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Yoga

Pubblicato: 21 dicembre 2014 in Kamal, Uncategorized
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Fissa il pensiero sul sopracciglio, senti il respiro, espira e inspira nello stesso momento, semplice.
Visualizza un fiore, uno che ti piace, ma senza analizzarlo, osserva, respira, osserva, non fare niente, respira, osserva, non pensare, non sezionare, ma osserva.
Apri gli occhi ora, porta le mani giunte al petto, salutiamoci con il suono cosmico, pronunciamo Om, Oommm.
Il posto più vicino a Chiara fu lo yoga del venerdì in palestra, abbonamento open élite 15 mesi, oppure 10 anni votati alla fede Fit.
Il posto più vicino a casa era la stiva extralusso di una delle navi gemelle arenate dagli anni sessanta sull’altipiano del tiburtino, divise dal tratto pianeggiante di via viollier. Il Fit era collocato nel piano interrato del palazzo. Il palazzo affondava le radici per trenta metri sotto terra tramite delle palizzate che secondo l’agente immobiliare lo rendevano antisismico. La nave soffriva di infiltrazioni sul terrazzo, le scale erano rivestite in gomma, i muri interni erano scrostati, le parti in legno erano incise di infamie ai presidenti di squadre di calcio o d’amore per katia e Lorenza, o di scazzo, o di date, date di esami sostenuti all’università, date di scudetti, date di fidanzamenti, date di mutui esauriti, numeri di telefono mai composti, merda, Gianni 1983. Sulla colonna in mattoni un de Chirico, una scena di mercato, una stella di natale lampeggiante, un ombra che sale sulla scala b, una bella ragazza che guarda nella cassetta della posta, Om, il posto più vicino all’india era lì, in fondo alle scale sigillate da un cancello.
Da lì, a metà della nave, venivano gli odori di bagnoschiuma e forse i topi.
Chiara era in fondo alle scale, vicino ai bagni, nella ‘sala large’, il venerdì all’una usciva dal fiore, dal narciso che immaginava, tutta stesa su un petalo del narciso, vestita, nuda, stava sul petalo e non lo guardava, era distesa sorridente sul petalo e guardava il cielo infinito dell’india. L’india, mesi in viaggio nelle regioni dell’india, il deserto di sale che nasce d’inverno quando il mare lo schiude, e nel deserto di sale navigano alcuni indiani, indiani reietti, lontani, gruppi di colore sperduti nel deserto di sale. Ti fai accompagnare per venti dollari al giorno, gli fai delle foto, due copie istantanee con la polaroid e una con l’attrezzatura professionale, una copia la lasci a loro, ai reietti, e ti ringraziano, tu ringrazi loro perché non sanno nulla del mondo che esplode, non sanno niente oltre le strade nel sale. Lì c’ è Chiara con la sua Nikon, Chiara. La barista.
Fu così che la ducati, venduta di nuovo, finanziò quel viaggio di sei mesi che sarebbero diventati otto poi dieci poi un anno e ancora non finiva, il grande viaggio di Chiara.
Nei sotterranei della nave di via Viollier si apriva il deserto dell’India e si poteva visitare tutto in pochi minuti.
Incontrare gli zingari reietti dell’India durante la notte, in una tenda piazzata accanto ad una Mercedes finita: Contiene Chiara che dorme abbracciata al suo zaino da viaggio.

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Kamal zero

Pubblicato: 14 giugno 2014 in Uncategorized

 

Kamal stava in Italia per svoltare. Aveva giurato di emigrare in un preciso momento che era ancora bambino. Aveva solo cinque anni ma si orientava così bene per le stradine del mercato di Mumbai che pareva averle stampate nel cervello come una pista per biglie. Sembrava un falchetto in picchiata fra gli uomini e le donne avvolte da metri di stoffa colorata, passava le ali sui sacchi di peperoncino e curcuma e scompigliava le decine di sari in mostra per i turisti. Nel momento in cui decise il suo futuro correva forte con un segreto stretto nella mano. Uscì dal mercato e si infilò nel mucchio di case basse. Ad ogni vicolo i suoi piedini perdevano aderenza e alzavano polvere, poi il paese finì e Kamal si perse nella sterpaglia dominata dall’odore della discarica, finì anche l’odore e il piccolo falco sparì come si fosse sciolto su un muro bianchissimo, ma a veder più da vicino c’era una crepa. Oltre quel taglio un orto abbandonato dove resistevano solo le fragole, ma in un angolo riparato. Kamal riprese fiato con il dorso delle ali nella terra e il cielo sulle gambe. Aprì il palmo e osservò con terrore il suo segreto: tre monete. Due già viste alla bancarella di suo padre, due monete uguali, non ne sapeva pronunciare bene il nome, non sapeva cosa sarebbe riuscito a comprarci e forse mai nessuno gli avrebbe venduto niente, non gli importava, il segreto era talmente grave che neanche ci avrebbe provato a rivelarlo. Le rupìe le conosceva ma l’altra moneta, lucente come il vetro dei bracciali di sua madre, quella era davvero un mistero, poteva anche portare una maledizione, era stato un peccato mortale accettarla. Non l’avrebbe mostrata a nessuno, non a suo fratello né al suo amico Rishi, che era come un fratello ma più complice, non abbastanza però, l’avrebbe messo nei guai.

