Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

– E l’hai presa in Spagna?
– Cosa?
– La maglia, l’hai presa in Spagna no?
Marco la guardò stranito, la scritta era evidentemente in spagnolo – Dove vuoi che l’abbia presa, a Berlino? – stava per rispondere, ma per assurdo non l’aveva comprata in Spagna:
– No, ad un concerto di Tonino Carotone, al Ventiquattro, lo conosci?
Chiara scoppiò in una risata liberatoria, di quelle a cui non puoi resistere anche se non ne capisci il motivo e Marco non aveva bisogno di altro quel giorno.
Lei batteva la mano sul tavolo, la bocca spalancata e le lacrime che le facevano ancora più verdi gli occhi, mentre a Marco iniziavano a far male anche gli addominali che s’era dimenticato di avere.
– Si come no…
Risata compulsiva di Chiara.
– Ci vado spes…
Risata soffocata di Chiara.
– Si, conosco pure i baristi li den…
Chiara, con la guancia attaccata al tavolo della cucina di quello sconosciuto, avvertiva una certa familiarità.
Marco tentò di rimettersi in piedi, aggrappato allo stesso suo tavolo, con gli occhi piantati sul viso di quella sconosciuta.
Il loro guardarsi senza pudore, nella comunione di una risata, aveva già segnato il passo.

Marco tu non lo sai, ma il tuo cervello ha già deciso, senza di te.
Ha valutato in pochi secondi quanto la ragazza ti possa piacere, non puoi opporti, da quel momento ti sei comportato come non avresti voluto e adesso, che le guardi le labbra a qualche centimetro di legno dalla tue, sai bene che potrebbero divorarti, sai che hai poche possibilità di scappare.

E quella decisione, Chiara, di andare a casa di Marco a portargli la rata e di farti aspettare dalla tua amica Rachele, come fosse un cavo di sicurezza grazie a cui saresti riuscita a tornare anche al buio, seguendolo con le mani, non è stata casuale.
In testa avevi solo l’affare della moto, però hai provato amarezza quando ti ha aperto quella splendida rossa e non lui, perché? Volevi scappare lasciandoli in corridoio a discutere, quindi ti sei messa a scrivere il biglietto che resterà lì, incompleto, e che lui leggerà quando sarai andata via, conoscerà la tua scrittura: Tu i biglietti non li scrivi a chiunque e lo sai. Andrai via così tardi che Rachele la troverai addormentata sul tuo telo africano, tutto sporco di cenere, e sarai contenta di non star sola, sorriderai, come Marco, di quel particolare solletico alla pancia.

La ragazza si mise in piedi, tirò giù la maglia dei Motorhead e Marco si accorse che dal lato della guancia, che prima stava sul tavolo, i capelli erano rasati.
Un caffè, la moka era ancora piena di quello della mattina ed almeno su quel punto della convivenza Anna non metteva bocca – La sparata in corridoio se la poteva risparmiare – pensò Marco – è troppo suscettibile, neanche fossi il suo ragazzo.
Marco smontò i pezzi e soffiò dal beccuccio del filtro, il fondo di polvere esaurita gli cadde compatto sulla mano: Il metodo non era dei piu’ igienici ma funzionava alla grande.

– Insomma, Giada come va?
Le chiese.
– Chi è Giada scusa?
– Giada è la moto, non te l’ho detto.
– Siete terribili.
– Chi scusa?
– Voi maschietti, date i nomi alle moto come fossero le vostre ragazze, che però dicono sempre di sì eh! così è facile.
Marco intanto cercava uno di quegli accendini esauriti che diventavano ottimi accendigas, salvo che l’irlandese non li buttasse.
– Dovrei farti la pippa sul rapporto privilegiato che ognuno di noi ha con la propria moto, sul fatto che il serbatoio, quando lo stringi fra le gambe e ti ci sdrai sopra, ha qualcosa di sensuale, ma sicuro questi discorsi li avrai sentiti spesso…
– E invece no, nessuno me ne aveva parlato in questo modo, ma perché me l’hai venduta?
– Considera che è passato un anno e la spalla ancora fa male, te l’ho raccontato il volo no?
– Sì è vero ma non sei nè il primo nè l’ultimo che cade, io due volte nella mia vita, eppure…
– Sì sì, questo è vero, forse non ero un motociclista ma solo uno che aveva la moto, zucchero?
– Cosa?
– Dunque, quanto zucchero ti metto nel caffè?
– Ah, scusa, se c’è di canna uno e un po’, se no amaro.
– Allora amaro, mi dispiace.
Chiara affidò a quella tazzina l’ultima speranza di riprendersi dal joint del pomeriggio.
(Continua…)

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Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

− Il tipo abita qui vicino.
Fece Chiara, scrollando le mani per far asciugare lo smalto.
− E com’è com’è?
− Lo vuoi vedere? Mèh, vai su faccialibro, si chiama Barlaam Gio.
C’è dittu? Ma che nome è?
− Bi – a – erre – elle – doppia a…
− Ma davverò si chiama così?
− Secondo te? Cioè, secondo te uno si può chiamare così? Quello è il nome del profilo Facebook, si chiama Marco.
− Eccolo!Non c’è foto però!
Rachele riuscì di nuovo a ciccare sul telo africano di Chiara, ma era troppo difficile alzarsi dal letto per pulire, aveva il pc sulle gambe, si limitò a soffiare la cenere, che tanto l’amica era concentrata a valutare le proprie unghie diventate blu.
− E va beh poi se capita te lo faccio conoscere, n’è manco male, sui trentacinque, alto, poi che mi frega, basta che ha accettato la proposta.
Ci paracula che sei, e allora, stai andando?
− Sì due tiri e vado, passa dai, tu aspettami però, che faccio veloce.
Finì di prepararsi, qualche goccia di collirio, il profumo tutto incenso e un filo di matita. Scese al volo, doveva starci per le quattro e mezza, doveva.
Su via Simoni trovò il delirio, schivò diversi passeggini, slalom al fruttivendolo bangla con metà negozio sul marciapiede e sorpassi vari a gruppi di nonne con i carrelli per la spesa: Quei pochi metri finirono di rintronarla.

I soldi li teneva ben imboscati dove sapeva lei – quando arrivi al 21 squillami se non trovi il citofono – gli aveva detto il tipo, ma come faceva a dimenticare il citofono se c’era ‘Simpson’ scritto sopra?
Sì, ma cercò buoni cinque minuti, quella scritta si era camuffata bene, lo chiamò e chiuse al quarto squillo. Cercò ancora, non trovato, richiamò, squillo numero cinque, niente.
− Allora, il portiere di solito sta dove c’è scritto ‘uno’ o anche ‘portiere’ − pensò − lui dice di abitare a piano terra, quindi vicino al portiere e quindi in uno degli interni dal due al quattro − e si mise a fare così i conti per aggiustare il tiro sul pulsante meno sbagliato se non riusciva a beccare proprio quello giusto, poi notò ‘Sim’ sull’etichetta strappata del tasto tre, ma appena lo ebbe scoperto arrivarono impulsi irregolari al magnete del portone, questo sobbalzò un attimo, voleva essere aperto e Chiara lo aprì − Pesa un accidente, insomma per me pesa un accidente − si disse.

