Archivio per la categoria ‘Tutto quel giallo’

Autore – Luca Ciofani-

Antonio era matto con le prove, e quel giorno, all’ammasso del grano, donna Concetta non poteva tener buona sua figlia Rosa.
A Rosa piaceva andarsene in mezzo a quella stanza enorme quando ogni anno, ad agosto, i contadini la riempivano di grano. Donna Concetta non se ne dava pace, perché non fosse mai che a sua figlia gli avesse preso qualcosa fra quella polvere, una polveraccia che sapeva di sudore: Non era buono per una bambina, che doveva diventare una signora, starsene in quelle condizioni, ma non riusciva ad allontanarla da tutto quel giallo, così odoroso.
Donna Concetta era di origine napoletana, di antica discendenza borbonica, un ramo lateralissimo di un immenso salice, relegato a quel territorio fatto di sassi e salite, di fazzoletti di collina o troppo battuti dal vento o sofferenti dell’ombra che non fa crescere il grano.
I mezzadri portavano il compenso a donna Concettina per la concessione delle terre del loro stesso paese. Lo chiamavo ‘la risposta’, la giusta parte della fatica di un anno, quintali di grano che allora si misuravano in grosse coppe di legno. E le altre sottrazioni che il mezzadro doveva segnare erano le giornate di lavoro già pagate ai braccianti, le proprie giornate e il sacco di grano per l’opera della trebbiatrice, la macchina che separava lo stelo dal chicco: ‘a sei’ oppure a ‘sette’ si faceva, ogni sei sacchi di grano raccolti uno andava al proprietario della trebbia, oppure uno ogni sette, dipendeva dalla sua bontà o da quella della stagione.
Antonio, oltre ad essere matto, aveva la fortuna d’essere anche forte come un mulo. Era l’unico fra i paesani che riusciva a sollevare un carro dalla parte della ruota e l’aveva dimostrato spesso, per gioco, quando la notte lo cacciavano dalla cantina e anche una volta con il carro pieno di sacchi, perché bisognava ripararne l’asse.
Peppe invece aveva la fortuna di saperlo prendere se la luna gli girava storta. Il ragazzo era diventato il protetto di Antonio un pomeriggio che si era messo a pascolare nell’erba di un altro un po’ meno povero di lui. Il proprietario l’aveva scoperto e mentre lo prendeva a schiaffi s’era presentato Antonio, come apparivano a volte i santi, almeno così Peppe raccontava. Antonio aveva preso il frustino e ad ogni vardata gridava – Olé! – come fosse al circo, mentre il tipo, che prima si divertiva con Peppe, saltava e piangeva.
Antonio se ne stava con Peppe a guardare quella signora così ben vestita, ogni tanto gli occhi si avventuravano sul taccuino che teneva donna Concetta, per poi tornare sconfitti verso i piedi della sua gonna. Donna Concetta scriveva e segnava, faceva conti, spesso non parlava e quando non parlava anche loro due stavano in silenzio, imbarazzati, impauriti quasi dal non sapersi comportare, dal rimprovero che gli sguardi di donna Concetta, sicuri e sbrigativi, riservavano alla loro natura di contadini, insita nella nascita in una stalla o al meglio in una baracca. Questo bastava a marcare un limite, a fargli tenere il capo basso e la coppola stretta fra le mani. La signora continuava a esibire con destrezza i movimenti di quella matita, tracciava segni che Antonio e Peppe non erano in grado di comprendere, addizioni, dopo le quali il suo grano era di più. Saliva la massa, e nello stesso tempo saliva l’accumulo della miseria, della fame, della rabbia dei contadini. Ma la rabbia era un sentimento che non si doveva far vedere, la rabbia era un lusso da esercitare fra animali, era peccato rivolgerla ad una nobile nascita, e quando qualche brigante non l’aveva creduto, la giustizia l’aveva convinto per mezzo dei suoi stivali di suola. La signora smise di scrivere e si rivolse alla sua serva perché andasse a prendere dell’acqua fresca alla fonte, vicina qualche centinaio di metri.
Ma se la nobiltà non guarda e gli sbirri sono lontani, forse anche Dio può distrarsi un momento – pensò Antonio. Chissà quante volte c’aveva fatto la bocca a quell’idea, ma solo allora Antonio diede la sua vera risposta che non era fatta di grano.
Rosa gli stava davanti, dispettosa, incuriosita da quell’omone che sicuro era venuto da una favola, e donna Concetta non guardava: Fu un attimo. Antonio, in un solo gesto, bestemmiò tutta la nobiltà, il salice, il suo ramo più laterale e quell’accento straniero che non lo riguardava, bestemmiò il potere ecclesiastico e costituito, i carabinieri, il sindaco, il re e la monarchia tutta! Abbracciò la bambina e la fece volare in mezzo al mucchio del grano, un gioco bonario se fosse stata una delle sue figlie, folle però lì dentro, all’ammasso. Rosa si ritrovò seduta a metà della scarpata del grano, franando ancora su quei milioni di chicchi, e nel dubbio preferì mettersi a piangere, mentre scivolava incontro alla nobile veste della madre a farsi rimproverare della sua disubbidienza.

Da vecchi, Antonio e Peppe, passavano le giornate seduti in piazza. Antonio si arrotolava le sigarette con una sola mano perché l’altra era stata offesa in guerra, la seconda, all’isola di Cipro. Non voleva mai che Peppe le rollasse per lui le sigarette, solo che gli infiammasse un cerino.
Se passavano i carabinieri, che quei due li avevano sempre presi con le molle, Antonio e Peppe li fissavano da sotto la coppola alzando la testa per salutare e così facevano con il giovane sindaco democristiano, ma con un ghigno più marcato.
I contadini erano in lotta, qualcuno doveva pure nascondersi dalle guardie e sia Antonio che Peppe sapevano bene dove, nel vecchio ammasso della casa nobiliare, abbandonata da donna Concetta e da Rosa, sposata in città e ben educata alla nuova società civile.
I cafoni scioperavano – Dio ce ne scampi – diceva il prete, lo sciopero al contrario l’avevano chiamato, invece di zappare si dedicavano a rifare le strade o a pulire i fossi, nell’attesa che la riforma agraria gli avesse riconsegnato la terra.

Il racconto è stato selezionato al concorso ‘8×8 -si sente la voce-‘ anno 2013

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