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Vojoslav

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Schegge - racconti brevi-
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Stevo afferrò il polso di Voj e iniziò a girarlo.

  • Mi hai tradito, mi hai tradito con lei, non mi devi pugnalare così, ho annusato la tua puzza lì intorno, non sono stupido

Stevo fece durare quelle parole fino a che il ragazzo cedette a terra, dolorante ma non rotto.

Piangere Vojoslav non piangeva dalla volta che un militare, per gioco, aveva mitragliato il suo cane.

Al dolore fisico s’era formato negli anni, anche se il suo corpo non era cresciuto poi tanto. La genetica si era espressa tutta nella fronte, così dominante che rendeva gli occhi due buche nere a capo di un naso da squalo. Le guance erano lati scoscesi di un cono che concludeva in una bocca minuscola, priva di mento, ma sufficiente a fare della sua rabbia un bolo che cristallizzava tutto nelle ossa da tisico.

  • Quella non la devi toccare, è come se ti scopi la mia moglie, capisci Vojslav? Ti piace la mia moglie eh, ma non la devi scopare, e non devi toccare neanche tutte le altre moto del garage, hai capito?

  • Va bene, si va bene Stevo, tranquillo, sta tranquillo

  • Tieni Voj, fuma

  • No, non fumo

  • Ah Vojoslav, tu non fumi lo so, ma dovresti, quando fumi sputi anche il sapore della guerra, le schegge di mina, il fumo disinfetta la tua anima, per questo io fumo sempre, guarda, lo vedi lo sporco della mia anima come vola, tu racconti al prete e io fumo, il fumo sale e porta i miei peccati in cielo, è uguale no?

Stevo si allungò tutto verso il soffitto del garage, così apparve sul collo il solito tatuaggio che s’ era fatto incidere per coprire il taglio della baionetta. Voj non credeva alla storia della baionetta, come non credeva alla questione del fumo e dei peccati anzi, gli sembrava una bestemmia definire quel gesto una preghiera.

  • Tieni, bevi il Maraschino, è rosso come il sangue, si mischia al sangue e lo pulisce dall’uranio impoverito

  • No Stevo, non bevo

  • Tu non bevi tu non fumi, però almeno ti piace scopare, e guidare le donne degli altri è come scopare le loro moto! Senti Vojoslav, se lavori bene altri due anni io poi ti compro una moto, così monti quella, non il mio Cbr.

Ma Voj amava la moto di Stevo, era un coltello piantato sulla strada, pazza e tanto potente da poter tagliare in due un carrarmato, quello sognava in fondo Vojoslav: Vendetta per il suo cane.

Stevo, il padrone del garage, ora sorrideva, bevuto e fatto d’erba, dal sedile di una vecchia Polar buttato vicino al frigo.

Voj pensò che avrebbe saputo ucciderlo, ma gli doveva rispetto, perché nei traffici di auto e pistole, fra le ragazze stipate in quel furgone diretto in Italia, Stevo c’aveva messo anche lui, mentre i suoi compagni morivano sotto i cecchini o sulle mine, seminate nei campi di Racak come fossero patate.

Iniziò il turno di notte, Stevo lanciò la bottiglia nel frigo e senza nemmeno salutarlo scivolò nel buio della rampa cercando di intonare Start wearing purple dei Gogol bordello.

  • Se il maraschino non gli cura il sangue sicuro lo rende più docile, morirà presto – pensò Voj – e la sua moto diventerà alluminio per lattine.

Il ragazzo prese da sotto il divano il Cronaca vera stampato tre mesi prima: Riusciva a capire meglio le parole perché erano associate a tante foto, e quasi solo foto di belle fighe, le foto poi iniziarono a sfocare, vide la Cbr di Stevo, la sua donna tutta vestita di carbonio, seppe che l’avrebbe tradito di nuovo. Come un sonnambulo la montò e la accese, quel borioso di Stevo metteva le chiavi sotto una gomma, per questo s’ era accorto che Voj l’aveva spostata il giorno prima.

Quando la sentì vibrare in mezzo alle gambe Vojoslav rivide le strade bucate di Pristina, i caschi blu e il padre, in ginocchio nella porcilaia, fra i maiali sterminati dai serbi.

Voj si ripeté che era solo un caso che la guerra non gli avesse rubato un occhio, l’indice o il medio della mano destra con i quali tirava il freno della moto, oppure il piede sinistro che poggiava sulla pedalina del cambio. Ingranò la prima, regolò il gas con il palmo e le altre dita che non stavano sul freno, si tese in avanti, un attimo al lancio verso la rampa, ma allo stacco della frizione la moto sobbalzò e si spense.

Il garage intanto si era riempito: I suoi amici, ancora tutti vivi, lo stavano rimproverando perché aveva perso il momento esatto che portava in sé tutti gli altri sognati.
Voj arrossì cercando il click del folle, la bestia urlò ancora più violenta, allora il ragazzo scaricò tutta la sua rabbia accelerandola, fino a sballare il contagiri, diede un colpo nervoso al cambio e la moto scodò sul pavimento di linoleum.