Nell’atrio c’era una guardiola abitabile − uguale condominio costo alto − era un fattore che considerava sempre quando cercava una casa in affitto.
Si fermò per orientarsi − Quale scala? Scala B, mi ricordo scala B, allora a destra, che fatica − pensava − che fatica, forse era meglio che non fumavo, però stavo così in pace. Magari questo non è in casa, magari! Tanto il portone mica l’avrà aperto lui, sì dai, l’hanno aperto per caso, qualche ragazzino che giocava col citofono, che ne so, magari non c’è e me ne torno dritta sul divano, mi carico un bel film, due ore di sonno ed esco fresca fresca. Questo mo inizierà col caffè e che fai e le chiacchiere di circostanza, e siediti, e l’imbarazzo a prendere i soldi e io che gli dico ricontali bene, e così poi se ne passa un bel pezzo, ma a una certa mi alzo e lo saluto. Il divano, Rachele si starà già preparando la seconda, aspettami che faccio veloce, e come no! Così mi gioco il pomeriggio libero dal bar solo per pagare la rata della moto.

Dal suo ingresso nell’atrio all’arrivo di fronte alla porta del presunto appartamento, l’interno tre, erano passati altri cinque minuti, bussò perché non vedeva il campanello, fra il nervosismo e l’imbarazzo stava seriamente pensando a uno scherzo ormai, a lei così sveglia, non era possibile.
Quando le aprirono la porta, nel corridoio tipicamente buio, mise il fuoco su dei capelli rossi, ricci e lunghi, su un reggiseno misura ampia, pantaloncini grigi e sull’ aria scoglionata di una che in faccia portava scritto: ‘Non so chi tu sia e cosa tu ci faccia qui, io non aspettavo nessuno.’ Chiara, certa di aver sbagliato appartamento, disse subito chi cercava e Anna le rispose di aspettare un attimo ‘per favore’.
In effetti ciò che veniva in mente ad Anna in quel momento era poco più di: ‘Sarai un’amica di quello strano dude che torna sempre tardi e mi sveglia in piena notte urtando questa maledetta porta di cartone. Io non ho tempo da perdere, ho da fare in camera, sto leggendo, ho appena preso un caffè lungo e stavo tranquillamente fumando quando tu hai bussato, bussato capito, ma non lo vedi il pulsante del campanello, bastava premere, to push, te lo chiamo, after that non mi rompete più!
Chiara sentì la ragazza urlare più di una volta ‘Marcoooo’, poi se la vide tornare sconfitta a dirle – Accomodati, mmm, Chiara giusto? Accomodati, fra poco Marco arriverà – in quel verbo al futuro, coniugato benissimo ai suoi capelli irlandesi.

Chiara la seguì lungo il corridoio osservando le proporzioni perfette di Anna, visualizzò quel centimetro in più del proprio girovita e la invidiò, conscia che a breve avrebbe dovuto stamparsi in faccia un buon sorriso di copertura, mai stato semplice per lei come sembrava esserlo per il resto delle sue amiche. Marco non si era accorto assolutamente di nulla, colpa del phon, perchè il phon può coprire anche un allarme antiaereo. In più stava pensando al casino che era successo al lavoro e l’effetto era triplicato, poi l’aveva messo tutto a caldo perché si voleva asciugare bene e in realtà era perché il getto caldo addosso lo rilssava, e così si era già fatto una mezz’ora, sospeso in un mondo dai colori pastello, nello spettro del giallo, concentrato sulle istruzioni della lavatrice, seduto sul bordo della vasca rivestita con piastrelle ricamate che dimostravano lo stato originario dell’appartamento, una chicca degli anni sessanta.
In realtà Marco aveva sentito un richiamo lontano, una voce in qualche modo nota – Ah sì – realizzò – dev’essere Anna, la puglirlandese che vive in questa casa e che incontro in corridoio da circa un anno, cosa vorrà, non ho lavato bene i piatti? Mah, chittese… ce ne ha sempre una, io faccio finta, non ho sentito nulla, la porta è chiusa a chiave no? E allora.
La giornata era stata dura parecchio, l’uomo che Kamal assisteva si era lanciato dal secondo piano. Marco era stato uno dei primi a vederlo e non riusciva a lasciar andare quell’immagine, rimaneva attaccata agli occhi per uno strano magnetismo.
– Il vecchio punk non e’ morto ma – pensava Marco – un uomo che fa questo in qualche modo è morto uguale, l’atto di lanciarsi è qualcosa di definitivo, di spalle, come sulla folla di un concerto, porta in sé una frattura interiore, è il finale di un dramma che dura da tempo.
Kamal era a pezzi, si sentiva responsabile di non essere stato attento al suo datore di lavoro
– Ma uno che non si alza per mesi da un letto, amico mio, che potevi immaginare che faceva una cosa del genere? Doveva succedere secondo me, era scritto e basta, e tu non c’entri proprio niente, fidati – Marco aveva cercato di scagionare Kamal dai propri sensi di colpa.
– Si va bene, capisce che tu dici Marco, ma tu hai visto signora Francesca come sta, visto no? E suo amico, venuto apposta per lui, signore ha fatto questo proprio oggi, ma perché?
– Te l’ho detto, doveva succedere, Kamal, stai sereno.

Anna e Chiara loro malgrado socializzavano e Chiara però sentiva dell’amaro sotto la lingua, quella bella rossa era la ragazza del tipo, che sorpresa – per questo forse si è così urtata all’inizio – pensò.
Finito il suo bicchiere di birra Anna si alzò di scatto in un ritorno di nervosismo e scusandosi sparì dalla cucina – ecco – pensò Chiara – ora mi tocca pure sentirmi sta discussione, la cosa si sta facendo spinosa, quasi quasi gli scrivo un biglietto e ci metto i soldi dentro, passo di là, glielo mollo e me ne torno a casa. Certo sarebbe imbarazzante uscire all’improvviso e magari beccarli che chissà cosa stanno facendo – quindi decise di restare, anche perchè voleva vedere come finiva quella storia che s’era costruita in testa e che filava così bene ma nel frattempo, come quando certi gesti partono da soli, si era messa a scrivere il biglietto su un tovagliolo, ‘Ciao Marco, ti lascio quello che avevamo deciso per questo mese…’ quando se lo vide entrare, pure lui in pantaloncini grigi e con una maglia che recitava: Dónde està mi cerveza.
– Non ci vedo più bene – penso’ Chiara – vedo sfocato cazzo, ma che mi sta succedendo oggi?
Marco invece, diritto sulla porta, se ne uscì con un brillante:
– Ciao Chiara, perdona il ritardo – e subito si disse – se ho fatto tardi stando dentro casa sto proprio fuori!
– No di niente, niente di grave… – ancora fissata sulla scritta della maglia, non riusciva a metterla a fuoco.
– Guarda che è proprio così.
– Chi? In che senso?
– No, la scritta sulla maglia, è stamapata proprio sfocata…

