, il telaio a traliccio la rende più stabile di molte altre giapponesi e in curva non perde un millimetro.
Sperò che la condensa dell’inverno non avesse mandato in tilt l’impianto elettrico. Abbassò svelto la leva dell’aria, accese il quadro, la moto fece il check senza problemi mandando le lancette a fondo corsa per poi riportarle in posizione, le spie si spensero tutte tranne il verde del folle, tranne il rosso nella sua testa.
Chiara trattenne il fiato, appena l’iniezione terminò il suo sibilo la moto urlò dai due grossi terminali ovali proprio come doveva una Desmo e nessun’altra bicilindrica.
Il motore girava irregolare per via dell’aria tirata e copriva le loro voci, quando riceveva più gas trasmetteva vibrazioni sull’asfalto intorno per poi tornare a battere inquieto. Mentre apettavano che andasse a temperatura, l’attenzione di Cristian si era spostata tutta sulla Ducati.
– Le gomme sono consumate al centro, non c’è andato per curve, puoi farci altri tre, quattromila chilometri, poi le devi cambiare.
Chiara si sentiva sotto esame come se Cristian stesse valutando una sua opera. Lo guardava, gli sembrò bello così concetrato ma non le bastava, non era colpa sua se non riusciva a vederci altro se non un bel fisico, un bel carattere, un amico a cui avrebbe potuto far male.
– Il tipo c’è caduto, te l’ha detto?
– Sì che me l’ha detto, è uno preciso! -Sorrise fingendosi offesa e il ragazzo dovette difendersi da quel viso- La moto ha preso una botta ma non sulla forcella, guarda, l’ho provata va dritta, dobbiamo solo trovare la pedalina del cambio e raddrizzare la staffa del quadro strumenti.
– Aspetta faccio un giro.
Cristian saltò su togliendo al volo il cavalletto, distrattamente tirò indietro la moto con la forza dei fianchi e allungò le braccia venose fino al manubrio.
– Ha l’antisaltellamento, quando scali marcia la ruota non ti si blocca e poi senti che morbida la leva della frizione, e brava la barista!
Ingranò la prima ed il Ducati Monster fece un impercettibile scatto in avanti, impaziente di liberarsi dal morso della frizione, seconda, terza, la moto era dritta e pronta in ripresa, arrivò al curvone pinzando sul freno e scese in piega a gas costante.
Quando tornò all’angolo del forno rimase a guardare la ragazza mentre lei stava con le mani sui fianchi e gli occhi sgranati, voleva sapere, Cristian tolse il casco e gli fece l’occhiolino.
– E’ perfetta, puoi girarci anche adesso, tieni, sali.
– E tu però mi segui con la tua? Ti offro un aperitivo ti va’?
Va bene – si disse – sapessi prenderti come questa moto andrebbe molto meglio però.
Cristian aveva la ottoeventi ma pensava a una Brutale, in pochi gli stavano dietro fra le curve data la sua genetica carenza di paura, innata come lo è il senso del ritmo.
Nelle uscite Chiara montava con lui, di solito la domenica o anche tutto il fine settimana.
Avevano la stessa passione, ogni giorno libero era buono per girare e marzo regalò due splendide domeniche di sole.
L’autogrill in uscita dopo la barriera autostradale era il posto perfetto per i motociclisti: Colazione, sigaretta, benzina. Entrarci alle nove di mattina era uno spettacolo d’acciaio, alluminio e carbonio.
Arrivare, affiancarsi alle altre moto del gruppo ed estrarre il cavalletto, sganciare il casco e impilarlo allo specchietto retrovisore o poggiarlo sul serbatoio, smontare, aprire la lampo del giubbotto, mettere gli occhiali da sole, erano gesti prima di tutto estetici, prove di stile.
Chi cercava davvero le curve indossava la tuta in pelle che non si strappa scivolando sull’asfalto, con protezioni su spalle, ginocchia e spina dorsale. Non ne avevano bisogno gli harleysti, la loro filosofia era molto diversa, occupavano la corsia sfilando su quintali di metallo, rilassati e lenti come orsi, odiavano le moto agili e a superarli si avvertiva sempre una leggera tensione, odiavano i ducatisti, in particolare i guidatori di Monster, e finalmente anche Chiara poteva sentirsi odiata.
C’era riuscita, mentre altre della sua età giocavano con paia di scarpe, borse e ragazzi Chiara aveva risparmiato i soldi per comprarsi una moto, ne aveva provate anche di più affidabili e potenti ma aveva voluto sempre e solo quella nuda e per assurdo l’aveva trovata ferma sotto casa.
Era caduta già due volte ma bene, invece il ragazzo che vendeva era volato oltre la moto rimasta in piedi, quasi intatta, incastrata al muso dell’auto che non si era fermata allo stop.

Anticipo di seicento euro, trecento per i quattro mesi successivi, subito il passaggio di proprietà.
Niente banche di mezzo, un accordo con il tipo che si era fidato di lei.
Avrebbe potuto cercarla nel bar dove lavorava da tre anni o anche a casa.
La ragazza sapeva come trattare, sapeva dare la mano, era stata il figlio maschio, aveva imparato per strada a leggere gli uomini, li riconosceva subito e sapeva istintivamente cosa prendere e dare e fino a che punto…
(continua…)

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