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La mensa delle officine meccaniche era collocata in un capannone lungo quaranta metri e largo trenta.

Le finestre, ritagli in pannelli di cemento a cinque metri d’altezza, scambiavano i vapori delle minestre e del fritto con l’aria della conca che accoglieva tutto l’insediamento industriale di nord-est.

Dalle colline i capannoni sembravano bombe inesplose e i tir erano formiche, in fila lungo sottili vene grigie, che drenavano da quelle bombe ogni sorta di polveri: Ogni granello di polvere un nuovo prodotto.

La rete venosa aumentava insieme alle bombe, le formiche non si contavano più.

A metà degli anni ottanta la spianata metallica aveva raggiunto il massimo della sua potenza, da sola ingrassava tutta la regione e quindi poteva aver ragione di tutto.

La città era vicina venti minuti di autobus o quindici di treno, dieci minuti di tangenziale per i dirigenti, i capi reparto, gli operai specializzati.

Ai più anziani toccavano turni di sette ore e fine settimana liberi, i giovani potevano scegliere dodici ore di fila pagate un milione e cinquecentomilalire al mese: Con quei soldi Tony programmava la sua fuga.

Il capannone-mensa non disponeva di un’ impianto di condizionamento né di filtri e dagli attigui stabilimenti di produzione arrivava sempre la stessa miscela di aria ben lubrificata.

Ognuno di loro operai sapeva distinguere quell’aria da un comune smog cittadino dandole collocazione olfattiva esattamente nell’intorno di quella sconfinata area industriale.

In estate i benzeni, resi più aromatici dal calore, diventavano delle vere catene serrate al collo di quella gente.

Appesi alle pareti della mensa c’erano dei nuovi tvcolor, erano piazzati all’altezza delle finestre mancanti.

A Tony, i compagni, lasciavano sempre un posto dal quale poter guardare il telegiornale.

Da quando l’avevano fatto rappresentante sindacale s’era fissato con le notizie, anche nel tempo delle pause era spesso sintonizzato su qualche radio e prendeva appunti.

La Giessevu era partecipata statale per il sessanta per cento, assemblava motori di grossa cilindrata, per lo più destinati a camion.

Tony ci montava sopra iniettori, da diversi anni, a cicli di dodici ore, e così riusciva a procurarsi parecchio tempo libero.

Il suo corpo assumeva la conformazione migliore per essere veloce, sembrava quello di una grossa scimmia.

finito il turno però riacquistava un’altezza impensata, come se i suoi muscoli, a vent’anni, fossero stati di gomma elastica.

Tutti i televisori, quel giorno che faceva un caldo atroce, furono d’accordo.

Nello stesso momento, con qualche riga di troppo, trasmisero agli occhi di Tony e degli altri operai l’immagine di un uomo in papillon e camicia bianchissima, un uomo che nessuno di loro aveva mai visto.

Era un discorso ufficiale che si teneva su un palco improvvisato in piena campagna, l’audio non arrivava ai tavoli più centrali ma Tony capì dall’espressione di quel viso che stava succedendo qualcosa di importante, scattò verso una di quelle scatole e ci rimase piantato davanti, i capelli, unti di grasso lubrificante, raccolti in una coda, le braccia, incrociate e nervose, le gambe, contenute in una tuta troppo larga, divaricate e sudate come la schiena.

L’inquadratura si spostò su delle automobili Trabant, in coda, poi, da un campo di granturco, iniziarono ad uscire persone, decine di persone, con borse a tracolla, valigie, delle carrozzine.

Un ragazzo della sua età, con i capelli all’occidentale, stringeva la sua bambina bionda, la baciava e piangeva, camminando verso un cancello aperto nel filo spinato.

Un’altro, con diversi orecchini dorati, aveva gli occhi di uno che si è appena svegliato da un incubo.

Molti continuavano a correre disorientati anche dopo aver attraversato il confine.

Qualcuno poggiò la mano sulla spalla di Tony, la pausa era finita, dovevano tornare alla catena.

Quella sera Tony aspettò l’uscita dei giornali. Verso l’una di notte del venti agosto millenovecentoottantanove parcheggiò vicino l’edicola notturna, ne comprò tre diversi, li lanciò sul sedile posteriore della sua renault quattro e corse a casa con la stessa fretta di chi ha appena compiuto una rapina.

Scoprì che l’uomo della televisione si chiamava Nagy Laszlo, che le immagini arrivavano da Sopron, una cittadina ungherese al confine con l’Austria e che il palco era stato approntato per un evento chiamato picnic paneuropeo, nome che Tony trovò subito simpatico, poi assolutamente riduttivo.

Laszlo era uno dei principali organizzatori.

I ragazzi di cui non riusciva a dimenticare lo sguardo e tutte le altre persone che correvano o erano in coda al confine dentro quelle Trabant erano tedeschi, cittadini della DDR, che solo per tre ore, dalle quindici alle diciotto di quel diciannove agosto, avevano avuto la possibilità di passare nel blocco occidentale attraverso il confine ungherese per un picnic in territorio austriaco.

Quello strano evento non era stato ufficialmente avallato dal governo ungherese, godeva si di una certa soglia di tolleranza, ma non c’era la garanzia che l’esercito non avrebbe sparato al passaggio di quella gente.

Il tutto potè avvenire perchè il responsabile del controllo di quel tratto di filo spinato decise di contravvenire alle direttive che erano ben chiare, cioè di sparare a chiunque avesse tentato di attraversare il confine.

Tony seppe anche che dei settecento tedeschi che attraversarono la cortina di ferro in quelle tre ore nessuno tornò più indietro, verso est.

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