(Continua…)

meccanico

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Cristian si avvicinò al banco degli attrezzi e si passò uno straccio fra le mani, appena focalizzò il numero sul display ebbe di nuovo quello stupido tremore e per poco mancò il tasto di risposta.
Deglutì, cercando di simulare un tono distratto:
– Aeh, buongiorno, come? l’hai trovata?
– Siiii, è proprio lei! l’ho già fermata.
– Magari gli davo un’occhiata prima io no?
– Cri’ lo sai che ci capisco, però la devi vedere comunque!
– Fai la mattina?
– Stacco alle cinque, puoi? Dai dai dai…
Cercò un motivo per dirle di no, c’era riuscito un paio di volte in una botta d’orgoglio maschile, dopo era stato molto male però, convinto di aver perso un’occasione.
Sapeva di poter rinunciare a molto per vederla, anche solo per poco, pochi minuti al giorno, se li sarebbe fatti bastare sempre: Tanto s’era intossicato di lei.
– Sì, penso di sì.
– Verso le cinque e mezza? Una doccia e scendo, tanto è proprio all’angolo di casa,
non ci posso credere! Cristian, ti devo lasciare… a dopo!
– Sì ok, a dopo.
Il ragazzo infilò il telefono in tasca, poi lo rimise sul banco e scivolò di nuovo sotto il motore sforzandosi di ricordare dove fosse rimasto.
Aveva cancellato chissà quante volte il numero di Chiara dalla rubrica con il solo risultato di impararlo a memoria. Quella voce, occupava qualche assurdo recettore scavato nelle sue cellule nervose e azzerava la volontà di smetterla, ne era convinto ma non se ne faceva capace.
– Vedi, lì, vicino al forno.
Cristian le stava a fianco, mentre Chiara gli parlava ma non riusciva neanche a guardarla in faccia, pensava solo a come rimuovere quella specie di virus che lo rendeva un pezzo di piombo.
La seguì, perché gli veniva di seguirla, non desiderava altro.
Si fermarono davanti ad un telo grigio.
– L’ho sempre notato e ieri però mi sono accorta della scritta vendesi, che poi mica è normale scrivere vendesi a spray su una cerata, boh! Allora l’ho alzata un pò e già dal cerchio si capiva… A quel punto l’ho proprio scoperta, mi guardavano tutti, forse pensavano che la volevo rubare!
–E’ il seieventi iniezione?
– Dark, telaio nero ma il serbatoio è rosso, l’ha cambiato lui, sei marce e doppio disco serie oro da trecentoventi millimetri all’anteriore, c’è qualcosa da rifare, però non sai a quanto l’ho presa!
Cristian sciolse i laccetti e tirò via la copertura ormai lurida: Certo fa sempre effetto – pensò – è una signora moto questa, niente da dire, il telaio a traliccio la rende più stabile di molte altre giapponesi e in curva non perde un millimetro.
Sperò che la condensa dell’inverno non avesse mandato in tilt l’impianto elettrico. Abbassò svelto la leva dell’aria, accese il quadro, la moto fece il check senza problemi mandando le lancette a fondo corsa per poi riportarle in posizione, le spie si spensero tutte tranne il verde del folle, tranne il rosso nella sua testa.
Chiara trattenne il fiato, appena l’iniezione terminò il suo sibilo la moto urlò dai due grossi terminali ovali proprio come doveva una Desmo e nessun’altra bicilindrica.
Il motore girava irregolare per via dell’aria tirata e copriva le loro voci, quando riceveva più gas trasmetteva vibrazioni sull’asfalto intorno per poi tornare a battere inquieto. Mentre apettavano che andasse a temperatura, l’attenzione di Cristian si era spostata tutta sulla Ducati.
– Le gomme sono consumate al centro, non c’è andato per curve, puoi farci altri tre, quattromila chilometri, poi le devi cambiare.
Chiara si sentiva sotto esame come se Cristian stesse valutando una sua opera. Lo guardava, gli sembrò bello così concetrato ma non le bastava, non era colpa sua se non riusciva a vederci altro se non un bel fisico, un bel carattere, un amico a cui avrebbe potuto far male.
– Il tipo c’è caduto, te l’ha detto?
– Sì che me l’ha detto, è uno preciso! -Sorrise fingendosi offesa e il ragazzo dovette difendersi da quel viso- La moto ha preso una botta ma non sulla forcella, guarda, l’ho provata va dritta, dobbiamo solo trovare la pedalina del cambio e raddrizzare la staffa del quadro strumenti.
– Aspetta faccio un giro.
Cristian saltò su togliendo al volo il cavalletto, distrattamente tirò indietro la moto con la forza dei fianchi e allungò le braccia venose fino al manubrio.
– Ha l’antisaltellamento, quando scali marcia la ruota non ti si blocca e poi senti che morbida la leva della frizione, e brava la barista!
Ingranò la prima ed il Ducati Monster fece un impercettibile scatto in avanti, impaziente di liberarsi dal morso della frizione, seconda, terza, la moto era dritta e pronta in ripresa, arrivò al curvone pinzando sul freno e scese in piega a gas costante.
Quando tornò all’angolo del forno rimase a guardare la ragazza mentre lei stava con le mani sui fianchi e gli occhi sgranati, voleva sapere, Cristian tolse il casco e gli fece l’occhiolino.
– E’ perfetta, puoi girarci anche adesso, tieni, sali.
– E tu però mi segui con la tua? Ti offro un aperitivo ti va’?
Va bene – si disse – sapessi prenderti come questa moto andrebbe molto meglio però.
Cristian aveva la ottoeventi ma pensava a una Brutale, in pochi gli stavano dietro fra le curve data la sua genetica carenza di paura, innata come lo è il senso del ritmo.
Nelle uscite Chiara montava con lui, di solito la domenica o anche tutto il fine settimana.
Avevano la stessa passione, ogni giorno libero era buono per girare e marzo regalò due splendide domeniche di sole.
L’autogrill in uscita dopo la barriera autostradale era il posto perfetto per i motociclisti: Colazione, sigaretta, benzina. Entrarci alle nove di mattina era uno spettacolo d’acciaio, alluminio e carbonio.
Arrivare, affiancarsi alle altre moto del gruppo ed estrarre il cavalletto, sganciare il casco e impilarlo allo specchietto retrovisore o poggiarlo sul serbatoio, smontare, aprire la lampo del giubbotto, mettere gli occhiali da sole, erano gesti prima di tutto estetici, prove di stile.
Chi cercava davvero le curve indossava la tuta in pelle che non si strappa scivolando sull’asfalto, con protezioni su spalle, ginocchia e spina dorsale. Non ne avevano bisogno gli harleysti, la loro filosofia era molto diversa, occupavano la corsia sfilando su quintali di metallo, rilassati e lenti come orsi, odiavano le moto agili e a superarli si avvertiva sempre una leggera tensione, odiavano i ducatisti, in particolare i guidatori di Monster, e finalmente anche Chiara poteva sentirsi odiata.
C’era riuscita, mentre altre della sua età giocavano con paia di scarpe, borse e ragazzi Chiara aveva risparmiato i soldi per comprarsi una moto, ne aveva provate anche di più affidabili e potenti ma aveva voluto sempre e solo quella nuda e per assurdo l’aveva trovata ferma sotto casa.
Era caduta già due volte ma bene, invece il ragazzo che vendeva era volato oltre la moto rimasta in piedi, quasi intatta, incastrata al muso dell’auto che non si era fermata allo stop.