  • Mostrerò questa moneta solo quando le mie ali saranno diventate davvero enormi, in grado di farmi viaggiare oltre il mercato e il paese, oltre il Rajastan e la città fatta di case blu, così un giorno darò forma a tutti i racconti dei saggi, mi inchinerò davanti al grande tempio del Taj Mahal, attraverserò il grande fiume e Varanasi, la città santa che vive da quando esiste l’uomo.

Un giorno sarebbe volato sui moderni palazzi di Dheli e avrebbe attraversato l’oceano, lasciando Goa lontana sulla riva.

  • Era meglio che non rimanevo solo, forse se non sorridevo non mi dava niente – pensò guardando il cielo scorrere – potevo andare a casa di nonno, mi aiuta sempre, invece sono finito al vecchio orto, tanto gli altri non ci vengono ché hanno paura, però non ci posso restare fino a stasera, devo sbrigarmi a ritrovare il posto.

Al mercato Kamal stava seduto dietro le ciotole delle polveri colorate, sistemate sul banco in una ordinata scala cromatica. Erano di tutte le sfumature del giallo, dell’azzurro e soprattutto del rosso.

Stava seduto alla fine del giallo quando il gruppo si fermò a guardare, aveva contato dodici persone, tre per le tre falangi di ogni dito escluso il pollice che le tocca: Così faceva suo padre con le spezie.

Il gruppo aveva continuato il giro a parte una ragazza. Era molto diversa dalle donne della sua famiglia che erano basse e avevano i capelli lunghi e neri, i visi più rotondi e non mettevano camicie ne’ pantaloni. Lei sembrava un uomo e portava a tracolla una grossa borsa quadrata. Era rimasta ad annusare le spezie con gli occhi chiusi. Qualcuna le provocava una smorfia altre sembravano stupirla, come avesse trovato le polveri giuste per lei. D’ improvviso si fece indietro e guardò verso Kamal. Si tolse gli occhiali e prese dalla borsa un arnese che finiva in un tubo, l’alzò fino al viso e si spostò guardandoci dentro dalla parte quadrata.

  • Chissà che c’è la dentro – pensò Kamal e sorrise, in automatico, come il padre faceva con i suoi clienti.

La francese rimase ferma un bel pezzo e dopo aver scattato un paio di volte ripose la macchina fotografica, si avvicinò al bambino, prese le monete dalla tasca dei jeans passandogli quella mano così bianca fra i capelli.

Kamal trovò il sasso giusto, scavò e tirò fuori il panno di cotone, dentro c’ era un minuscolo coltello, due conchiglie di cui una rotta e la perlina che la sorella aveva perso in casa. Il franco francese doveva nasconderlo meglio di tutte quelle cose e delle rupie, sarebbe stato il suo amuleto o la sua maledizione, non lo sapeva ancora a cinque anni e non ne fu certo neanche vent’anni dopo, quando le stradine del mercato erano diventate le traverse di corso Svezia e l’orto in cui nascondersi un garage a ore. I dieci chili di merce contenuta nel lenzuolo, per come riusciva a vendere lui, potevano valere trecento euro. Il giochetto si ripeteva almeno una volta a settimana quando i marciapiedi si riempivano troppo, allora le divise bianche si facevano vedere. Non era difficile scappare, i ragazzi afferravano i quattro angoli del lenzuolo e la bancarella diventava un fagotto lanciato sulle spalle, comodo per correre. Kamal non era mai stato preso grazie alle sue doti di corridore, alla sua capacità di carpire ai primi segnali la retata in arrivo, alla sua statura minuta che gli permetteva di svicolare fra le auto per poi nascondersi e sbirciare gli eventi. Certo per lui era un lavoro provvisorio quello della bancarella, sperava che avrebbe avuto un negozio come i paesani più svegli, c’era tempo per tutto, quando sarebbe arrivata Mayra l’avrebbe aspettata su una bella macchina, l’avrebbe portata in casa sua, figli, parecchi, e la domenica tutti a mangiare il gelato. Sarebbero andati in villeggiatura come facevano i signori del quartiere Claro e dopo qualche anno avrebbero rivisto il loro paese e portato regali ai parenti. Ma per ora doveva stare attento, il permesso di soggiorno era la sua preoccupazione principale, il passo successivo verso il suo sogno.