Si ritrovò sulla Gianicolense già di marcia alta. Senza averne piena coscienza aveva lasciato il garage, con il suo divano impregnato di benzina e il quindici pollici lercio di video porno. Non sarebbe più tornato indietro, Stevo l’avrebbe macellato di botte o l’avrebbe dovuto macellare lui.

Scendeva bene, tenendo a mente i riferimenti che aveva imparato passando con il tram, il tabaccaio, l’altro bar, l’inizio del parco. La selvaggia era perfetta come l’aveva sempre creduta, rapace fra sciami di scooter, e lui, Vojoslav, era diventato ciò che il suo nome significava, il guerriero destinato a cavalcarla. Evitò di andare in giro a farsi vedere, voleva strada libera, all’altezza del San Camillo, svoltò per la periferia. Cercò le indicazioni del raccordo, la terra di cui sempre aveva sentito parlare, la strada della gare, delle uscite infilate a duecento orari e dei curvoni affrontati sulla spalla più estrema dei pneumatici, era l’unico dei racconti di Stevo a cui ancora credeva e voleva starci dentro anche lui.

Comprese subito il ritmo della moto, si sentì pronto a scendere in curva, spostò il peso sul ginocchio destro e lei lo seguì in un inchino, così fece a sinistra e di nuovo a destra: Erano due splendidi corpi che facevano l’amore dentro la corsia.

Quando le gomme furono calde Voj rimise la Cbr in linea, serrò le cosce e la sferzò così forte che la moto schizzò come se prima fosse stata ferma, la carreggiata divenne un imbuto, Vojislav si inclinò in avanti tanto che la sua pancia divenne parte del serbatoio, infilò le gambe dentro il motore e la testa nel minuscolo cupolino, poi chiuse gli occhi, lui e la sua bestia si diedero tutto il coraggio che avevano e scomparvero dietro la curva più stretta.

– Racconto selezionato al concorso  8×8 2014

 

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Autore -Luca Ciofani-
Piazza la Rocca, sono tre chilometri Father, ce la facciamo in un lampo, Father, ho piedi di ghiaccio ma abbastanza spirits in corpo per portarti ovunque.
Allora via capitano, ‘Un sorso di rum e niente bicchiere, alla bottiglia ci toccherà bere!’
Father al mio fianco così cantava, mi strinse le corde del collo ed io bestemmiai il servizio pubblico che ci aveva abbandonato, malandati e sconvenienti, ai rischi del marciapiede. Contro un muro lasciammo i nostri caldi liquidi senza che anima osasse rimprovero, ma solo anime povere giravano, di minuta statura, pezzi di servizio, immersi nei loro piumini contraffatti e impuzziti di coriandolo, aglio, carne vecchia da sfruttare. Così, mentre andavo al mio passo distorto, pieno d’alcool e del mio orgoglio di finto capitano, quel fischio mi trafisse le orecchie. Mi voltai ed ebbi che vedere signori! Una ics umana, tutta nera, alquanto imprecisa devo dire, mi dava le spalle e offriva il petto alla bestia gialla. Father, maledetto, trasudava vapore contro quei fari. L’aveva fatto, era il quinto o l’ottavo tram che non ci dava accoglienza, fregiato dell’ostinata scritta ‘fuori servizio’, come fosse non un mezzo elettrico ma un cavallo a riposo, pur rigando molto bene, molto bene signori, sulle proprie chilometriche tracce di ferro. Più volte io e Father ci eravamo chiesti il perché di tanta ottusità ma nessuno di quei dirigenti – che pur avevano deciso del nostro destino – si era degnato di farsi vivo e lo voglio ben capire, dato che la risposta sarebbe stata commisurata alla loro burocratica violenza. E allora Father, più cocciuto di quel toro di ferro, lo aveva agguantato per le corna, incitando la piccola folla delle povere anime ad appropriarsi del mezzo e a partire, avrebbe guidato lui, fino a mete ignote ed io, il capitano, avrei seguito il mio sergente anche oltre la fine delle strade di ferro, lo giuro!