Anticipo di seicento euro, trecento per i quattro mesi successivi, subito il passaggio di proprietà.
Niente banche di mezzo, un accordo con il tipo che si era fidato di lei.
Avrebbe potuto cercarla nel bar dove lavorava da tre anni o anche a casa.
La ragazza sapeva come trattare, sapeva dare la mano, era stata il figlio maschio, aveva imparato per strada a leggere gli uomini, li riconosceva subito e sapeva istintivamente cosa prendere e dare e fino a che punto…
(continua…)

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Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Girò la chiave mentre articolava la caviglia sull’ accelleratore.

La vecchia Twingo partì a fatica come tutte le mattine.

– Lo so che mi lascerai a piedi, ma oggi no, proprio no… La pregò a voce alta.

L’auto ebbe tutto il tempo di scaldarsi, ferma nel traffico di Corso Svezia in direzione centro.

Nello specchietto dell’aletta parasole gli occhi andavano tingendosi di nero e di un azzurro tenero e qualche ruga a margine si tamponava bene con il fondotinta fluido preso al volo nella farmacia sotto casa.

La prospettiva di rivedere Carlo la emozionava, in tutto quel tempo si era parecchio trascurata e quella era l’occasione per guardarsi di nuovo allo specchio.

Sparò a palla la musica, le ginocchia scivolavano strette nei jeans e si portavano appresso le spalle e il bel collo dritto, ogni tanto la donna tirava indietro qualche ciuffo che sfuggiva dal fermacapelli.

Con la coda dell’occhio notò che il ragazzo sul suv di destra la guardava protetto dai suoi Carrera scuri: Si era accorto di lei e non poteva farle che piacere.

Piano ricominciò a respirare con la pancia, come quando saltava cantando i pezzi dei Clash o si muoveva lenta, immersa nel buio dei Depeche Mode.

Carlo stava per partire ma ne volle essere certa.

– Hola Reddis, ci sei?

– Buongiorno! Hai paura che non vengo?

– Eh, con te non si sa mai, la pasta è quella.

– Tranquilla ragazza, sto per uscire di casa, parto fra un’ora.

– Bùono, alle tre in stazione, chiamami che poi ti dico dove sono, t’aspetto in doppia fila.

– Sempre la macchina gialla?

– Sempre!

– A dopo.

L’ufficio non distava molto dalla stazione centrale ma anticipò di mezz’ora l’uscita nonostante il permesso del pomeriggio, lei che tendeva sempre allo straordinario, dedita allo schermo del suo pc come un prete all’altare.

Aveva rinunciato alla metà di vita precedente per quel lavoro, cambiato città, salutato gli amici con una bella festa e pagato i vari conti che gravavano sulla famiglia. Una manna a tempo indeterminato contro l’eterna cassa integrazione e una casa vera invece del bilocale in affitto era un’ opportunità rara alle soglie dei quaranta, era fortuna, destino le dissero tutti.

Non c’era stato alcun dubbio nel decidere, ma l’analisi degli ultimi cinque anni che ripeteva come un mantra ogni notte, rimasta sola nel letto, dava sempre un meno. Quella leggera amarezza che provava i primi tempi era dilagata fino a conclamarsi in un grosso senso di colpa, e lei non dormiva più.

– Carlo?

– Sì sto uscendo, da che lato? Ho alle spalle i binari.

– Bravo, vieni verso destra.

Lo individuò, svettava fra la folla e ne riconobbe la camminata distratta, più lenta di una volta. Un paio di Rayban e un giaccone verde con il cappuccio, il vecchio Parka, la tracolla che lo sbilanciava da un lato e tutto rientrava nel personaggio, il vagabondo di sempre.

Gli corse incontro e l’abbracciò come una disperata, come capitava. Francesca pianse, a singhiozzi, finalmente, una bambina sul petto di quell’uomo, piangeva e si asciugava con la mano, aggrappandosi alla giacca, graffiandola, respirando l’odore familiare che certe persone emanano, uguale anche dopo anni, l’odore di casa, la traccia di una chiara appartenenza.

Era una giornata che si poteva star fuori, andò bene il primo bar che trovarono.

– E i medici cosa dicono?

– Lo seguono al Policlinico…

Tirò forte dalla sigaretta, le mani gli tremavano ancora e lo sfogo le aveva provocato una costrizione allo stomaco.

Francesca cercava le parole da mettere in fila come fossero stampate sul piano di quel tavolino di plastica scolorita ma non le trovava, forse erano coperte dal posacenere della Martini, le sembrò di vederle stampate su quel bicchiere rovinato da troppi anni di servizio e allora provò a passare due dita lungo il bordo di vetro come per sentirne il brail, ma niente.

Il suo amico l’aiutò, si sporse e le mostrò il palmo della mano, fu lì che Francesca trovò i segni da seguire.

– Ho sete, tu ne vuoi un altro? Le chiese Carlo mentre la mano della donna stava tutta fra le sue.

– Ah, sì.

– Sempre lo stesso?

– Sì, sì lo stesso, grazie.

Francesca continuò.

– Senti Carlo, non si ricorda quasi più nulla, non mi riconosce, non ha mai avuto a che fare con me, ci credi? Io sono la signora mora. Non sa bene in che anno siamo e forse crede che la nostra stanza sia una sorta di reparto d’ospedale. Di te invece si ricorda bene ma ti chiama ancora il Reddis e mi dice che quando sarà uscito mi presenterà il suo gruppo, quelli della band, ti rendi conto adesso?

– Porca troia, boh, insomma, quando lo chiamai a settembre avevo capito qualcosa del genere…

– Non è solo questo, i medici parlano di Neglet, cerco di spiegarti… Il cazzo di ictus l’ha devastato anche fisicamente, sta a letto, non muove più la parte sinistra del corpo però Carlo, in realtà non sa neanche più di averla quella parte!

– Che? In che senso?

Stavolta Carlo iniziò ad agitarsi, si irrigidì come se di botto si fosse spalancata la porta di una stanza dalla quale prima arrivava un vociare sommesso e qualcuno gli avesse urlato bene in faccia la questione.

Carlo lo rivide cantare, trent’anni prima, ‘No future’ dei Sex Pistols e tirare la maglia sudata addosso al pubblico. Il suo amico era stato un vero frontman, viveva sul palco e alimentava il suo ego quando il locale era strapieno, rivide la follia nei suoi occhi gonfi di adrenalina, l’istinto della rock star, del cacciatore, l’uomo solo contro tutti, quello dietro cui si nascondevano lui e il resto della band mentre la gente gli avrebbe strappato la carne, questo aveva sempre creduto.

– Il Neglet, Carlo, ti dimentichi di avere una parte del tuo corpo, e anche una parte dello spazio non la consideri più, ignora completamente il lato sinistro delle cose, se gli dai un piatto mangia solo la metà destra, se sposti delle cose e le metti in un punto troppo a sinistra, lui non le vede più… Oddio Carlo, un casino… come faccio…

Rimasero una decina di minuti senza poter dire nulla, guardandosi, in un dialogo muto le cui pause erano i sorsi di Campari.

– Sai, ho passato mesi fra ospedali e Asl, ora gli hanno riconosciuto l’invalidità quindi mi danno qualcosa, continuo a lavorare e ho trovato un ragazzo indiano, Kamal, che lo segue quando non ci sono, me lo lava anche, una fortuna e una pena allo stesso tempo, ha più confidenza con lui che con me, e chi ci pensava a na cosa del genere!

