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– E quindi?
– Quindi Tony si mise in aspettativa dalla fabbrica, e convinse il Reddis a saltare la sessione invernale, all’università.
– E i soldi?
– Tony aveva qualcosa da parte, tre o quattro milioni, di lire, vendette il Renault e prese un suppostone
– Cos’è il suppostone?
– Il suppostone è il pulmino della Wolkswaghen, quello tipo figli dei fiori, e partirono, capì?
– Assurdo! Tutta l’Europa dell’est voleva saltare il muro e loro fecero il contrario
– Diciamo che andarono contro traffico

Marco si attaccò alla pinta appena gliela misero davanti. Da quando la sua cliente, la tipa mora, gli aveva raccontato la storia del marito, di Tony, il vecchio punk, devastato dall’ictus, non smetteva di chiedersi se lui l’avrebbe mai fatto un viaggio del genere.

– Chiara ma tu lasceresti il lavoro al bar, l’università, mi rivenderesti la tua nuova, bellissima Ducati usata, per un’idea, una voglia, una passione, come fecero il Reddis e Tony e gli altri due del gruppo?
– Se ti sei pentito di avermi venduto la moto e te la vuoi riprendere così, ti sbagli proprio bello!
– Quanti anni avevi ai tempi di Genova, del G8?
– Sedici, diciassette, più o meno
– Io ne avevo ventitre, sai, non c’ho neanche pensato ad andarci. a Genova, non mi rendevo conto del movimento no global e di quello che stava per succedere, si, ascoltavo i 99posse, avevo una mezza idea di come stavano le cose, ma andare a Genova per me non aveva senso: Forse un senso gli eventi lo acquistano dopo, no?
– Ma boh, ormai è storia, conosco e sicuro anche tu conosci parecchi che sono stati nel social forum, un esperimento molto figo, fare massa critica, un nuovo modo di comunicare, di auto organizzarsi, a me è rimasto questo, il metodo…
– Io oggi sarei voluto esserci, non la notte della Diaz, ma questo è già un limite. Se parti ti accolli anche i rischi. Potevo andarci ma non l’ho fatto, invece Tony ebbe l’istinto, oppure aveva seguìto così bene quella storia che quando il muro stava per esplodere lui era già pronto a partire, a rischiare di perdere tutto: Secondo me è dna.

Iniziarono le scale di basso e la prova microfono.
La penisola, dov’era il bar e i vari stand di legno, sembrava un plettro agganciato per la punta alla riva del laghetto.
Su quella punta c’era l’accesso all’area concerti mentre il palco era sistemato nella parte più ampia, non troppo lontano dal loro tavolo.
Passava luglio e Villa Ada ne portava tutti i sintomi, il suo petto matido emergeva da un vestito a fiori, era pronta a smarrire chiunque l’avesse incontrata, cosi febricitante e fertile.
Marco e Chiara non avevano più alcun motivo di vedersi, l’affare era concluso, lei aveva la sua moto e lui tutti i suoi soldi. Però si sentivano, ogni giorno, quasi ogni ora, ogni messaggio aveva la sua risposta, anche stupida, anche con un certo ritardo e quel ritardo alzava la posta fino a quando si sarebbero rivisti di nuovo, e ancora, solo un’altra volta, prima di andare in ferie, andare via dalla città, chiudere un anno con tutta la paura che comporta la fine di una magia.

– La seconda ci sta, pure la terza, mi spieghi perché a na certa non ci fermiamo?
– Che ne so, ma tu lo senti come si sta bene? – fece Marco –
– Perché, stai bene?
– Fanculo Chià!
– Ahahah dai non ti stranire su su, che dici, ci avviciniamo?
– Non vuoi sapere come finisce la storia di Tony?
– Me la racconti dopo
– Dopo quando?
– Eeeeh, dopo! Tu non ti preoccupare…

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