Autore – Luca Ciofani-

Antonio era matto con le prove, e quel giorno, all’ammasso del grano, donna Concetta non poteva tener buona sua figlia Rosa.
A Rosa piaceva andarsene in mezzo a quella stanza enorme quando ogni anno, ad agosto, i contadini la riempivano di grano. Donna Concetta non se ne dava pace, perché non fosse mai che a sua figlia gli avesse preso qualcosa fra quella polvere, una polveraccia che sapeva di sudore: Non era buono per una bambina, che doveva diventare una signora, starsene in quelle condizioni, ma non riusciva ad allontanarla da tutto quel giallo, così odoroso.
Donna Concetta era di origine napoletana, di antica discendenza borbonica, un ramo lateralissimo di un immenso salice, relegato a quel territorio fatto di sassi e salite, di fazzoletti di collina o troppo battuti dal vento o sofferenti dell’ombra che non fa crescere il grano.
I mezzadri portavano il compenso a donna Concettina per la concessione delle terre del loro stesso paese. Lo chiamavo ‘la risposta’, la giusta parte della fatica di un anno, quintali di grano che allora si misuravano in grosse coppe di legno. E le altre sottrazioni che il mezzadro doveva segnare erano le giornate di lavoro già pagate ai braccianti, le proprie giornate e il sacco di grano per l’opera della trebbiatrice, la macchina che separava lo stelo dal chicco: ‘a sei’ oppure a ‘sette’ si faceva, ogni sei sacchi di grano raccolti uno andava al proprietario della trebbia, oppure uno ogni sette, dipendeva dalla sua bontà o da quella della stagione.
Antonio, oltre ad essere matto, aveva la fortuna d’essere anche forte come un mulo. Era l’unico fra i paesani che riusciva a sollevare un carro dalla parte della ruota e l’aveva dimostrato spesso, per gioco, quando la notte lo cacciavano dalla cantina e anche una volta con il carro pieno di sacchi, perché bisognava ripararne l’asse.
Peppe invece aveva la fortuna di saperlo prendere se la luna gli girava storta. Il ragazzo era diventato il protetto di Antonio un pomeriggio che si era messo a pascolare nell’erba di un altro un po’ meno povero di lui. Il proprietario l’aveva scoperto e mentre lo prendeva a schiaffi s’era presentato Antonio, come apparivano a volte i santi, almeno così Peppe raccontava. Antonio aveva preso il frustino e ad ogni vardata gridava – Olé! – come fosse al circo, mentre il tipo, che prima si divertiva con Peppe, saltava e piangeva.
Antonio se ne stava con Peppe a guardare quella signora così ben vestita, ogni tanto gli occhi si avventuravano sul taccuino che teneva donna Concetta, per poi tornare sconfitti verso i piedi della sua gonna. Donna Concetta scriveva e segnava, faceva conti, spesso non parlava e quando non parlava anche loro due stavano in silenzio, imbarazzati, impauriti quasi dal non sapersi comportare, dal rimprovero che gli sguardi di donna Concetta, sicuri e sbrigativi, riservavano alla loro natura di contadini, insita nella nascita in una stalla o al meglio in una baracca. Questo bastava a marcare un limite, a fargli tenere il capo basso e la coppola stretta fra le mani. La signora continuava a esibire con destrezza i movimenti di quella matita, tracciava segni che Antonio e Peppe non erano in grado di comprendere, addizioni, dopo le quali il suo grano era di più. Saliva la massa, e nello stesso tempo saliva l’accumulo della miseria, della fame, della rabbia dei contadini. Ma la rabbia era un sentimento che non si doveva far vedere, la rabbia era un lusso da esercitare fra animali, era peccato rivolgerla ad una nobile nascita, e quando qualche brigante non l’aveva creduto, la giustizia l’aveva convinto per mezzo dei suoi stivali di suola. La signora smise di scrivere e si rivolse alla sua serva perché andasse a prendere dell’acqua fresca alla fonte, vicina qualche centinaio di metri.
Ma se la nobiltà non guarda e gli sbirri sono lontani, forse anche Dio può distrarsi un momento – pensò Antonio. Chissà quante volte c’aveva fatto la bocca a quell’idea, ma solo allora Antonio diede la sua vera risposta che non era fatta di grano.
Rosa gli stava davanti, dispettosa, incuriosita da quell’omone che sicuro era venuto da una favola, e donna Concetta non guardava: Fu un attimo. Antonio, in un solo gesto, bestemmiò tutta la nobiltà, il salice, il suo ramo più laterale e quell’accento straniero che non lo riguardava, bestemmiò il potere ecclesiastico e costituito, i carabinieri, il sindaco, il re e la monarchia tutta! Abbracciò la bambina e la fece volare in mezzo al mucchio del grano, un gioco bonario se fosse stata una delle sue figlie, folle però lì dentro, all’ammasso. Rosa si ritrovò seduta a metà della scarpata del grano, franando ancora su quei milioni di chicchi, e nel dubbio preferì mettersi a piangere, mentre scivolava incontro alla nobile veste della madre a farsi rimproverare della sua disubbidienza.

Da vecchi, Antonio e Peppe, passavano le giornate seduti in piazza. Antonio si arrotolava le sigarette con una sola mano perché l’altra era stata offesa in guerra, la seconda, all’isola di Cipro. Non voleva mai che Peppe le rollasse per lui le sigarette, solo che gli infiammasse un cerino.
Se passavano i carabinieri, che quei due li avevano sempre presi con le molle, Antonio e Peppe li fissavano da sotto la coppola alzando la testa per salutare e così facevano con il giovane sindaco democristiano, ma con un ghigno più marcato.
I contadini erano in lotta, qualcuno doveva pure nascondersi dalle guardie e sia Antonio che Peppe sapevano bene dove, nel vecchio ammasso della casa nobiliare, abbandonata da donna Concetta e da Rosa, sposata in città e ben educata alla nuova società civile.
I cafoni scioperavano – Dio ce ne scampi – diceva il prete, lo sciopero al contrario l’avevano chiamato, invece di zappare si dedicavano a rifare le strade o a pulire i fossi, nell’attesa che la riforma agraria gli avesse riconsegnato la terra.

Il racconto è stato selezionato al concorso ‘8×8 -si sente la voce-‘ anno 2013