Alla donna scappò un sorriso e alzò gli occhi umidi al sole, Carlo anche si rilassò, anche grazie ai provvidenziali drink che Francesca non si permetteva dal giorno in cui il marito si era sentito male.

Era successo durante una lite con il figlio ma questo non riusciva a dirlo neanche al loro caro amico. Andrea era cresciuto a pane e dischi, lei se lo metteva sulle spalle durante i concerti e in pausa il padre andava verso di loro, ancora eccitato dal palco, e appena li vedeva cambiava l’espressione spiritata in una più dolce per abbracciarli.

Forse, pensava Francesca, era stato un male anche quello: La passione per la musica trasmessa come un virus che presto era esplosa nel figlio. Una passione disperata quella del marito, percossa sulle corde di una chitarra, amata solo nei fine settimana o in qualche ora sottratta all’obbligo del lavoro.

Francesca dentro di sé aveva sempre pensato che la malattia del marito fosse stata provocata dal lavoro così duro e nello stesso tempo dalla frustrazione per il successo mai ottenuto.

Un animale in una gabbia troppo piccola impazzisce a forza di morderne le sbarre, pensava, e da quando si erano trasferiti quella gabbia non era che peggiorata, la grande città aveva tolto al marito anche il minimo spazio vitale che era riuscito a mantenere per anni. Tutto quello non doveva esistere per Andrea, non quella vita divisa né la schiena rotta dal lavoro in fabbrica, ma nulla era bastato a convincerlo.

– E te la ricordi Ilaria vero?

– Ilaria chi?

– Mia nipote, la ragazzina che veniva a stare su da noi qualche giorno, in estate.

– Ah! Capito, ma ha più o meno l’età di Andrea e dei miei?

– Eh sì, è diventata proprio una bella mora! Mi ha aiutato parecchio, lui è felice quando la vede e lei ci passa tempo, la verità è che è sempre stata innamorata dello zio e io sono gelosa!

– Ma non è che pure il ragazzo filippino s’è innamorato di lui?

Scoppiarono a ridere e Carlo si alzò tirandola via con sé.

– Ti farei fare un giro turistico, che dici?

– Ti sono mai sembrato un turista?

– No, scusa tanto Reddis eh!

– Per stavolta… Comunque me la ricordo bene la città, dal concerto degli Stones, la girammo per tre o quattro giorni, tutti insieme…

– Siiii! Nel 2007 mi pare, come no. L’inverno poi successe il fatto. Eri sceso con Giulia e prole, ma come sta? Come stanno tutti?

– Ah bene! Non mi lamento, sono molto più quadrati di come eravamo noi, studiano, Giorgio lavora anche al bar di in un locale ogni tanto. Giulia la vedo solo quando si tratta dei ragazzi, sai… E Andrea invece?

– Quello c’ha la testa a festa, indovina?

– Suona anche lui?

– Chitarra e voce, non ha mai voluto lezioni dal padre però, solo qualche consiglio, lavoricchia in una ricevitoria, si paga l’affitto di una stanza e vive in un altro quartiere. La settimana scorsa, di nascosto, sono andata a sentirlo: Carlo, che ti devo dire.

– Bel carattere da quando stava sul passeggino, vorrei proprio vederlo come s’è fatto!

– Alto, secco, chi ti ricorda? Però i bellissimi occhi verde chiaro e la pelle olivastra sono tutti della sua mamma! Una sera di queste ti porto se rimani, vediamo se ci fanno entrare nel locale data la nostra veneranda età, poi tu, informatico pure…

– Mi sto offendendo te lo dico, fra l’altro noi informatici ci manteniamo sempre molto meglio dei ministeriali!

– Che fine dovevamo fare Carlo mio!

– Ora mica mi attaccherai la solita pippa dei grandi sogni? Dello scendere a patti con la realtà? Io sono sempre pronto a togliere la cravatta!

– La casa è di chi l’abita, è un vile chi lo ignora, il tempo è dei filosofi…

Francesca si mise a sillabare camminando a tempo di marcia e Carlo continuò:

– La casa è di chi l’abita, la terrà è di chi la lavora, Il tempo è dei filosofi…

Uscirono dai vicoli del centro e si diressero a nord, sul lungofiume.

A destra davano spettacolo i palazzi storici e sul lato opposto delle querce enormi facevano da contrappunto, con le fronde sbilanciate sulla strada.

Era uno splendido venerdì d’aprile, il paesaggio scorreva come una pellicola superotto proiettata sulle imperfezioni del parabrezza.

Il cruscotto consunto e scaldato dal sole emanava odore di plastica che si mischiava al fumo delle loro sigarette.

The Great Gig in The Sky, Pink Floyd, Carlo alzò il volume ma l’improvvisazione vocale di Clare Torry durò troppi pochi minuti, poi, al 3.33, Puddie Watts, il portiere dello studio di registrazione sussurrò: ‘Non ho mai detto di aver paura di morire’.

Reddis, non manca molto.

Carlo annuì senza girarsi, rimase a fissarsi le mani, premeva a ritmo le dita sul palmo, aveva ancora le corde tracciate sulle punte delle dita nonostante non prendeva un basso da almeno tre anni, anche solo per gioco. Per gioco no, non aveva mai suonato per gioco, non era mai stato un passatempo, aveva creduto di farcela come c’ aveva creduto il suo amico, anche di più.

Avevano smesso, e giorno dopo giorno le ragioni che si era dato avevano solo attenuato il dispiacere.

Arrivarono a Corso Svezia e svoltarono sulla rampa che arrivava diretta alla piazza del quartiere.

Si fecero superare da una macchina della polizia, poi da un’altra, si erano fermate poco dopo, sotto il palazzo. Una piccola folla guardava in terra, un’autoambulanza, Francesca si fermò senza badare dove, scesero, c’era Kamal, gli andò incontro.

Massimo Majakovskij photographer

Massimo Majakovskij photographer

 

Autore: Luca Ciofani

La lampada è smaltata di rosso.

La ragazza la tirò fuori da una scatola che non sembrava poterla contenere.

Doveva essere prima di Natale quando mi venne a trovare, fuori faceva freddo, me ne accorsi quando lei si chinò a baciarmi, fra i suoi capelli si era nascosta l’aria d’inverno, mi arrivò come una novità così invadente che interruppe i soliti giochi confusi nella mia testa: Era inverno di sicuro.

Il led sta incassato in una minuscola campana di metallo che si restringe e diventa un tubicino snodato, infilato al centro di una base rotonda, dall’anima pesante, scarto di chissà quale lavorazione industriale.

La ragazza mi sorrise mentre la poggiava sul comodino.

Emette un fascio di luce fredda che si deforma solo sulle onde del lenzuolo e poi torna preciso sul vecchio pavimento in cotto, lasciando lontano il resto di questo posto.

Il collo della lampada si flette in tutte le direzioni che voglio e posso orientarlo con una sola mano, così quando di notte riesco a star sveglio o nei giorni di pioggia, che la stanza è invasa da una triste scala di grigi, mi piace scandagliare altri angoli. Illumino la cassa acustica, alta come un totem ai piedi del letto, o i centimetri di dischi schierati nella libreria di fronte, dentro custodie così colorate che danno l’idea di un lungo quadro di pop art. Se ne scelgo uno il ragazzo scuro lo mette per me e la musica proviene da tutti i lati, ma non vedo l’amplificatore, non so come faccia a funzionare l’impianto senza.

La donna con i capelli raccolti cerca di spiegarmi che è tutto collegato, piastra e amplificatore, ma io non riesco a vederli, continuo a non capire, l’amplificatore non esiste né il giradischi.

Appoggiata al muro invece c’è una chitarra, una Stratochaster, ma a volte sparisce, sempre quando fanno le pulizie. Tempo fa il ragazzo di colore me l’ha fatta provare però il mazzo mi cadeva, non ne vedevo la fine, la Fender si inclinava sul letto, facevo gli accordi ma suonava come se non premessi sulle corde, l’avrei sbattuta a terra.

Non saprei dire quando mi hanno portato in questo posto ma ormai lo conosco al millimetro, a volte mi pare di esserci già stato, ma è un ricordo così vago che penso sia solo la coda di un sogno.

Ho studiato anche l’inclinazione del sole come fa un Sioux. In estate, quando si abbassa e si infiltra orizzontale nella stanza, fa brillare l’etichetta Indiana Line della cassa, passa fra i rami fitti del bonsai che la ragazza della lampada sistemò sul davanzale quando aveva solo poche foglie.

Qualche raggio arriva sulla libreria e accende il verde della statuetta che mi ha regalato Kamal, il ragazzo scuro che mi assiste, rappresenta una divinità indiana. Shiva Nataraja, l’antico dio che danza tracciando un cerchio intorno a sé, per la fisica moderna – mi ha spiegato la signora mora – è la rappresentazione più straordinaria della danza delle particelle subatomiche, l’eterno ciclo di distruzione e creazione della materia.

Verso le otto di sera sento avviarsi le persone che lavorano nei negozi della piazza, si dicono ‘Ciao, buona serata, a domani’, so che qui sotto c’è anche un bar che fa cornetti molto buoni, come quello alla crema che un giorno mi ha portato di nascosto la ragazza della lampada.

Altre auto arrivano e qualcuna struscia il muso al bordo del marciapiede, riesco a sentire la plastica che si deforma, deve essere al massimo un secondo piano questo.

In molti vengono a cena nei ristoranti vicini, tornano che è tardi, chiudono gli sportelli e vanno via, sento le voci brille aprirsi ogni tanto in una risata e rido anch’io al pensiero di quando starò meglio.

Il ragazzo di colore mi fornisce cibo a intervalli regolari, spesso mi sveglio e ho fame, sul comodino vedo il mio bicchiere vuoto e molliche nel piatto, il giorno dopo mi dicono che ho mangiato durante la notte e ho bevuto il latte ma io insisto, non può essere, lo saprò se ho mangiato. Ovvio che scherzano e io non mi stranisco, sto al gioco, ci sono sempre stato in vita mia.

Spesso ho chiesto di poter uscire, fare anche soltanto una passeggiata, sono convinto mi farebbe bene ma non è previsto nella riabilitazione, vorrebbero portarmi sulla sedia a rotelle ed io non uscirò mai su una stupida sedia a rotelle. Solo una volta mi hanno portato fino alla finestra, quando ha nevicato, un evento -mi dissero – la neve.

Nella mia città è normale, quando facciamo le prove nel capanno che abbiamo affittato crepiamo di freddo, il camino non funziona e la stufa elettrica basta solo al tastierista per quanto è grosso.

– Ci scaldiamo col vino noi, porca di una vacca troia! Si mise a dire quello una notte che toccò rimanere li dentro, noi a suonare e la neve a scendere, non ce ne eravamo accorti e non avevamo le catene in macchina, allora restammo a suonare, fumare e bere fino alla mattina.

A me dal quarto pezzo in poi non serve più niente, divento una scheggia, una volta sono pure crollato sulla batteria nel mezzo del concerto -l’ho fatto apposta fra l’altro – e quasi non mi menavo con Fabrizio, mi avrebbe spaccato la faccia, tutto ossa e nervi, quelli così fanno male. Saranno stati in mille quella sera, pogavano e urlavano, sembrava che i muri del locale si fossero allargati per tenerli tutti.

L’ho raccontato alla signora mora che invece di ridersela s’è commossa, strana, ma inizio a volerle un gran bene, lei dice di avermi conosciuto anni fa.

Le ho promesso che quando starò meglio la porto a fare un giro e le presento il gruppo, quei bastardi sono spariti, neanche una telefonata, anzi solo il Reddis un paio di volte, ma giusto una parola, non mi capiva, continuava a ripetermi di stare tranquillo e presto tutto si sarebbe sistemato.

Intanto ripasso i pezzi a memoria.

Quando mi riprendo dalla convalescenza contatto l’impresario per una data nella mia città o anche in un club più vicino, va comunque bene, all’inizio non credo di potermi affaticare nel viaggio.

La malattia mi ha fatto invecchiare, mi è venuta la pelle ruvida come quella di un cinquantenne, sono sempre stanco tanto che non riesco ad alzarmi, quando ci provo cado come avessi una sola gamba.

Mi aiuta Kamal a lavarmi, della signora ho imbarazzo e in ogni caso la vedo poco, solo di sera, è spesso a lavoro o in giro e si occupa anche della spesa, così dice il moro.

Non so cosa mi sia successo, mi parlano di ictus ma non mi riguarda, non è possibile, non l’ho mai avuto.

Devo sforzarmi di guardare a sinistra, uno strano esercizio che non capisco, dovrei usare anche una specie di occhiali correttivi ma non vedo niente di diverso. Però credo nelle pillole, sono convinto che mi aiuteranno, quella arancio, poi quella blu e bianca, il mio amico Kamal me ne porta varie al giorno, da lui le accetto volentieri, mi tratta come si deve, mi rispetta, sa che vivo di musica e il fatto lo affascina, gli ho promesso anche delle lezioni quando starò di nuovo in piedi da solo, fra qualche giorno.

(Continua…)

Kamal 1.2

Pubblicato: 11 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.2
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Foto Kamal 1.2

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

 

Erano le otto -le otto – trenta minuti per arrivare al lavoro e fare colazione, circa cinque per divincolarsi da quel budello di strade che rovesciava in un’ansa più grande.

La tangenziale a quell’ora sarebbe stata invasa da centinaia di particelle metalliche a distanza solo teorica. Un’arteria gonfia d’ossigeno, di umanità dai volti determinati o assonnati, ma tutti in ansia di tardare a qualcosa. La città veniva svegliata da una massa colorata e informe, che fluiva dai distretti periferici alle arterie principali fino a gonfiarne il cervello, i muscoli, a stravolgerne la forma. Tutte le mattine lì si svolgeva una corsa ferma, una guerra di posizione, combattuta fra gli sportelli delle auto per ottenere spazio, imboccare il prima possibile una laterale, arrivare e iniziare qualcos’altro, come se lo sforzo non fosse già stato sufficiente.

Marco doveva solo seguirne il ritmo e navigare quel torrente di anime. Qualcuna gli appariva davvero bella nello specchietto retrovisore, intensa nei suoi cinquant’anni, mentre si truccava.

Lo incuriosiva sempre l’adesivo ‘baby a bordo’, quel giorno diceva ‘Giulia a bordo’.

– Magari Giulia una volta si era messa in ginocchio, sul divano posteriore, a guardarsi il mondo oltre il lunotto – pensò Marco – e forse si era chiesta se quel sabato la mamma – che sa guidare – l’avrebbe portata da papà che in settimana non poteva vederla perché: ‘sai piccola, è tanto impegnato nel lavoro ’. Pensò anche che Giulia avrebbe festeggiato quel compleanno nel posto dove si mangiava i frullati alla fragola e poteva scivolare dal castello di gomma fra i cubi colorati, con mamma e papà a sorriderle da lontano, insieme, di nuovo.

Marco era stanco dell’egoismo sotteso alla voglia di essere sempre più veloci, nonostante la vita avesse i suoi momenti, sempre più giovani, come tanti Dorian Gray, impegnati a stritolare tutto nel nome di un’ individualità malsana, e non avrebbe più voluto vedere l’affetto, anche quello più vero di un’altra Giulia, macellato sull’altare dell’Io.

Ma finalmente il notiziario lo distolse da quei pensieri così deleteri, era un nuovo giorno e doveva correre per arrivare in tempo a lavoro. Deviò sulla corsia di uscita che andava parallela alla principale e che era sempre più libera – il trucco gli avrebbe fruttato almeno trenta posizioni – poi scartò a sinistra fino a quella di sorpasso nel punto in cui, salvo incidenti, il bacino di auto e motorini sarebbe iniziato a scorrere più libero: Nessun problema, manovra agevole, tutto andava meravigliosamente bene.

Un attimo di buio e dopo il tunnel imboccò Corso di Svezia. Quella strada era il principale e convulso accesso da nord verso il centro della città: Lui lo percorreva in direzione opposta e sembrava il letto di un fiume in secca. Due semafori e girare a sinistra, ma più di una volta avrebbe voluto proseguire, colpa di un enorme cartello da cui uscivano prepotenti delle villette a schiera e che recitava: ‘Qui troverai tutto lo spazio che vuoi e una vita più tranquilla’.

– Sì, poi pensava, magari un bel cane, una scuola vicino casa e qualche pecora sullo sfondo che vi bruca quello splendido verde d’ agenzia! Girò anche quel giorno.

Si arrampicò in coda fino alla piazza che dava il nome a tutto il quartiere. Quella zona sembrava staccata dalla città, come fosse incompatibile, un feudo, il cui trasporto pubblico era un minuscolo autobus, carico delle persone che lì ci andavano a lavorare e non potevano permettersi un altro mezzo. Con i vari cambi ci volevano forse due ore per arrivarci dalla stazione centrale. Niente di nuovo, vigili e multe, auto in doppia fila e signore, in panico da shopping, con i loro visi botulinici precipitati dentro certe sofisticate vetrine.

Era facile trovare parcheggio a quell’ora, riuscì a fermarsi a due passi dal lavoro, vicino al

bar-ristorante di gran moda in una zona di gran moda. Pochi tavoli inchiodati sul marciapiede, come fossero stati dimenticati così l’inverno di chissà quale anno, erano coperti da una struttura in ferro e teli di plastica opaca che trasmettevano una sensazione di poco pulito, anche se va detto, lì impastavano dei cornetti alla crema spettacolari.

Quel posto faceva il verso a tanti altri di lusso, visti in vacanza o in qualche film americano, dove potevi lasciare le chiavi dell’ auto al parcheggiatore ed entrare di slancio nel locale, solo che in quel caso il parcheggiatore era un ragazzetto rumeno di sedici anni, cresciuto fra gli spicci dell’elemosina. Pochi centesimi, dati in cambio di simili usi, servivano a quietare giusto la coscienza di qualche presunto signore, come a molti piaceva farsi nominare.

A quel ragazzetto anche lui aveva pagato la colazione e gli aveva ingenuamente mollato dieci euro quando si era inventato il ritorno in Romania, motivo studio.

– Perché, io non sono uguale a loro?

Si chiese Marco, mentre ancora in auto, con il riscaldamento acceso, ascoltava un ultimo sprazzo di discussione sul decreto proroga, fra un deputato di sinistra e un giornalista economico.

– Sono forse migliore? Quando mi salutano con un ‘buongiorno dottore’adesso mi piace, ne vado fiero, per un secondo mi elevo stupidamente nelle mia vanità, pur sapendo di mettermi a parte di una commedia del ridicolo.

I primi tempi che gli capitava prevaleva l’imbarazzo – subito tramutato in odio – per quel manierismo che pareva qualificarlo come essere superiore, ma dopo tre anni c’aveva fatto il callo, anche se razionalmente continuava a vederla per la piazzata che era.

Quel modo di pensare, di comportarsi, si stava forse infiltrando nel fondo, quel brodo dolciastro negli anni stava lacerando la guaina impermeabile della sua moralità, che all’estremo sarebbe anche sembrato cinismo.

La contaminazione però è sempre bidirezionale e i marciapiedi del quartiere si addobbavano di collane e chincaglie. Dal cashmere dei negozi – tanto caro ai borghesi di qualsiasi colore – si passava in un metro agli indumenti cento per cento poliestere, messi in disordine sulle bancarelle gestite dagli indiani. Sotto il naso dei tanti conservatori, gli africani erano arrivati forse alla terza generazione, in un paese inconsapevole della propria storica commistione di genere e che non voleva riconoscere i vantaggi che da essa otteneva. Anche se la pizzeria al taglio sotto casa vendeva più kebab che pizza. Anche se dal camion del corriere espresso scendeva Romesh, Bangladesh, un metro e sessanta, braccia grosse, volontà di ferro e sorriso smagliante a quaranta gradi all’ombra. Anche se, in alcune strade di quella città, era ormai raro sentir parlare italiano e le scuole, periferiche e pubbliche -le meno finanziate – si ostinavano ad essere un eccezionale esempio di integrazione.

– Marco caffè?

Kamal l’aveva già individuato e lo stava aspettando appoggiato alla porta del bar di seconda linea del quartiere.

– Seaaa

Rispose Marco nel suo gergo più scazzato.

– Va bene caffè per Marco e latte caldo a me.

Disse Kamal al barista nel suo italiano ancora più strampalato.

Gli indiani bevevano sempre molto latte.

Il barista si chiamava Francesco, un impeccabile filippino di trent’anni e quattro figli a carico. La sua camicia bianca faceva contrasto con il grasso sui vetri del bar ‘Eredi Pedrucci, fin dal 1965’.

Il bar poteva sfoggiare l’onorificenza di ‘Cavaliere del lavoro ’, assegnata all’ormai vetusto signor Pedrucci – del bar Pedrucci – che, all’epoca, vendeva anche uova e crostate fatte in casa, lavorava quattordici ore al giorno, per lo più da solo, anche lui con quattro figli a carico – gli eredi appunto – dai quali Francesco dipendeva.

Sul gradino del bar, a volte, se ne stava anche un ragazzo, portava sempre i capelli ben rasati e occhiali scuri, leggeva e arrotolava tabacco, scena insolita e non soltanto per il grembiule che indossava. Era impiegato in un alimentari, diceva di non avere orari certi, lavorava fin quando ce n’era bisogno, il che significava davvero molte ore. Casa sua era vicino al lago, a sessanta chilometri da lì, ma non gli importava di farseli su e giù ogni giorno. Marco capì il perché solo quando, una mattina, quel ragazzo gli raccontò di aver passato il fine settimana con le sue bambine a creare un percorso sensoriale, fatto di piante profumate. Gli disse che di quella fatica era contento e di vederle giocare libere in un posto sicuro. Nelle sue parole non si avvertiva l’elogio del mondo bucolico né il sacrificio dei padri per il benessere dei figli, ma il gusto di ritrovarsi bambino nei panni delle sue creature.

Marco aveva passato gli ultimi dieci anni fra concerti e birre ed era convinto che il tipo avesse solo svoltato molto prima di lui che solo allora iniziava a non reggere più il proprio stile di vita

Uscì con Kamal a fumarsi una sigaretta.

– Ma tu conosci mora che passa sempre q

Kamal 1.1

Pubblicato: 10 dicembre 2012 in Kamal, Kamal 1.1
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Foto racconto Kamal

Massimo Majakovskij photographer

Autore: Luca Ciofani

Aprì gli occhi, la luce bastò a fargli capire che si trattava della sua stanza, riuscì a prendere il telefono sul comodino laccato arancione, guardò l’ora, aveva anticipato la sveglia puntata alle sette e mezza. Ancora venti minuti e Janis Joplin avrebbe ruggito a ripetizione nel mediocre altoparlante ‘Piece Of My Heart ’ sopra una vibrazione sfasata rispetto alla ritmica originale, ma era un ottimo inizio di giornata e durava già da un anno. Aveva tradito la Joplin un paio di mesi con Emma, occhi pericolosi e unghie ben affilate, poi le era tornato fedele anche solo per qualche minuto nei giorni di lavoro. Una chiamata persa alle tre di mattina e due messaggi, li lasciò chiusi nell’icona e se ne riscese in un sonno vago. Quella notte così alcolica non aveva sconfitto la sua capacità di riprendersi senza alcun aiuto, era sempre molto puntuale e soprattutto non aveva mai avuto né procurato problemi per via dei suoi vizi. La stanza confinava dalla parete della scrivania con quella di una ragazza irlandese, tanto rossa e lentigginosa da non tradire alcuna diversa origine se non nella perfetta padronanza della lingua italiana. Il padre era emigrato a Dublino negli anni ottanta e anche per via della crisi Anna era venuta in Italia a conoscere i suoi parenti pugliesi, aveva passato l’estate a Lecce e a settembre aveva risposto all’annuncio per l’affitto della stanza, insegnava inglese a scolaretti cinquantenni rispediti a lezione da aziende multinazionali e da enti pubblici in via di ammodernamento. In bagno, il suo enorme beauty first class stava in equilibrio sulla mensolina di plastica ingiallita che, prima dell’arrivo di Anna, era deputata al modesto compito di sostenere qualche lametta troppo usata, un tubo di schiuma da barba arrugginito alla base e un paio di deodoranti da supermercato. Il tutto, compresa la mensola e la casa, apparteneva all’agente di commercio che riscuoteva i loro fitti. Il tipo occupava la sala da pranzo inizi novecento tappezzata di cavi e schermi che accesi tutti insieme avrebbero fatto invidia ad uno studio televisivo, prima di far scattare il salvavita. Era rimasto anche un piccolo spazio per il letto e a quell’ora doveva ronfarci sopra pieno delle sue realizzazioni, supino fra il portatile connesso al sito della SIGMA dietetici e la tv che materializzava una famiglia Bradford alle prime armi, l’undici novembre duemiladieci.

Il riscaldamento non partiva prima di mezzogiorno ma l’ultimo pigiama che Marco ricordasse era di flanella blu e con gli elastici alle estremità, cibo per tarli in casa di sua nonna che era assistita da una signora alta e bionda: Enrico.

Superò l’accensione del faretto puntato in faccia con le mani appoggiate alle ginocchia come un giocatore di rugby prima di una mischia, aveva già tolto il piercing d’acciaio dal sopracciglio, stimò che gli occhi sofferenti per via del sonno mancato, dell’alcool e della luce intensa in dieci minuti sarebbero tornati accettabili, per il resto non c’era male, infilò i polsi sotto il getto d’acqua e rimase immobile tentando di assorbirne più calore possibile.

Stava uscendo dal civico ventuno alla stessa identica ora delle altre mattine ma, come se la precedente serie di gesti mnemonici non fosse bastata a dargliene certezza, buttò un occhio all’orologio della guardiola. Il giaccone di velluto nero aderiva bene al suo metro e ottantatre e si apriva alle ginocchia ad ogni passo. A volte cambiava la sciarpa con una pashmina marrone che gli aveva regalato Kamal. Accese una Chesterfield e aspirò anche quella bruma appiccicosa di novembre, un pallone di fumo sorvolò i capelli scombinati dalla cera mentre camminava preso nel giro dei suoi pensieri di trentacinquenne: Lasciare il lavoro per uno più gratificante – si vive una volta sola – comprarsi una seppur piccola casa e mettere radici lì o nella famosa città a misura d’uomo che appariva spesso nel suo immaginario, smettere quelle serate fra amici – un figlio – scendere qualche chilo, finirla di fumare venti sigarette al giorno, vendere la Ducati che soffocava sotto la cerata all’angolo del forno. Ad un anno dall’incidente con quel freddo risalivano ancora le fitte alla spalla, dalla bocca dello stomaco.

Sei mattine su sette, che gelasse, che si bagnasse la testa o che il catrame in via Simoni sgranasse al riflesso della nuova stagione, cercava la macchina, o meglio, la materializzava ripercorrendo le tappe della sera prima e inciampando in qualche ricordo mal collocato. La Rover non aveva superato il nubifragio di settembre, ora aveva in mano un nuovo telecomando ad ampio raggio e quel sabato vide le frecce lampeggiare all’uscita del supermercato, proprio sotto la ‘EMME’ sfregiata dall’incendio di qualche giorno prima. Arretrò il sedile cercando la posizione migliore, l’utilitaria non mancava in comfort, valeva – così si raccontava – tutti i trecento euro al mese per tre anni di rate, ed era l’unica cosa di un certo costo che avesse mai acquistato. Lifegate trasmetteva Messico e Nuvole nella versione ska di Giuliano Palma, bastò per un sorriso. Era fortunato sì, aveva un buon lavoro, c’era Elena che gli voleva bene, raro che mancasse una festa, un cinema o una buona bottiglia, ma tanto cercava di pensare positivo tanto un fastidio diffuso lo invadeva. La sua nuova auto da un po’ emetteva uno strano cigolio che lo innervosiva, per non sentirlo evitava le buche o alzava il volume dello stereo, la doveva portare al più presto in assistenza, anzi cambiarla, magari lanciarla contro un muro di cemento e saltare all’ultimo. Dietro quella rappresentazione stabile di vita, nel retro del palco, avvertiva un pauroso vuoto pneumatico, d’impulso sarebbe fuggito lontano ma andava ancora bene così, la sua vita era il risultato di tutte le sue scelte e non scelte e quelle forze elettrostatiche lo tenevano inchiodato in una condizione a metà, con i piedi ben piantati in terra e la testa altrove.

(Continua…)